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Trentatré anni fa Černobyl', quando anche in Trentino i panni venivano stesi in casa e non si mangiavano verdure e formaggi

Tra i primi, in assoluto, a mobiliarsi per intercettare possibili radiazioni scese in campo il laboratorio di Fisica atomica e molecolare della Facoltà di Scienze di Povo, sopra Trento. Il professore Zecca: "Il ruolo degli scienziati è essenziale per rilevare e divulgare possibili – anche minimi, quasi impercettibili – pericoli per la qualità della nostra vita"

Di Nereo Pederzolli - 25 April 2019 - 21:44

TRENTO. Scetticismo e incredulità, supportati da una buona dose di scarsa informazione. Quella istituzionale, anzitutto. Perché Černobyl', per i trentini, era lontana, molto lontana. Talmente distante che neppure alcuni esperti in fisica nucleare hanno capito non solo la portata della nube radioattiva, ma pure le ricadute "atomiche" tra le colture, sulle comunità alpine delle Dolomiti.

 

Ma non tutti – fortunatamente – s’adeguarono all’ufficialità. Indagando, studiando, verificando per divulgare informazioni scientificamente valide. Senza provocare ingiustificati allarmismi, rispettando i dati rilevati in riva all’Adige, per informare e dunque fronteggiare con criterio la "nube russa".

 

Tra i primi, in assoluto, a mobiliarsi per intercettare possibili radiazioni scese in campo il laboratorio di Fisica atomica e molecolare della Facoltà di Scienze di Povo, sopra Trento. Lo fecero appena saputo dello scoppio alla centrale, attivando alcune strumentazioni. Sapendo che la nube – dopo Scandinavia, Polonia e giù verso Germania e Austria - avrebbe impiegato almeno tre o quattro giorni a sorvolare le Dolomiti. Con immediati riscontri.

 

Lo ricorda il professore Antonio Zecca, allora responsabile di quel laboratorio che per anni ha formato schiere di fisici ora protagonisti dei centri di ricerca più avanzata in campo internazionale.

 

"Presi il mio piccolo contatore Geiger, strumento semplice, quasi amatoriale, di poco valore (neppure un milione delle vecchie lire) tentando di evidenziare qualche ‘strano’ dato. Qualcosa si riscontrava, ma lo strumento era troppo inadatto".

 

Ma il professore Zecca non si scoraggiò. Chiese aiuto ai vigili del fuoco, ottenendo questa risposta: "I nostri strumenti sono purtroppo in manutenzione, non abbiamo dei dati precisi". Così, tra la strumentazione dell’Ateneo recuperò un rivelatore al germanio intrinseco, apparecchio almeno dieci mila volte più sensibile del Geiger. I riscontri furono immediati.

 

"Sapevo che la pioggia poteva scaricare la radioattività. Misi lo strumento vicino al canale di scarico di un tetto, dopo il temporale di fine aprile. Ecco che il tasso radioattivo era evidente, anche se non allarmante". Lui, come alcuni suoi colleghi, subito si mobilitarono, anzitutto per informare, senza suscitare panico o assurdi allarmismi. "Inizialmente pochi credettero alle nostre rilevazioni – spiega ora Zecca -. Tentarono di sminuire il tasso di radioattività ‘scaricata’ sulle Alpi anche alcuni fisici esperti in nucleare, giocando sull’analisi dei dati, su certe ambigue affermazioni".

 

Intanto però – in tempi dove internet non c’era e le tv dovevano lottare per avere dati oggettivi da mostrare – anche sulla riva dell’Adige l’opinione pubblica s’interrogava su Černobyl'. Le mamme con i bambini piccoli, anzitutto. I panni dovevano essere stesi in casa. Niente pannolini o lenzuola messi ad asciugare al sole. Il latte in polvere, per lattanti, andò a ruba. Quello vaccino era sconsigliato, come il cibo a base di verdure fresche, raccolte dopo quel 26 aprile 1986.

 

Nei ristoranti nessuno proponeva insalate fresche. Mense parche, osterie semideserte. Al Borgo di Rovereto – allora l’unico stellato del Trentino – nel menù si specificava che le verdure erano state surgelate prima dello scoppio della centrale russa.

 

Drastico calo nel consumo di formaggi freschi, sconsigliate le gite tra prati e frutteti in fiore. Niente escursioni in moto, capelli al vento, anche perché allora non c’era l’obbligo del casco. Vietata la raccolta dei funghi primaverili, "spugnole" in primis.

 

Ma questo servì a qualcosa? La domanda ora non trova oggettive risposte. Per quell’alone di scetticismo, per certe ritrosie operate anche da qualche centro studi, tecnici e politici renitenti a fornire giuste indicazioni per tutelare la salute pubblica. Per una comunque diffusa superficialità e una buona dose di fatalismo.

 

"Statisticamente parlando qualcosa deve essere successo. Qualche caso di tumore ci deve essere stato, ma mettere in evidenza la correlazione con Černobyl' è impossibile – spiega ancora il professore -. Una cosa comunque l’abbiamo imparata: che il nucleare implica rischi non piccoli. Da non sottovalutare. E ancora: il ruolo degli scienziati è essenziale per rilevare e divulgare possibili – anche minimi, quasi impercettibili – pericoli per la qualità della nostra vita". Un monito, un insegnamento. Che Černobyl', drammaticamente ha inciso nel nostro stesso modo di comportarci nei confronti di fonti energetiche che non sappiamo ancora completamente controllare.

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