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Anniversario della tragedia del Cermis, il sindaco: ''Dobbiamo ricordare per dovere istituzionale, ma anche civico e civile''

Sono le 15.13 del 3 febbraio 1998, quando un jet americano trancia il cavo della funivia che collega Cavalese all'alpe del Cermis. Una tragedia ricostruita nei minimi dettagli e senza colpevoli. Welponer: "Vicenda umanamente non sostenibile"

Di Luca Andreazza - 02 febbraio 2019 - 22:35

CAVALESE. Un doppio appuntamento per ricordare e commuoversi. La Val di Fiemme e il Trentino si preparano alle ricorrenze di due eventi che hanno segnato il nostro territorio, le tragedie del Cermis, a cura dello Spazio giovani l'Idea, associazione da sempre impegnata a promuovere i valori della riflessione e della pace. "La memoria è un dovere istituzionale - dice Silvano Welponer, sindaco di Cavalese - ma anche civico e civile. Una vicenda umanamente non sostenibile che è impossibile da dimenticare" 

 

Sabato 2 febbraio al Palafiemme è andato in scena "Ciò che non si può dire - il racconto del Cermìs", rappresentazione teatrale su testo di Pino Loperfido, con Mario Cagol, regia di Mirko Corradini e musiche di Alessio Zeni, mentre domenica 3 febbraio alle 10.30, alla Celebrazione commemorativa alla Chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta a Cavalese in ricordo delle vittime dei due disastri del Cermìs (9 marzo 1976 e 3 febbraio 1998).

 

Il 3 febbraio ricorre infatti il ventunesimo anniversario della seconda tragedia del Cermis (1998), nella quale morirono 20 persone a seguito di una manovra spericolata da parte di un caccia del corpo dei marines americani: durante un’esercitazione, l'aereo volava a una quota inferiore a quanto concesso e in violazione dei regolamenti, tranciò il cavo della funivia e quindi lo schianto della cabina, una caduta di sette secondi da 150 metri.

 

Una strage tristemente nota, ma ancora irrisolta. "Sappiamo tutti come è andata - aggiunge Welponer - il pilota è stato condannato ma per aver cancellato le prove, non tanto per la strage. Il nostro compito è quello di ricordare e andare avanti lungo questo percorso. Si deve continuare a pretendere giustizia".

 

Sono le 15.13 del 3 febbraio 1998, quando un jet americano trancia il cavo della funivia che collega Cavalese all'alpe del Cermis, dove ci sono gli impianti sciistici. Un'area molto frequentata in inverno. Nell'incidente, sbattuto sulle prime pagine dei giornali per le fotografie destinate a rimanere indelebili nella mente di tutti, persero la vita venti persone: tre italiani, sette tedeschi, cinque belgi, due austriaci, due polacchi e un olandese.

 

Nessun superstite, nemmeno un ferito con una labile speranza di sopravvivenza. A dirigere il jet il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer. Due coordinatori sedevano dietro: William Rancy e Chandler Seagraves. Volavano ad una quota molto più bassa del limite consentito, ad alta velocità. Per puro divertimento, si ipotizzò poi. Per fare delle belle riprese del lago di Garda e delle Dolomiti e consegnarle al capitano, che era all'ultima missione e sarebbe poi rientrato.

 

A quella velocità il cavo non si vede e la cabina è solo un puntino giallo. Una frazione di secondo, il boato e la caduta nel vuoto. Il jet danneggiato ripiega verso la base di Aviano, mentre il velivolo atterra lasciando una scia di liquido che cola dall'ala. 

 

Il capitano Raney si precipita fuori, una foga tale per paura dell'esplosione che si rompe la caviglia, seguito da Seagraves. Nei sedili davanti nessuno si muove: starebbero cancellando le prove, soprattutto quei video registrati per divertimento. Il disastro però prende subito le prime pagine, così come le responsabilità: l'aereo ha seminato frammenti lungo la valle.

 

Il governo a Roma si muove duramente e l'amministrazione americana incassa, teme le ripercussioni perché le basi italiane sono cruciali per le operazioni nei Balcani. Gli Stati Uniti si piegano e forniscono i dati alla procura di Trento, promettono piena collaborazione e il Pentagono annuncia raffiche di incriminazioni. Si rivela una mossa tattica, anche perché non cambia nulla: gli Usa giudicano i colpevoli in questo caso. 

 

Nella serata del 3 marzo 1999, dopo sette ore e mezzo di camera di consiglio, arriva il verdetto di assoluzione: la strage diventa un incidente, la morte di venti persone si trasforma in casualità della routine aviatoria, mentre due settimane dopo il verdetto, il 24 marzo 1999, cominciano i bombardamenti in Kosovo e Serbia

 

Il 10 maggio 1999 Ashby viene poi condannato a sei mesi di prigione, espulso dai Marines. Un mese prima della scadenza ottiene la scarcerazione anticipata per buona condotta. Per dieci anni ha presentato istanze per rivedere la sentenza: l'ultima è stata respinta nel 2009.

 

I due tecnici seduti dietro, Raney e Seagraves, hanno proseguito la carriera, brillante per il secondo, che nel 2012 è entrato nella pattuglia acrobatica Blue Angeles e fino alla scorsa estate ha comandato la più importante base dei marines.

 

Il navigatore Schweitzer, reo confesso del video nascosto, è affetto dal 2007 la Sindrome Ptsd, lo stress traumatico che tormenta i reduci, diffusa in massa tra i soldati che tornavano dall'Iraq. 

 

Il 9 marzo ricorre invece l'anniversario numero 43 della prima catastrofe del Cermis (1976): a causa dell’accavallamento del cavo traente con il cavo portante la cabina precipitò a terra per la morte di 42 persone. L'invito dello Spazio giovani l'Idea è quello di coltivare la memoria di quanto accaduto, non tanto per mantenere aperte ferite ancora vive nel cuore di molti, ma per contribuire a diffondere una cultura di pace e rispetto della vita umana, senza dimenticare territorio e ambiente.

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