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Punto nascite di Cavalese, anche i sindacati preoccupati per le garanzie sulla sicurezza e i numeri in valle restano molto bassi

Dopo l'ordine dei medici e degli infermieri anche Cgil, Cisl e Uil esprimono le loro perplessità in merito alla riapertura fissata per il primo dicembre della struttura della Val di Fiemme. Stando ai dati l'intera struttura potrebbe servire a far nascere meno di un bambino al giorno

Di Luca Pianesi - 20 novembre 2018 - 20:15

TRENTO. Prima i medici (QUI IOPPI), poi gli infermieri (QUI PEDROTTI) e ora i sindacati. Sono sempre di più i dubbi e le perplessità legate all'apertura del punto nascite di Cavalese. Dopo anni di ''battaglie'' di una parte della comunità delle valli di Fiemme e Fassa, i no perentori dello Stato che già aveva concesso la deroga alla struttura fiemmese, coma a quella di Cles, dei 500 parti all'anno (la soglia per garantire sicurezza e stabilità a livello nazionale è di 1.000 all'anno), i tentativi della vecchia giunta di andare incontro alle richieste del territorio, l'analisi compiuta dalle commissioni tecniche, le spinte delle opposizioni oggi al governo, l'annuncio che il primo dicembre la struttura riaprirà sta scatenando non poche polemiche. 

 

D'altronde non poteva essere altrimenti. Le ragioni della chiusura partivano prima di tutto dai numeri. Il punto nascite di Cavalese, a pieno regime, negli ultimi 18 anni ha visto come picco massimo 323 nuovi nati nel 2005. Poi con il calo demografico che ha riguardato tutto il Paese compreso il Trentino si è arrivati ai 232 del 2015 (nel 2016 ne sono nati 80 ma la struttura era già stata depotenziata dell'apertura notturna). Questo vuol dire, in media, circa una nascita al giorno (quando va bene) il che, ovviamente, si traduce in un dato poco sostenibile sia sul piano economico (un intero punto nascita dedicato completamente a un parto al giorno) che sul piano della sicurezza (medici, infermieri, personale, con una così bassa casistica rischiano di perdere competenze e professionalità).

 

Tra l'altro anche a pieno regime non si capisce come la struttura possa riuscire a riavvicinarsi agli standard in deroga (quelli dei 500 parti) di sicurezza previsti dal ministero della salute visto che nel 2017, dati Ispat, in Val di Fiemme sono nati in totale 148 bambini e in Val di Fassa 91. Insomma si parla sempre, al massimo, della metà dei numeri richiesti. La struttura, comunque, riaprirà il primo dicembre, ormai è ufficiale. Lo ha annunciato l'assessora Segnana e sulla questione ora intervengono anche i sindacati uniti.

 

''Il tema della sicurezza per Cgil, Cisl, Uil del Trentino è prioritario. Una posizione che i sindacati hanno già espresso in più occasioni – sostengono i tre segretari provinciali Franco Ianeselli, Lorenzo Pomini e Walter Alotti - e che ribadiscono anche adesso che appare certa la riapertura di Cavalese. La questione non può essere il mantenimento fine a se stesso di un punto nascita. Sappiamo che questo è un tema sensibile, ma l'obiettivo deve essere la capacità di assicurare nell'ambito di ogni presidio sanitario i massimi livelli di qualità e sicurezza nell'assistenza e nelle cure offerte alle future mamme e ai nascituri. Un punto fermo da cui non può derogare, secondo noi, nessuna decisione politica. Per questa ragione ci associamo alle preoccupazioni espresse in questi giorni sia dall'Ordine dei medici sia dagli infermieri''.

 

I sindacati unitari proseguono spiegando che ''il Trentino non ha certo bisogno di punti nascita nominali, ma di strutture d'eccellenza che richiedono il rispetto di standard precisi e su questo versante servono risposte rassicuranti da parte della Giunta Fugatti. Non è infatti un caso se in Alto Adige hanno deciso di chiudere punti nascita di qualità riconosciuta anche fuori dai confini provinciali perché non rispettavano quegli standard''.

 

Altra questione, secondo Cgil Cisl Uil del Trentino, è l'assicurare in tutto il territorio provinciale, centro e periferia, servizi di cura di qualità per tutta la popolazione. Per i sindacati il Trentino non può permettersi servizi sanitari di serie B per gli abitanti delle valli creando disparità tra territori quando una più forte integrazione tra centro e periferia può invece contribuire anche ad un più solido radicamento dei cittadini nelle proprie comunità. In questa logica i sindacati hanno sempre sostenuto, e lo fanno ancora oggi, la necessità di strutturare nelle valli dei percorsi nascita completi, in grado di affiancare con figure professionali le donne in gravidanza e dopo il parto.

 

 

“L'assenza del punto nascita non significa mettere in discussione la presenza di un ospedale in valle. Per noi - concludono i tre segretari - è indispensabile costruire reti di servizi sanitari per tutta la comunità, all'altezza dei più elevati standard qualitativi e di sicurezza”.

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