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Contaminazione da pfas, i medici dimostrano l'incidenza sulle ossa. Guarda: ''Finalmente cambiato il governo il Veneto ha chiesto al ministero di intervenire''

Nei giorni in cui si è tenuto il convegno della Fondazione Foresta Onlus, con la presentazione di uno studio che dimostra l'incidenza dei pfas sullo scheletro, la Regione Veneto ha approvato una mozione con cui si chiede al Ministero dell'Ambiente di emanare un decreto d'urgenza per fissare la soglia di sostanze contaminanti nelle acque pubbliche

Di Davide Leveghi - 26 September 2019 - 18:36

TRENTO. La battaglia contro i pfas, sostanze chimiche di sintesi prodotte per l'impermeabilizzazione di svariati prodotti, prosegue. Dopo il documentario del giornalista trentino Andrea Tomasi (qui l'articolo), in cui si denuncia nel territorio tra le province di Verona, Padova e Vicenza, “la più grande contaminazione avvenuta in Italia”, una pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica Endocrine ha rivelato attraverso un'indagine della Fondazione Foresta Onlus l'incidenza dei pfas a livello scheletrico.

 

“Siamo partiti dalla segnalazione a livello internazionale che indicava una minore densità ossea da madri che hanno concepito in territori sottoposti a contaminazione da pfas – spiega il dottor Carlo Foresta – notando in un gruppo di giovani che si sono sottoposti alla ricerca una diminuzione superiore al normale. Lo studio è stato effettuato nell'ambito del progetto andrologico permanente”.

 

“Questa situazione – continua – ci ha portato a eseguire degli studi sperimentali per comprendere come i pfas potessero determinare questo fenomeno. Per la prima volta a livello internazionale è stato scoperto che i pfas riconoscono il recettore della vitimina D e lo bloccano, impedendo che questa possa portare i suoi effetti positivi sul rimodellamento osseo”.

 

Lo studio, condotto su 117 giovani maschi di età compresa tra i 18 e i 21 anni esposti all'inquinamento da pfas, è stato coordinato dal dottor Carlo Foresta e guidato dal professor Andrea Di Nisio. “Confrontando i risultati con quelli ottenuti in un analogo gruppo di controllo di giovani non esposti a questo inquinamento – spiega Foresta – è emerso che negli esposti la densità minerale ossea era significativamente inferiore ai controlli. Questi risultati suggeriscono un'interferenza dei pfas sullo sviluppo scheletrico. Nel 24% dei soggetti esposti si osserva infatti una maggior frequenza di osteopenia e osteoporosi, rispetto al solo 10% dei soggetti di controllo”.

 

La scoperta aggiunge alla lista di danni sull'organismo umano un'altra spuntina, agendo sulle ossa e creando le condizioni per lo sviluppo di malattie come l'osteoporosi, che rende fragile, vista la mancanza di calcio, lo scheletro. “Il ruolo della vitamina D esercitato normalmente è molto importante per il mantenimento della struttura dell'osso – illustra Foresta – ciò avviene attraverso la regolazione dell'assorbimento di calcio dall'intestino”.

 

“In sostanza – conclude Foresta – abbiamo studiato l'influenza dei pfas a livello della regolazione dell'assorbimento di calcio dall'intestino, documentando come queste sostanze blocchino il sistema attraverso cui la vitamina D induce il riassorbimento di calcio”.

 

I risultati dell'indagine sono stati presentati nella giornata di ieri in un convegno tenuto a Padova e organizzato dalla Fondazione Foresta Onlus, alla presenza di oltre 500 partecipanti. “Il convegno ha suscitato molto interesse e scalpore – ha assicurato Foresta – perché sono stati svelati i meccanismi attraverso cui i pfas provocano osteoporosi. Questi effetti si aggiungono ad altre interferenze, in particolare sugli ormoni. In precedenti studi, infatti, avevamo già dimostrato come alterassero nell'uomo la risposta del testosterone alterando la fertilità, e nella donna quella del progesterone provocando difficoltà nella gravidanza e poliabortività”.

 

Se sul fronte medico, gli studi continuano a svelare nuovi danni nei soggetti entrati in contatto con la contaminazione da pfas, su quello politico pare, dopo tanto silenzio, muoversi qualcosa. La consigliera di Civica per il Veneto Cristina Guarda ha affidato ai social l'annuncio del via libera dato dal Consiglio regionale del decreto d'urgenza con cui si invita il Ministero dell'ambiente a fissare dei limiti alle sostanze perfluoralchiliche.

 

Una mozione che ha dovuto attendere un anno, prima di poter essere riesumata dal cassetto ed approvata. “Dopo un fisiologico momento di attesa per l'approvazione del bilancio a fine 2018 – spiega Guarda – la mozione era stata calendarizzata per aprile. Gli atti dell'opposizione, in Veneto, vengono spesso rimandati, e solo dopo la caduta del governo giallo-verde la Regione Veneto ha deciso di dare il via libera ad un decreto d'urgenza per attivare il Ministero dell'ambiente”.

 

Un ritardo, quello della giunta Zaia, che Guarda vede con sospetto. “Non so se sia stato per scelta o per lasciare la patata bollente a un governo senza la Lega, rimane il fatto che ora il ministro Costa dovrà adattare la normativa italiana alla direttiva europea sulle acque potabili, affinché si ponga un limite alla soglia di pfas che possono essere presenti nell'acqua che beviamo. La decretazione d'urgenza, ahimé, è la soluzione più veloce per raggiungere un obiettivo valido per tutta Italia e in particolare per la situazione veneta, dove a essere sottoposti alla contaminazione sono 50 comuni con più di 350mila persone”.

 

Al di là del ritardo nella risposta alla misura proposta da Civica per il Veneto, sull'amministrazione veneta pesa l'inazione con cui si è messa mano alla contaminazione. “Lo spartiacque è il 2013 – racconta Guarda – quando avviene la notifica di contaminazione da parte del Cnr. Prima di quell'anno non si parlava di pfas, poiché formalmente non si cercavano. Negli anni '70 avvenne una situazione analoga con degli agenti contaminanti rilevati nel vicentino – Rimar – a cui si rispose con misure d'emergenza. I controlli da parte degli enti regionali, che sottostanno a direttive politiche, non sono stati però continuati”.

 

“Se vi sono dunque delle responsabilità da parte delle giunte precedenti al 2013, non solo leghiste, anche dopo si assiste ad un colpevole ritardo nel mettere in pratica le misure proposte per il breve, medio e lungo periodo da parte dell'Istituto Nazionale di Sanità. Vengono messi i filtri, ma la lettera dell'Istituto specifica come questo provvedimento fosse temporaneo, non definitivo. Fino al 2018 non si è fatto nulla, non c'è attività di informazione, non c'è monitoraggio. C'è la presa in carico sanitario da parte della regione ma ciò non serve a stabilire il nesso con il danno sanitario, che si potrebbe impugnare in tribunale. Per l'agricoltura, peraltro, siamo all'anno 0. Non esiste infatti alcuna tutela laddove ci fossero dei contraccolpi in caso di esiti giudiziari”.

 

Ora la palla passa al ministro Costa, in attesa di capire come agirà a riguardo. “Noi chiediamo – conclude Guarda – che il Ministero dell'ambiente non attivi un tavolo solo con il Ministero dell'economia ma anche quello della salute”.

 

Sulla contaminazione da pfas – che per velocità con cui viaggiano le sostanze in acqua potrebbe coinvolgere in Italia oltre 800mila persone - pende intanto il giudizio della giustizia italiana, dopo che 9 manager dell'azienda Miteni di Trissino sono stati rinviate a giudizio per disastro innominato e avvelenamento delle acque, in quella che è la seconda falda acquifera più grande d'Europa.

 

Del caso, come detto precedentemente, si sta occupando il giornalista e reporter trentino Andrea Tomasi, autore del documentario “Pfas, quando le mamme si incazzano”. Da tempo in tour, la video-inchiesta approderà al Parco La Favorita di Valdagno (VI) nella giornata di domenica 29 settembre 2019.

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