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Pane e vino del Patrono, un'usanza che Trento non dimentica

Il 'rito di fede e di fame' che ogni anno si rinnova a San Vigilio arriva da lontano.  Leggenda vuole che - per questa ricorrenza- nella fontana sotto il Buonconsiglio al posto dell’acqua…sgorgasse vino

Di Nereo Pederzolli - 26 giugno 2018 - 10:42

TRENTO. Un tòcco per tutti in onore del Patrono. Pane da condividere in un momento di festa dove anche il vino viene bevuto nel tripudio della giornata. Pane e vino che il Principe Vescovo – dopo averlo simbolicamente benedetto in Duomo – distribuiva ai fedeli in un momento di fraternità. Usanza secolare che Trento non dimentica. E che per le Feste Vigiliane torna d’attualità.

 

Rito di fede e di fame. Evoca tempi di carestie, quando il pane era prezioso e il vino poteva essere un confessabile ‘peccato alcolico’. Trento rispettava talmente il ‘suo pane’ da metterlo in vendita non a peso, ma a ‘tòcco’: un pezzo, un soldo.

 

Cambiava la dimensione in base all’andamento del prezzo della farina. E i panettieri non potevano avere mulini, per non creare ‘cartello’, per rispettare le esigenze anche dei meno abbienti. Ciòpa, bina, stràmel, pure ‘el montasù’, una tipologia a rischio estinzione, che solo certi cultori dell’arte bianca rievocano di tanto in tanto.

 

Pani sfornati con farine coltivate in Val di Non – a Cles veniva impastato quotidianamente il fabbisogno destinato alla corte trentina di Bernardo Clesio – mescolato con frumento e altri cereali, per esaltare il sapore, per rafforzarne la consistenza.

Pane che nel giorno di San Vigilio aveva una dimensione maggiore. Per esaltare il valore simbolico, per gratificare pure l’omaggio.

 

Il vino, poi, era una bramosia. Specialmente quello che maturava nelle fresche cantine vescovili, negli avvolti di pietra di Pila incastonati sotto il Buonconsiglio. Cantine ben fornite, grandi botti con il frutto delle vendemmie dei vasti poderi vescovili, uve raccolte il più tardi possibile tra i terrazzamenti sulle pendici – le ‘fràte’ – sopra Toblino, verso Castel Madruzzo, uve baciate dall’Ora, il vento benefico che spira dal Garda e s’insinua in ogni vallata. Vino forse meno rustico di quello che si beveva in locande e osterie disseminate tra contrade e rioni popolari.

 

Così il 26 giugno Trento si mobilitava tra pane e vino. Leggenda vuole che - per questa ricorrenza- nella fontana sotto il Buonconsiglio al posto dell’acqua… sgorgasse vino, elargito dal Mastro cantiniere su magnanimo ordine del vescovo. Rito dionisiaco per un momento di fede. Che le Feste Vigiliane cercano ancora di onorare.

 

Il merito di aver tramandato questa usanza – e della preziosa, vastissima documentazione storica – è del compianto Aldo Bertoluzza, il vero custode delle Storia del Cibo Trentino. E’ stato lui l’ispiratore della rinata edizione del Pane e Vino del Patrono. Quella organizzata nel 1989 dalla Condotta Arcigola di Trento, come allora si chiamava l’associazione che ha dato poi vita a Slow Food.

 

In piazza d’Arogno vennero distribuite ben tremila pagnotte – Ciòpe - sfornate per l’occasione dal panificio Tomasi di Canova di Gardolo. Talmente ben fatte che si poterono consumare anche dopo una settimana.

 

Decisamente coinvolgente il vino. I cantinieri di Cavit imbottigliarono qualche migliaio di ‘mezze’ di Norico, vino rosso a base di lambrusco a foglia frastagliata. Vino d’altri tempi, ruvido quel tanto che basta, comunque gioioso, in piena sintonia con i sapori enoici legati al Patrono di Trento.

 

E ancora: pane da inzuppare nel vino. Che oggi è pure benedetto. Usanza contadina decisamente ‘fuori moda’ ma che rappresentava per certi versi l’iniziazione ai ‘godibili piaceri della vita’, quando l’assaggio era riservato ai giovani maschietti. Le bambine dovevano accontentarsi del profumo del pane.

 

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