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Mai come in queste ore ci si ritrova a tavola, un'abbuffata ''rituale'' che vale quasi l'1% del Pil

Montagne di cibo elaborato, succulento, che però quasi sempre sfocia nell’effimero e nello spreco alimentare. Sociologi ed esperti economisti stimano che il valore dello spreco annuale sfiori i 200 euro pro capite, vale a dire quasi 12 miliardi, attorno allo 0,7% del Pil

Di Nereo Pederzolli - 25 December 2018 - 11:41

TRENTO. A tavola. Un richiamo e una constatazione. Mai come in queste ore ci si ritrova a tavola. Momento condiviso proprio perché seduti ad un tavolo. Struttura essenziale, basata sul valore simbolico, anche se adesso viene imbandita per ostentare succulenza. E pensare che ‘tavola’ sono i Dieci Comandamenti, come un tavolo è l’altare. Rito e mito per un cibo non a caso abbinato al vino. Per vivere al meglio momenti di condivisione.

 

A tavola per capirsi, per mettere in sintonia buoni pensieri. Per scacciare tentazioni xenofobe che mai come in queste ultime settimane fanno capolino (mica tanto, purtroppo) anche tra i più integerrimi sostenitori della "specificità dolomitica". Le paure (assurde) che prendono il sopravvento sul concetto stesso di condivisione. Senza mai lasciare un simbolico posto libero al tavolo delle feste.

 

Fermandoci solo a considerare il Pranzo di Natale come tripudio del superfluo. Montagne di cibo elaborato, succulento, che però quasi sempre sfocia nell’effimero e nello spreco alimentare. Sociologi ed esperti economisti stimano che il valore dello spreco annuale sfiori i 200 euro pro capite, vale a dire quasi 12 miliardi, attorno allo 0,7% del Pil.

 

Riscontri allarmanti, in netto contrasto con l’aumento di chi – il cibo – stenta a reperirlo. Del resto un tempo si mangiava per vivere, adesso si vive per mangiare. Inutile citare i menù più sfiziosi elaborati da chef blasonati.

 

I cuochi più accorti – non a caso – puntano al "recupero", battere lo spreco sfruttando certi scarti, suggerendo tecniche culinarie anche ‘a domicilio’, a quanti spadellano nelle cucine di casa. Per un "pasto del giorno dopo", cibo da condividere veramente, sperimentando nuove ricette e altrettanti gusti. Senza mai tralasciare l’abbinamento con il vino.

 

Versato in calici più o meno appropriati su tavolate imbandite il vino diventa autentico protagonista. Assumendo (magari inconsapevolmente) valori simbolici, laici, anzitutto religiosi.

 

Per i Cristiani il Natale è Gesù, il Dio che si dona agli uomini, non a caso (nel rito e sull’altare) in comunione di pane e vino. Nell’aspetto laico il nettare di Bacco stimola amicizie, favorisce lo stare assieme, legami sociali e – nelle feste di fine anno – accomuna, avvicina alla tavola, le persone vogliose di ritrovare una gioia di comunità. Mangiando e bevendo, godere di momenti condivisi rimanendo semplicemente seduti al desco delle pietanze. Brindisi gioiosi che rinsaldano amicizie, legami.

 

Ecco perché il vino, a Natale, è parte integrante del banchetto. Perché ingrediente decisivo che scandisce la crescita del senso di comunità. Se non c’è vino, non c’è festa.

 

Vino che i simposiarchi georgiani nobilitano nei rituali celebrativi di occasioni importanti. Sono loro che da Tiblisi insegnarono ai greci i valori simbolici del vino (la parola ‘vino’ nasce proprio in Georgia, oltre 6 mila anni avanti Cristo) da versare durante speciali ‘orge’ alimentari, per ricorrenze pienamente in sintonia con le abbuffate del Natale moderno.

 

Gli antropologi ribadiscono che il Natale è quello che resta di un’antica orgia collettiva, nel senso di ‘ergon’ che in greco vuol dire anche "fare le cose in un certo modo", prescritto e circoscritto, in precisi periodi. Proprio come facciamo a Natale, mangiando pietanze appositamente elaborate per la ricorrenza: sempre i soliti zèlten’, dopo aver abbondato in manicaretti a base di pollame nobile, magari scovando in internet ingredienti esotici fatti recapitare da Amazon. Dimenticando però che in realtà facciamo solo e semplicemente un’abbuffata rituale. Buon Natale.

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