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Veronica una delle “voci” che seguono i malati di Covid: “A chi non rispetta le regole dico di non essere egoista, la malattia può colpire chiunque ma non tutti accettano la quarantena”

Il racconto dell’altra faccia della prima linea contro il coronavirus, la storia di Veronica Righi che si occupa di ricostruire i contatti stretti dei positivi: “Come assistenti sanitari siamo pochi in Italia, prima nessuno ci conosceva ma con la pandemia la gente inizia a capire cosa facciamo”

Di Tiziano Grottolo - 20 ottobre 2020 - 05:01

TRENTO. Se c’è una prima linea formata da chi lavora nei reparti Covid ce ne è un’altra che opera con computer e telefoni, ma è altrettanto fondamentale: si tratta della Centrale Covid. Cuore nevralgico della gestione dell’emergenza, la Centrale Covid, dopo la sua riorganizzazione, si occupa di seguire le persone positive al virus Sars-Cov-2 (dalla richiesta del tampone di diagnosi a quello guarigione) e dell’attività di contact tracing: il tracciamento e la ricostruzione dei contatti stretti dei positivi.

 

Veronica Righi, 27enne trentina originaria della zona di Riva del Garda, è una delle 24 persone tra medici, infermieri, assistenti sanitari e amministrativi che fanno funzionare la Centrale Covid: “Come assistenti sanitari siamo pochi in Italia, prima nessuno ci conosceva ma con la Pandemia la gente inizia a capire cosa facciamo”. Sì, perché tutte le persone che contraggono il virus si interfacceranno con un assistente sanitario, molto spesso saranno propri quest’ultimi a dover annunciare la positività.

 

Un compito delicato, che richiede tatto e preparazione. “Non tutti – prosegue Righi – accettano la quarantena e non mancano le situazioni di aggressività. Il nostro compito è anche quello tranquillizzare le persone e spiegare perché è indispensabile isolarsi e non avere contatti con le altre persone”. C’è poi chi ha paura e teme per la propria vita: “Il virus intimorisce molti, nella maggior parte dei casi ci viene chiesto quale sarà il percorso che dalla positività porta alla negativizzazione, questa è una delle parti più difficili perché non tutti comprendono che ci sono regole e tempistiche che ci impongono di far passare del tempo”.

 

Inoltre, non sempre operatori e operatrici ottengono la collaborazione dei malati: “Talvolta non ci vengono rivelati tutti i contatti, altre volte sono gli stessi contatti ad ‘autodenunciarsi’ qualche giorno dopo. Ciò rallenta il lavoro e ci obbliga a ricontattare più volte i contagiati”. Insomma una ricerca che può diventare complicata ma dalla quale dipende l’isolamento di un possibile focolaio. Quando va bene un operatore gestisce in media 20 contatti ma nelle giornate più complicate si arriva ad avere a che fare con 40 persone diverse.

 

In questo lavoro l’aspetto umano è importante e ogni operatore cerca di seguire gli stessi pazienti, si sviluppa così un rapporto di fiducia. Veronica dall’8 marzo, in pratica dall’inizio della pandemia, si è occupata di Covid e proprio perché tocca ogni giorno con mano la situazione ribadisce l’importanza di rispettare le regole: “Non dobbiamo essere egoisti perché se la malattia può colpirci può diffondersi al resto della famiglia, quindi ognuno di noi ha delle persone da proteggere”. Se è vero che molti ragazzi passano questa malattia in modo asintomatico questo non vale per tutti: “Capita di sentire ragazzi giovani che sono stati ricoverati, persone che dopo aver superato la malattia ci dicono ‘se avessi saputo che sarebbe stato così mi sarei comportato diversamente’, ecco – conclude Righi – è importante pensare a sé stessi e alle proprie famiglie perché questa malattia può toccare chiunque”.

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