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Storia del partigiano nero, ucciso alle spalle a Stramentizzo dai nazisti a guerra finita

E' il 4 maggio 1945, la Liberazione alle spalle, ma i nazisti sparano ancora. Lo fanno in alta val di Cembra, a Stramentizzo, verso Fiemme. Nella confusione iniziale si parla di una spia americana, ma anche di un medico sudafricano. Perché queste congetture? Il ragazzo è di colore

La Brigata partigiana “Giustizia e Libertà” di Biella. Giorgio Marincola è il terzo da destra
Di Luca Andreazza e Nereo Pederzolli - 05 maggio 2019 - 06:01

CASTELLO MOLINA DI FIEMME. E' il 4 maggio 1945, la Liberazione alle spalle, ma i nazisti sparano ancora. Lo fanno in alta val di Cembra, a Stramentizzo, verso Fiemme. E tra le fila dei partigiani che cadono in combattimento anche un giovane di colore. La storia di Giorgio Marincola, il "partigiano nero".

 

A tre giorni dalla resa della Germania in Italia, le Ss si ritirano e i mezzi riportano la bandiera bianca come segno di resa. Spesso solo apparente. Come quanto successo a Stramentizzo, 74 anni addietro. Ormai allo sbando, uno sparuto gruppo di nazisti ostenta "bandiera bianca", ma come il convoglio viene fermato, i soldati di Hitler si mettono a sparare.

 

Resta a terra anche un giovane di 21 anni, colpito alle spalle a Italia ormai liberata. Freddato improvvisamente. Nella confusione iniziale si parla di una spia americana, ma anche di un medico sudafricano. Perché queste congetture? Il ragazzo è di colore.

 

E' necessaria una nota del Comitato di liberazione nazionale per confermare che Giorgio Marincola era un cittadino italiano, cresciuto nel Belpaese e studente di medicina all'Università di Roma, tanto da conoscere perfettamente il dialetto romanesco. E' un partigiano di colore impegnato nella Resistenza, insieme a Alessandro Sinigaglia, medaglia d'argento al valor militare. La vicenda di quest'ultimo è raccontata nel libro di Mauro Valeri, "Negro Ebreo Comunista",

 

Come riporta anche Televignole nell'articolo di Maurizio Panizza del 2016, nell'archivio di famiglia viene ritrovata anche la lettera di un suo compagno d'armi, Vittorio, che ricorda quei giorni così duri: "Ormai tutti a Cavalese lo conoscevano, ormai tutti gli volevano bene, e quando la bara passò in mezzo al popolo silente, mentre nell’aria risuonavano i lenti rintocchi, non un ciglio rimase asciutto, mentre un fiotto di pianto sgorgò dagli occhi del sacerdote che ne benedì la salma. Vittorio – mi sembrasti sussurrare ancora come il dì della liberazione – noi non moriremo mai".

 

Il partigiano, Giorgio Marincola, era nato in Somalia il 23 settembre 1923 a pochi chilometri da Mogadiscio. Il padre Giuseppe era un maresciallo di fanteria dell’esercito di occupazione italiano, mentre la madre della tribù berbera dei Cabila, aveva 21 anni e si chiamava Aschirò Hassan. La cittadinanza italiana non rappresenta quasi nulla di strano, la discriminazione razziale non è ancora entrata nella società italiana. E due anni più tardi nasce anche una bimba, chiamata Isabella

 

Nel frattempo la storia d'amore tra Giuseppe e Aschirò arriva al capolinea: nel corso di una licenza, il maresciallo si innamora a Napoli della sorella di un commilitone e nel 1926 lascia la Somalia con i due bambini. In linea teorica nessuno "scippo", le la madre sarebbe stata d'accordo, le usanze locali non avrebbero permesso di tenere i figli, sarebbero stati consegnati all'orfanatrofio religioso. 

 Arrivati in Italia, fratello e sorella vengono divisi, Isabella segue il padre e la matrigna a Roma, mentre Giorgio viene affidato allo zio paterno fino alla morte nel 1933, quando fa ritorno nella capitale. Nell'urbe si iscrive al regio liceo Umberto I e conosce Pilo Albertelli, un professore di storia e filosofia, una figura antifascista: apprende i valori di libertà e democrazia. 

 

Il professore stesso inizia negli anni '40 l'attività di partigiano, quindi nel 1944 viene arrestato e ucciso insieme a 335 persone nella strage delle Fosse Ardeatine. I valori e l'eccidio spingono Marincola a diventare partigiano nel 1944. E' operativo nella zona di Viterbo. All'arrivo degli alleati, poi, chiede di entrare nelle fila delle avanguardie britanniche e dopo un breve periodo di addestramento diventa tenente e viene paracadutato in Lombardia, oltre le linee nemiche.

 

Nel 1945 è stato fatto prigioniero nel corso di un rastrellamento tedesco e portato a Villa Schneider, nota per essere la sede della polizia politica. Dal piano superiore della villa, trasmetteva una stazione radio chiamata “Radio Baita” creata dai tedeschi in funzione di promuovere una propaganda anti-partigiana. Pochi giorni dopo la sua cattura, Marincola è costretto a parlare ai microfoni secondo quanto concordato con i nazi-fascisti.

 

Alla domanda del perché, italo-somalo, stesse combattendo con gli inglesi, il ragazzo risponde coraggiosamente a modo suo: "Sento la parola patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica. La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo. Per questo combatto gli oppressori". Iniziano le percosse e la trasmissione viene interrotta.  

 

Dopo un periodo nelle carceri "Le Nuove" di Torino viene trasferito al campo di concentramento di Bolzano, ma il 30 aprile del 1945 le Ss scappano nella notte e la Croce rossa internazionale prende il controllo del lager. La guerra, però, non è ancora finita: Marincola avrebbe avuto la possibilità di riparare nella vicina Svizzera, ma decide di raggiungere gli alleati

 

A Ora cambia idea, sale verso la Valle di Fiemme e si unisce ai gruppi di partigiani molto attivi nella zona tra Cavalese e Predazzo. Per un destino assurdo quanto ingiusto. Giorgio Marincola, il "partigiano nero", trova la morte a Stramentizzo, luogo poi dell'ultima strage nazista prima della ritirata finale dei tedeschi

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