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''Hanno ammazzato mio padre perché contrario alla dittatura e mi hanno violentata'', la storia di Adele ''adottata'' a Trento per completare gli studi

Da ormai tre anni, l'Università di Trento sostiene il programma "UniTrento for Refugees" e dimostra che l'accoglienza non sono solo parole. Tramite questa iniziativa, quattordici studenti e studentesse richiedenti protezione internazionale hanno avuto la possibilità di frequentare i corsi dell'Ateneo. Ecco come sostenere il progetto

Di Luca Andreazza - 18 agosto 2020 - 19:37

TRENTO. "Arrivammo nella capitale, iniziammo a muoverci in corteo insieme alle altre persone, arrivò la polizia che buttava le persone nelle macchine, così presero anche mio padre e da quella volta non lo rividi mai più", questo il racconto di Adele che ha lasciato il Camerun e ora in Trentino ha trovato una nuova opportunità, che aggiunge: "Arrestarono anche me e mi portarono al commissariato: eravamo in tanti, ci collocarono in una sala e poi cominciarono a chiederci perché avessimo partecipato a quella manifestazione. Ero minorenne all’epoca. I poliziotti, dopo averci violentate sessualmente, decisero di lasciare andare i bambini e le donne incinte".

 

Una storia tremenda, ma sono tanti racconti di riscatto di rifugiati e richiedenti asilo che hanno trovato in Italia la possibilità di formarsi e un'occasione poi di lavoro. Vicende difficili che finiscono, troppo spesso, in secondo piano davanti alla demagogia e al populismo, tanto che la Lega fin dall'insediamento in piazza Dante ha puntato a smantellare il sistema di accoglienza e colpire duramente il settore della solidarietà e cooperazione internazionale per dimenticare lo slogan "Aiutiamoli a casa loro".

 

"Quando mi rilasciarono - prosegue Adele - tornai nella mia città e lì venni a sapere che mio padre era stato ucciso. La nostra casa era vuota e in disordine, ci era entrato qualcuno. Per me sarebbe stato meglio allontanarmi almeno per il periodo delle manifestazioni. 
Fui ospite di una signora nel paese vicino e lì mi resi conto di essere incinta". 

 

Una fuga che l'ha portata a spostarsi tra Gabon e Tunisia. "A questo punto con persone provenienti anche da altre nazioni decidemmo di andare in Libia anche se era un grande rischio per le nostre vite: attraversammo il deserto ed in seguito intraprendemmo il viaggio in barca. Il mio obiettivo era quello di arrivare in uno Stato che rispettasse veramente i diritti dell'uomo, l’alternativa sarebbe stata morire nel mio Paese". 

 

Prima di raggiungere la Libia, c'è stato un tentativo, poco fortunato di ritornare in Camerun. "Venni cacciata dalla mia città e mi venne negato il diritto agli studi, perché mi rifiutarono l’accesso all’Università. Ancora una volta, senza libertà e senza diritti vivevo come se fossi rinchiusa in carcere". Un percorso di studi che Adele è riuscita a riprendere nel capoluogo trentino. 

 

Da ormai tre anni, l'Università di Trento sostiene il programma "UniTrento for Refugees" e dimostra che l'accoglienza non sono solo parole. Tramite questa iniziativa, quattordici studenti e studentesse richiedenti protezione internazionale hanno avuto la possibilità di frequentare i corsi dell'Ateneo.

 

Il progetto, pur garantendo vitto e alloggio, non copre le spese per i libri e i materiali di studio. Così Udu-Unione degli studenti universitari rilancia la campagna di di fundrising "Adotta un@ studente" per poterli sostenere. " Un piccolo importo - commenta la componente studentesca - che permette a un ragazzo o a una ragazza a studiare e difendere quella dignità che è stata aggredita nel proprio Paese di origine. Questa è un'iniziativa davvero positiva e un esempio per il territorio".

 

Come contribuire tramite bonifico bancario

Università di Trento

IBAN: IT30V0569601800000003117X69
BIC/SWIFT: POSOIT22
Indicando nella causale: "donazione di modico valore per Studenti rifugiati".

Si intende donazione di modico valore ai sensi dell’art. 783 c.c. quella di modesta entità in relazione alle condizioni economiche del donante.

Per donazioni al di sopra di 1.000 € contattare: fundraising@unitn.it

 

Vantaggi fiscali

Le donazioni a favore dell’Università di Trento sono deducibili dal reddito. Ai fini della deducibilità fiscale come attestazione di avvenuta donazione, si suggerisce di conservare la ricevuta di avvenuto pagamento e portarla con sé in sede di dichiarazione dei redditi.

 

La storia completa di Adele.

Mi chiamo Adèle e ho lasciato il Camerun per motivi politici, problemi che iniziarono con l’attività politica di mio padre.

 

Il partito al potere modificò la Costituzione a proprio favore per rimanere sempre al potere e non dare l'opportunità ad altri di governare. Fu una questione di dittatura: questo partito è ancora oggi al potere da 35 anni.

 

Mio padre cambiò partito, affiliandosi ad uno dei partiti di opposizione e divenendo il rappresentante di opposizione nella nostra città. Nel 2008, nella capitale politica Yaoundé, ci furono degli scontri tra il partito al potere e l’opposizione. In quell’occasione venni arrestata insieme a mio padre. Inizialmente pensammo che le manifestazioni sarebbero state pacifiche, perché annunciate regolarmente con un preavviso.

 

Ma quando arrivammo nella capitale, e iniziammo a muoverci in corteo insieme ad altre persone, arrivò la polizia che buttava le persone nelle macchine, così presero anche mio padre e da quella volta non lo rividi mai più. Arrestarono anche me e mi portarono al commissariato: eravamo in tanti, ci collocarono in una sala e poi cominciarono a chiederci perché avessimo partecipato a quella manifestazione. Ero minorenne all’epoca. I poliziotti, dopo averci violentate sessualmente, decisero di lasciare andare i bambini e le donne incinte. 

 

Quando mi rilasciarono, tornai nella mia città e lì venni a sapere che mio padre era stato ucciso. La nostra casa era vuota e in disordine, ci era entrato qualcuno. Per me sarebbe stato meglio allontanarmi dalla città almeno per il periodo delle manifestazioni. 

 

Fui ospite di una signora nella città vicina e lì mi resi conto di essere incinta. Non avrei potuto fare niente non avevo nessuna informazione sugli altri membri della mia famiglia. Fui costretta a raccontare la mia storia a quella donna, lei mi aiutò fino al parto. Una volta partorito provai a rientrare nella mia città pensando che siccome ora  avevo un figlio nessun mi avrebbe fatto del male. Mi presentai in Prefettura per avere delle informazioni sulla morte di mio padre e lì mi chiesero di andare in Gendarmeria. Quando arrivai mi minacciarono e mi dissero che avrei dovevo smettere di cercare delle spiegazioni altrimenti avrei fatto la sua stessa fine.

 

Li supplicai di darmi almeno il certificato di morte di mio padre per poter avere accesso all'eredità e dare qualcosa a mio figlio. Dissero che non ci sarebbe stato niente per me perché mio padre aveva abbandonato il ''vero partito politico'' per quello sbagliato e per questo lo Stato si sarebbe impossessato di tutti i sui beni. Mi dissero che non avevo diritti, perché chiunque abbia legami con il partito di opposizione non ha diritti. A quel punto, senza alcun diritto e costantemente perseguitati dalle autorità, ne io ne il mio neonato eravamo, ne saremmo stati, più liberi.

 

Dopo questi eventi decisi di trasferirmi in Gabon, il Paese vicino, dove si parla la stessa lingua, il francese: abbiamo addirittura anche alcuni dialetti in comune. Al di là di questo, decisi di andare lì soprattutto perché in quel periodo di violenza e disordine il Gabon dava accoglienza ai camerunensi. 

 

Rimanemmo 4 anni lì. Mio figlio venne affidato ad una famiglia. Prima dell’inizio delle manifestazioni avevo già conseguito il diploma di maturità e avrei voluto proseguire gli studi. Questo mi avrebbe fatta rinascere e mi avrebbe consentito di proseguire nella realizzazione dei miei sogni. Ma gli scontri iniziarono anche in Gabon, così pensai di ritornate in Camerun, dove la situazione sembrava essersi un po’calmata. Credevo fosse la cosa migliore stando così le cose e che in Camerun al tempo avrei potuto vivere liberamente.

 

Una volta in Camerun, però, venni cacciata dalla mia città e mi venne negato il diritto agli studi, perché mi rifiutarono l’accesso all’Università. Ancora una volta, senza libertà e senza diritti vivevo come se fossi rinchiusa in carcere. Provai ad immigrare come rifugiata in Canada perché ci sono delle Convenzioni fra il Camerun ed il Canada, ma mi rifiutarono il visto. Venni maltrattata mentre andavo a chiedere delle informazioni in alcuni uffici: denunciare non avrebbe portato a nulla perché erano tutti in accordo, contro di me. Non potevo andare negli uffici, non potevo reclamare niente, non potevo interagire con altre persone, ero isolata e perseguita solo perché mio padre quando era in vita lasciò il Partito al potere. La mia vita era in pericolo. Decisi di lasciare definitivamente il Paese.

 

Nel 2014 scappai in Tunisia nella speranza di poter studiare e fare una vita normale. Lì provai a fare la domanda di asilo politico, ma mi dissero che i miei problemi non ne erano degni e che mi avrebbero fatta rimpatriare.

 

A questo punto con persone provenienti anche da altri Paesi decidemmo di andare in Libia anche se era un grande rischio per le nostre vite: attraversammo il deserto ed in seguito intraprendemmo il viaggio in barca. Il mio obiettivo era quello di arrivare in uno Stato che rispettasse veramente i diritti dell'uomo, l’alternativa sarebbe stata morire perché ritornando nel mio Paese sarei stata una persona morta. 

 

Grazie a Dio sono arrivata in Italia sana e salva. Qui ho avuto l'accoglienza per cui non smetterò mai di ringraziare le persone e le Istituzioni che mi hanno dato una mano, le persone ancora mi sostengono, che credono in me e rendono possibile la mia integrazione attraverso il Progetto di accoglienza all’Università di richiedenti asilo politico, il progetto dell’Università di Trento che mi sta permettendo di studiare, di proseguire i miei studi universitari, nella coscienza che mi è stata tolta questa opportunità nel mio Paese. Grazie.

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