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Bollicine sovraniste: Trento doc o Prosecco? Ma i primi a ''cambiare'' devono essere gli operatori

La decisione della giunta di dare contributi solo alle sagre e alle feste che utilizzano prodotti trentini può anche apparire una buona idea ma il ''cambiamento'' deve partire proprio dalle categorie. Alla qualità spesso si preferisce il prezzo e la parola ''eccellente'' entra in ogni opuscolo promozionale

Di Nereo Pederzolli - 15 settembre 2019 - 20:00

TRENTO. ''Le categorie ci sapranno dire, perché loro – ristoratori, albergatori e operatori del turismo – hanno il termometro della situazione''. Così, in chiusura d’intervista il presidente Maurizio Fugatti spiegava l’intenzione della sua giunta di varare una normativa che incentivi le produzioni agroalimentari nostrane, quelle che hanno il Trentino nell’identità, molte tutelate anche dal marchio ‘qualità trentina’. Proposito più che lecito, anzi per certi versi encomiabile. Da troppo tempo i suggerimenti partiti da tanti bravi produttori locali sono stati messaggi inascoltati. Per questioni anzitutto legate alla carenza di strumenti per operare la scelta e quindi per la mancanza di una corretta educazione agroalimentare. Per certe, diffuse scelte poco lungimiranti, per nulla basate solo sul rapporto prezzo/qualità.

 

Come dire: gran parte degli operatori (quelli che per Fugatti ‘hanno il termometro della situazione…’) si sono rifugiati esclusivamente su selezioni effimere, scegliendo prodotti ‘al ribasso’, per poter incrementare i guadagni. Sfruttando esclusivamente l’origine trentina del prodotto. Senza porsi domande sul loro reale valore, sulla precisa qualità. Solo e tutto in base al prezzo d’acquisto. Scelte opinabili, d’accordo, magari non generalizzate, ma sicuramente scriteriate. Hanno penalizzato così le produzioni più rappresentative, quelle che si ottengono con criteri puntati per certi versi all’esclusività, sminuendo pure non solo il fascino dell’offerta di quanto è ‘Made in Trentino’, pure il comparto turistico, il circuito vacanziero.

 

Tanti gli esempi. Dai formaggi di caseifici (trentini) di stampo semindustriale spacciati per caci ‘Made in Malga’; certi ‘Asiago’ proposti come 'Vezzena stravecchio’, per non parlare di Casolèt solandro che finisce in tavola come fosse un ‘raro esempio di caserazione a latte crudo in voga solo nell’alta val di Pejo’. Discorso simile per salumi, dalle ‘luganeghe’ alle ‘mortandèle’, per non parlare dello speck. ‘Pezze’ di questo squisito trancio suino che vengono fatte stagionare ad alta velocità, affumicatura forzata, carne d’allevamenti dove i maiali non solo non hanno visto la luce del sole, ma neppure intravvisto le Dolomiti.

 

Impossibile non citare il comparto enologico. Lasciamo perdere la ‘querelle’ dello spumante classico. Troppo facile parlare di Trento DOC, citarlo in ogni occasione, per poi ‘sbicchierare’ con assoluta negligenza certe bollicine ottenute con la gassificazione del vino. Nei bar la proposta è ancora incentrata su ‘vuole in prosecchino?’, anche se dalla bottiglia (quando va bene) esce poi vino brioso, spumantizzato industrialmente da aziende trentine. E ancora. Un conto è proporre uno Chardonnay d’autore affiancandolo (furbescamente?) ad una versione di vino ottenuto da uve (chardonnay) che hanno legami solo nominativi, nonostante siano, entrambi, vino Trentino DOC.

 

Per non parlare di Teroldego Rotaliano o il semplice Marzemino. Tipologie autorevoli, ma complesse, che vanno spiegate prima all’operatore di settore, solitamente poco attento alla qualità garantita dall’operato di una determinata cantina, dal vignaiolo di quella specifica zona o vino da uve che maturano in particolari vigneti. La confusione è sovrana, altro che norma sovranista della giunta Fugatti.

 

D’accordo, il prezzo è decisivo. Ma a forza di rincorrere offerte standardizzate si sminuisce l’operato di quanti operano con impegno e serietà, per garantire la giusta qualità del 'Made in Trentino’. Camere d’albergo e relativi soggiorni ‘svenduti’ nonostante l’abbinamento con ‘eccellenti prodotti trentini’. Una parola (eccellente) che forse bisognerebbe togliere da ogni opuscolo promozionale. Eccellente di che e per che cosa? L’abuso di questo rafforzativo sminuisce il prodotto stesso. Non a caso nei territori dove il turismo è davvero ‘superlativo’ mai si parla d’eccellenza.

 

Si mira a suggerire all’ospite l’opportunità di vivere un’esperienza sensoriale da custodire con sincerità. In base alle proprie aspirazioni. Il prezzo è in sintonia con il livello della scelta. Non sempre basata solo ed esclusivamente sul portafoglio. L’importante è avere operatori turistici, attenti, accorti. Devono essere loro ‘in primis’ i cultori del giusto ‘Made in Trentino’. Ma per esserlo bisogna tralasciare ogni banale e ancor purtroppo diffusa speculazione.

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