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Coronavirus, per ripartire bisogna “pensare femminile” ma per uscire dalla crisi al lavoro ci sono task force tutte al maschile

Ogni uscita dalle varie crisi, in Italia soprattutto a partire dagli anni Ottanta, ha coinciso con un salto in avanti degli indici di partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Non è l’occupazione femminile a “seguire” il benessere, come fosse un orpello, ma il contrario in un chiaro condizionamento di causa-effetto e attenzione a muoversi per luoghi comuni come i recenti annunci di condizionare la concessione dell’assegno unico all’accettazione di una proposta di lavoro in campo agricolo 

Di Emanuele Corn (Ricercatore presso l'Università di Trento) - 29 aprile 2020 - 16:15

TRENTO. Nelle scorse settimane, tanto a livello locale come a livello nazionale, le autorità di governo hanno deciso di affidare a gruppi di esperti esterni alle amministrazioni un lavoro di consulenza e supporto per disegnare un percorso per affrontare la crisi economica che vivremo nei prossimi mesi. Per dare un maggior senso di efficienza, quasi si trattasse di commando militari in stile hollywoodiano, spesso sono chiamate “task force. In concomitanza con le nomine sono arrivate le polemiche (niente affatto acide e del tutto costruttive) sulle caratteristiche dei membri di questi gruppi di lavoro. Senza mettere in dubbio capacità e competenze dei prescelti, tanto a livello nazionale come locale, scorrendo le liste si trovano pochissime donne e ancor meno persone di ambo i sessi con meno di cinquant’anni.

 

Sul perché sarebbe stato importante contare su un ventaglio più diversificato è già stato scritto a sufficienza da penne più titolate della mia, ma non mi pare che nessun politico si sia affrettato a correggere l’errore, ampliando questi gruppi di lavoro a voci valide, sia pur con tonalità meno baritonali. Le dichiarazioni di ieri del dottor Borrelli, commissario per l’emergenza a livello nazionale, sono una triste conferma. Sempre in spirito costruttivo, in questo scritto mi propongo di aprire la strada a un coinvolgimento dell’intera società civile, per cominciare a supportare, in forma di dibattito pubblico, chi di quelle task force è membro e certo non è privo della volontà di aprirsi all’ascolto. Ebbene, bisogna “pensare femminile” nella crisi che ci aspetta perché tutte le fasi recessive che abbiamo vissuto dal dopoguerra in avanti, con intensità crescente, hanno visto un coinvolgimento decisivo della componente femminile del mercato del lavoro.

 

Ogni uscita dalle varie crisi, in Italia soprattutto a partire dagli anni Ottanta, ha coinciso con un salto in avanti degli indici di partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Lo stesso non può dirsi rispetto agli impieghi degli uomini: l’andamento della curva del loro grafico è molto diversa e meno decisiva nel momento in cui si deve guardare ai livelli di benessere raggiunti da un territorio. Da tempo ormai, in Italia come in tutti i Paesi Occidentali, dove la curva del mercato del lavoro femminile è sostenuta gli altri indicatori di benessere la seguono. Sono veramente convinto che, per vincere la scommessa e superare il guado, i decisori politici e chi li supporta debbano impegnarsi in ragionamenti consapevoli rispetto al genere. Non è l’occupazione femminile a “seguire” il benessere, come fosse un orpello, ma il contrario in un chiaro condizionamento di causa-effetto.

 

In Trentino, il mercato del lavoro è profondamente condizionato dal punto di vista del genere, non solo, come giustamente spesso si critica, in senso verticale (il capo è sempre uomo e chi “pedala” sono le donne), ma anche orizzontalmente: vi sono molti settori in cui la proporzione tra i due generi supera la soglia, considerata critica, del 80/20. Si va dall’edilizia, all’istruzione, dal pubblico impiego, ai trasporti, dall’estrattivo, al comparto delle pulizie. Quando la crisi arriva il problema di genere si manifesta tanto nella dimensione orizzontale (colpendo un settore più di un altro), quanto verticalmente (un’impresa in crisi riduce il personale a partire dalla base della piramide), ma è rispetto al primo aspetto che, a mio avviso, le “task force” provinciali dovranno prestare particolare attenzione.

 

Indirizzare le risorse disponibili, per definizione scarse, su un settore piuttosto che su un altro, avrà importanti ricadute rispetto al genere. Questo è incontestabile. Perché cercare di privilegiare le donne? Anche se la storia degli scorsi decenni, di cui ho parlato poco fa, potrebbe essere una giustificazione sufficiente, è legittimo chiedersi se sia giusto. Lasciamo perdere la storia e guardiamo al presente: in questo momento ciascuno di noi conosce delle persone che sono in cassa integrazione o che a breve lo saranno. Allo stesso modo ciascuno di noi conosce delle persone che lavorano a termine, il cui contratto, purtroppo, verosimilmente non verrà rinnovato. Gli strumenti che oggi sono a disposizione proteggono più i primi lavoratori dei secondi, sia in termini di denaro disponibile che di durata. Nel primo gruppo i nomi che ci sono venuti in mente sono soprattutto o quasi esclusivamente di amici e conoscenti maschi, mentre nel secondo caso sono nomi femminili. Questo è il problema.

 

Chiudo con una suggestione: avremo bisogno, a partire dalla tarda primavera fino all’autunno, di più di diecimila persone disponibili per lavorare stagionalmente nelle campagne trentine. Negli ultimi venticinque anni queste persone sono arrivate dall’estero. Che piano ci vogliamo dare? C’è chi ha già ipotizzato complessi accordi internazionali per cercare di utilizzare ancora quei canali. È credibile? Non è più ragionevole proporre delle politiche attive del lavoro che non solo privilegino un “accorciamento della filiera” anche nel mercato del lavoro, ma soprattutto che mettano realmente le lavoratrici nella condizione di accettare quei posti di lavoro. Sottolineo “realmente”. Per compiere decisioni corrette e lungimiranti è infatti indispensabile attenzione e coraggio. Agire sulla base di luoghi comuni può avere effetti disastrosi: mi riferisco, con preoccupazione, ai recenti annunci (che arrivano da più parti) di condizionare la concessione dell’assegno unico all’accettazione di una proposta di lavoro in campo agricolo.

 

In una coppia con figli, con un membro disoccupato percettore di benefici tramite assegno unico, si potrà davvero esigere di accettare un’occupazione agricola che impegna l’intera giornata, in un momento in cui i servizi per l’infanzia sono chiusi e i nonni sono ad alto rischio, sotto la minaccia di tagliare i contributi? Agenzia del lavoro, nel corso degli ultimi dieci anni è diventata, in Trentino, una realtà molto efficiente e confido nel fatto che sia in grado di affrontare la sfida di facilitare nel migliore dei modi questa che è una vera sfida di intermediazione. Le leve del sistema si possono e si devono muovere, ma nella corretta direzione, altrimenti, dopo aver perso senza demerito il lavoro per il virus, alle donne trentine qualcuno arriverà a rinfacciare che non sono disposte a sporcarsi le mani per guadagnarsi il pane.

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