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Coronavirus, il sondaggio: giovani (76%) e anziani (84%) pronti a fare il vaccino. Il consenso sale con il grado di istruzione

Dallo studio dell’Iss emerge una sostanziale fiducia nel vaccino anti-Covid anche se non mancano gli scettici: il 33% degli intervistati dichiara di non essere disposto a vaccinarsi. Il presidente Brusaferro è comunque ottimista: “I risultati mostrano un atteggiamento di responsabilità degli italiani che, nonostante i sacrifici, hanno sostanzialmente rispettato le misure con costanza ma anche con una prospettiva di fiducia nella scienza”

L'assessora Segnana si vaccina contro l'influenza, Trento 30 settembre 2020
Di T.G. - 27 December 2020 - 12:07

TRENTO. L’Istituto superiore di sanità dall’inizio dell’epidemia è impegnato in prima nel contrasto alla diffusione del coronavirus, allo stesso tempo però ha approntato un programma di sorveglianza per comprendere come la pandemia stia impattando sulla popolazione. A tal proposito è stato condotto un sondaggio su un campione di 2.700 persone alle quali è stato chiesto di rispondere a una serie di domande sulla percezione del rischio e sui comportamenti adottati.

 

Agli intervistati è stato anche chiesto di esprimersi sul tema vaccino. Complessivamente, il 67% degli adulti tra 18 e 69anni dichiara che sarebbe disposto a vaccinarsi (metà risponde che lo farebbe senza esitazione, l’altra metà risponde che lo farebbe con molta probabilità), mentre le persone più istruite sono maggiormente disposte a vaccinarsi (71% fra le persone con diploma di scuola superiore o laurea e 56% fra chi ha conseguito al più la licenzia media). Alcune differenze si osservano pure in base alle risorse finanziarie: i favorevoli a vaccinarsi sono 69% fra i soggetti che hanno disponibilità economiche e il 63% di chi invece si trova in difficoltà. In generale gli uomini sono più propensi delle donne a vaccinarsi, 74% contro il 60%.

 

Nella fascia d’età che va dai 18 ai 34 anni il 76% degli intervistati si è detto disponibile a vaccinarsi, una percentuale che scende al 67% nella fascia 50-69anni. I più scettici sono i 35-49enni, solo il 59% è favorevole al vaccino. Da segnalare che fra gli ultra65enni la disponibilità a vaccinarsi è decisamente più alta che nel resto della popolazione: l’84% dichiara che sarebbe disposto a farlo (il 57% certamente, il 28% probabilmente), con gli uomini più fiduciosi delle donne (il 90% contro il 79%).

 

Secondo l’Iss questi dati possono far supporre una buona adesione di tutta la popolazione a uneventuale campagna vaccinale contro Sars-CoV-2, anche se c’è una quota non trascurabile di adulti che riferisce di non essere disposto a vaccinarsi, pari al 33% del campione. È anche bene sottolineare che si tratta di dati raccolti, in gran parte, nelle settimane precedenti l’uscita delle notizie sui vaccini in produzione, quindi non si può escludere che la maggiore disponibilità di informazioni, che saranno via via disponibili, sui vaccini, sulle loro caratteristiche ed efficacia, nonché sulla commercializzazione, e le modalità con cui tali informazioni verranno veicolate non possa indurre cambiamenti nella propensione dei cittadini.

 

Anche l’utilizzo della mascherina da parte degli italiani è stato oggetto d’indagine. L’Iss ha scoperto che quasi la totalità degli intervistati, sui mezzi e nei locali pubblici, ha indossato “sempre” la mascherina. Questo senza distinzione di età, genere o condizioni sociali. Anche l’uso della mascherina all’aperto è elevato: riferiscono di averla indossata “spesso” o “sempre” il 74% dei 18-69enni e l’84% degli ultra 65enni. Non si intravedono differenze per classi sociali, ma si nota una differenza di genere con le donne più propense degli uomini all’uso della mascherina (78% contro 69% fra gli adulti; 86% contro 81% fra gli anziani).

 

“I risultati di questa survey – dice Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss – mostrano un atteggiamento di responsabilità degli italiani che, nonostante i sacrifici, hanno sostanzialmente rispettato le misure con costanza ma anche con una prospettiva di fiducia nella scienza. I dati inoltre hanno un valore fondamentale poiché orientano sui bisogni di continuità socio-assistenziale. In questi mesi di emergenza sanitaria, infatti, è necessario alzare il livello di attenzione sui bisogni legati alle conseguenze della ‘fatica pandemica’ e questi dati sono importanti indicazioni soprattutto per la tutela dei più fragili”.

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