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Coronavirus, decine di familiari protestano davanti all'Rsa: "I nostri anziani stanno cedendo. Fateci entrare 'protetti', saremo un aiuto per le case di riposo"

Contro la mancanza di informazioni, di personale e di uno spazio per incontrare i propri anziani: questo l'appello di decine di familiari che in tutto il Trentino stanno vivendo la straziante situazione di incertezza e lontananza che caratterizza la gestione delle Case di riposo. "Siamo disposti, a nostre spese, a sottoporci a tampone, a comprare tutti i dispostivi di protezione. Fateci prendere cura di loro, siamo i migliori volontari"

Di Laura Gaggioli - 20 dicembre 2020 - 16:33

TRENTO. “Noi possiamo solo ringraziare il personale sanitario e tutte le oss che giornalmente si prendono cura dei nostri anziani. Oss che sono diventate le nostre sorelle là dentro e che amano per noi i nostri genitori. Ma noi ci sentiamo tutti abbandonati, non viviamo più”.  Questo il grido di dolore di decine di familiari che questa mattina, muniti di tutti i dispositivi di protezione che gli permetterebbero di accudire i propri familiari, si sono uniti di fronte alla Casa di riposo Margherita Grazioli di Povo. Solo il primo di tanti appuntamenti destinati a diffondersi nel territorio finché le loro voci non troveranno ascolto.

Le Rsa sono chiuse da marzo, le visite protette in giardino sono terminate e la seconda ondata di contagi da coronavirus ha travolto ancora una volta le case di riposo. Gli anziani, genitori e nonni della società di oggi, sono mesi che vivono isolati nelle loro stanze, senza la possibilità di scambiarsi un sorriso, un abbraccio, una carezza con un familiare.

 

Stanno cedendo, alcuni non mangiano più, non chiamano più. Mia madre suona il campanello, ma nessuno che va ad aiutarla. Stanno perdendo peso e animo, e noi non possiamo fare niente” spiega un familiare presente.

 

“In 5 mesi è come se avessero perso 5 anni di vita, c’è un decadimento psicofisico grave giorno per giorno: mio padre non parla più, sta cedendo” racconta un altro manifestante.

 

“Mia madre invece, dall’8 dicembre è stata contagiata e spedita a Volano senza lasciarmi alcun contatto, è ora sola in una stanza, ma lei non è abbandonata, ha due figli che vogliono prendersi cura di lei” sospira un' altra figlia.

 

“Il contagio da covid è quello che mi preoccupa meno, le malattie le abbiamo sempre affrontate e lo faremo ancora, ma non hanno più voglia di lottare. E nemmeno noi viviamo più, sapendo i nostri genitori così - raccontano due sorelle - siamo disposte, a nostre spese, a sottoporci a tampone, a comprare tutti i dispostivi di protezione, ma fateci entrare, potremmo essere un aiuto per le case di riposo”.


Queste, sono solo alcune delle testimonianze strazianti di chi sta vivendo questo periodo lontano da chi ama nell'oblio del vuoto e dell'incertezza.

 

La difficoltà nel comunicare con gli anziani, e con gli operatori delle case di risposo, è infatti la criticità principale che fa sentire il peso non solo della lontananza, ma anche dell’impossibilità di poter intervenire per sopperire alla mancanza di assistenzadi tempo e compagnia, da dedicare a questi ospiti fragili. “A noi arrivano solo informazioni vaghe, disperse, newsletter come schede del totocalcio.  Non sappiamo se sono spostati da un centro a un altro, se sono positivi o se stanno bene. E' un nostro diritto essere informati sui nostri genitori così come è un nostro diritto conoscere il piano dell'azienda e i protocolli adottati a tutela dei nostri anziani" concordano i familiari.

 

I manifestanti lamentano così mancanza di informazioni e mancanza di assistenza, a causa anche di un personale numericamente insufficiente per accudire e garantire i servizi principali anche a fronte dell’aumento delle attività di cura. “Chiediamo al Direttore sanitario di prendersi la responsabilità della tutela dei nostri anziani, senza appellarsi all’indipendenza delle case di riposo e di assumersi la responsabilità di permettere a noi parenti di assistere i nostri familiari. Siamo i migliori volontari”.

 

Sembra infatti poter essere questo l’unico modo per sopperire alla mancanza di personale, dovuta ovviamente dalla situazione straordinaria, aggravata da continui contagi che obbligano i sanitari alla quarantena, ma anche a una gestione non strategica del piano assunzioni che sarebbe dovuta partire, o almeno essere pianificata, in estate, finendo così, per assumere oggi personale de-mansionato de-qualificato, de-motivato e non preparato. Solo nella struttura di Povo, sarebbero almeno 11, infatti, le postazioni vacanti.

Queste dunque le tematiche al centro della manifestazione guidata dal gruppo delle Rsa Unite, che unisce familiari e rappresentanti di nuclei familiari, in rappresentanza di circa 3120 posti letto occupati dagli anziani in tutta la provincia. Un gruppo intenzionato a farsi sentire e ad andare di Rsa in Rsa, ogni domenica, fin tanto che qualcuno non sarà disposto ad ascoltarlo prendendo in mano la gestione della pandemia.

 

Situazione infatti, che purtroppo non cambia da una casa di riposa all’altra. Si respirano le stesse problematiche anche tra i parenti che hanno anziani nella Rsa di Pergine Valsugana o quelli della Apsp Civica di Trento. Ma ci sono anche perle rare che portano avanti la bandiera della buona gestione alla quale potersi appellare per sperare in un futuro migliore. Tra i manifestanti infatti, c’è anche una rappresentante della Residenza Via Veneto: una di quelle strutture che non sta soffrendo le pressioni della pandemia, dove i familiari non si sentono abbandonati e dove la comunicazione non manca, presenti però per solidarietà.

 

In questo esempio di speranza, l’unica cosa che manca è ancora la Stanza degli abbracci: molte infatti le realtà nazionali che hanno già previsto questo spazio, soprattutto in previsione delle feste natalizie in cui a nessuno può essere negato un affetto. Anche qui però, non rimane altro che aspettare che si pronuncino gli addetti al lavoro: dirigenti delle varie Rsa e l’U.p.i.p.a., l’Unità Provinciale Istituzioni per l’Assistenza che rappresenta le strutture che operano prevalentemente nel settore socio-assistenziale e sanitario.

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