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E' morto Giampaolo Pansa, il “re dei revisionisti”. Fu lui a inaugurare la “storiografia dei vinti" della Resistenza

Il noto giornalista e opinionista fu negli ultimi anni della sua vita un paladino della corrente revisionista, volta a rimettere in discussione il paradigma antifascista repubblicano e a riequilibrare la memoria pubblica dei vinti con quella dei vincitori. Privi di un apparato bibliografico e scientifico, i suoi saggi avrebbero contribuito a popolare il discorso pubblico di pericolosi fantasmi del passato

Di Davide Leveghi - 13 gennaio 2020 - 13:15

TRENTO. E' spesso vero che a margine di una lunga e produttiva vita di intellettuale, nella memoria pubblica si fissino gli ultimi anni, caratterizzati da dietrofront, da abiure o da scelte incomprensibili rispetto alla storia pregressa. Questo è particolarmente vero nel caso di Giampaolo Pansa. Grande penna del giornalismo italiano, punta di diamante di alcuni dei giornali più importanti della penisola, nato come storico della Resistenza, il giornalista piemontese si fece interprete dagli anni '90 di quella stagione contro-storiografica scaturita dal berlusconismo e volta a scardinare l'allora paradigma dominante dell'antifascismo.

 

Pansa fu protagonista del cosiddetto “ciclo dei vinti”, una serie di opere dedicate a “svelare” i crimini della Resistenza, “l'altra faccia della medaglia” della guerra civile che insanguinò l'Italia centrosettentrionale tra il settembre 1943 e il maggio 1945. Concentrando la sua narrazione sulla Pianura Padana – particolarmente sul cosiddetto “Triangolo della morte” compreso tra Castelfranco Emilia, Mirandola e Carpi – si ricostruiva uno scenario da Terrore, tra omicidi di innocenti e rese dei conti sanguinose messe in pratica dai partigiani comunisti.

 

L'opera di Pansa – non corredata da alcun apparato bibliografico, quindi non considerabile scientifica, ma facilmente leggibile dal grande pubblico – riaccendeva sotto forma di pamphlet la polemica sulla durezza della lotta partigiana, attaccando il paradigma agiografico della sinistra italiana, giudicata “gendarme della memoria” della Resistenza, di una “storia raccontata a metà”, in cui le verità delle efferatezze partigiane venivano celate per mantenere intonso il ricordo della Resistenza e inscalfibile il principio antifascista alla base della convivenza democratica.

 

Con un linguaggio giornalistico, il noto saggista si proponeva d'addentrarsi in un universo fatto di menzogne e mezze verità, di riportare alla luce qualcosa di tenuto coperto per troppo tempo, ignorando – volutamente – come tutto ciò fosse stato già oggetto da tempo della ricerca storiografica. A metà anni '90 Claudio Pavone, uno storico ed ex partigiano, rivoluzionava gli studi sulla Resistenza sdoganando anche a sinistra il termine “guerra civile”, fino a quel momento tabù d'un mondo antifascista testardamente contrario al riconoscimento ai fascisti di un qualsiasi ruolo che non fosse comprimario degli invasori nazisti.

 

Il segreto del suo successo si basò proprio nella capacità d'uscire dall'ambito storiografico, facendosi interprete nel dibattito pubblico di una pubblicistica volta a rivalutare lo sconfitto, a ridare dignità ad una memoria, quella fascista e “repubblichina”, rimasta per troppo tempo denigrata e sottomessa dalla retorica resistenziale antifascista. Pansa si ergeva a interprete di una vera e propria corrente culturale che avrebbe portato anche importanti esponenti del mondo ex comunista – su tutti il presidente della Repubblica Napolitano o il presidente della Camera dei Deputati Violante – a riequilibrare la memoria dei morti fascisti, equiparandola a quella delle vittime del regime.

 

Nella temperie berlusconiana, in cui si aprivano le porte del governo agli ex fascisti e la televisione portava nelle case degli italiani il racconto – decontestualizzato e vittimista – dei vinti, il giornalista piemontese dava deliberatamente adito al revisionismo inteso come manipolazione politica della storia, come uso politico del passato per meri fini presenti. Il prodotto delle sue discusse e criticatissime opere fu non solo la riesumazione della memoria fascista ma anche e soprattutto la parificazione dei morti dello schieramento perdente con quello dei vincitori della guerra civile.

 

L'uguaglianza della morte dimenticava volutamente ogni differenza di scelte nella vita, appiattiva il passato e per farlo lo decontestualizzava e lo riempiva di un nuovo e persuasivo messaggio: italiani, la VERA storia della Resistenza vi è sempre stata nascosta. Poco importava che il movimento resistenziale avesse avuto svariate anime – non fu solo comunista – oltre che svariate finalità a seconda dei contesti e delle forze politiche, o che la storiografia avesse già cominciato nonostante le difficoltà a indagare ogni aspetto della lotta partigiana senza che ciò ne scalfisse la grandezza, per Pansa – come per molti prima e dopo di lui – raccontare i vinti avrebbe fatto emergere la grande menzogna dell'antifascismo, avrebbe restituito loro una dignità ingiustamente negata, volutamente repressa.

 

Di per sé, dunque, egli non raccontava nulla di nuovo. Nuovo era semmai il paradigma che si stava costruendo a discapito dell'antifascismo costituzionale, stella polare per i primi decenni della storia repubblicana. Con metodo anti-scientifico e acritico, con fare rancoroso e interessato, Pansa è stato il paladino di una corrente culturale deleteria, in cui il passato s'è ammantato di distorsioni e manipolazioni utili a stravolgere un paradigma scomodo e giudicato superato. Anche per merito – o demerito, a seconda delle interpretazioni - suo, il dibattito pubblico italiano è ora attraversato da inquietanti fantasmi.

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