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Il Comune e Acav finanziano la costruzione di 4 pozzi in Uganda. Bozzarelli: "Un modo fruttuoso di fare cooperazione"

L'Ong trentina e il Comune hanno messo a disposizione le proprie risorse e le strutture dell'associazione sul territorio per portare a termine i lavori di riabilitazione di 4 pozzi nel distretto di Koboko, al confine tra Uganda, Congo e Sud Sudan. Grazie al personale locale, sono state rese agibili delle fonti d'acqua per una popolazione in costante crescita e formata da molti rifugiati

Di Davide Leveghi - 14 gennaio 2020 - 19:01

TRENTO. Nell'Africa profonda, al confine tra Congo, Sud Sudan e Uganda, c'è una città nata dalle traversie che hanno colpito e colpiscono questa zona del mondo e cresciuta anche in virtù di un apporto tutto trentino. Grazie ad un progetto dell'Associazione Centro Aiuti Volontari, più nota con il suo acronimo Acav, e al Comune di Trento, che lo ha co-finanziato, infatti, il distretto di Koboko potrà contare d'ora in poi di 4 pozzi riabilitati e rinforzati per dare acqua ad una popolazione crescente.

 

Inserita nei confini ugandesi, la città di Koboko accoglie numerosi rifugiati provenienti dal Congo ma soprattutto dal Sud Sudan, sconvolto dalla guerra civile. È qui che Acav ha concentrato i suoi sforzi, appoggiandosi ad un modello d'accoglienza, quello ugandese, riconosciuto a livello internazionale, e proponendo un modo di fare cooperazione che sta dando i suoi frutti. La popolazione cresce, i rifugiati aumentano, chi decide di rimanere nei campi gestiti dall'Unhcr e chi di raggiungere i familiari nelle campagne ugandesi.

 

Per questo l'acqua diventa una risorsa decisiva, un bene sempre più richiesto per un fabbisogno crescente. “Le fonti d'acqua non a caso necessitano riabilitazione – spiega la direttrice di Acav Elena Bozzarelli – per il sovrautilizzo e per le esigenze di una popolazione in aumento. Con il Comune siamo pertanto intervenuti per garantirne una maggiore sostenibilità, mettendo a disposizione i materiali con cui il personale locale da noi formato ha messo in atto la manutenzione”.

 

“Il modello di accoglienza ugandese – continua - è costruito in maniera tale che ogni tot dato ai rifugiati una somma vada anche alle comunità che li ospitano. Stiamo parlando comunque di un contesto in cui dei poveri accolgono altri poveri e i servizi sul territorio sono carenti. Il governo di Kampala punta sull'autogoverno di comunità che hanno vissuto il dramma della guerra e del profugato, che si sono già mescolate quando era l'Uganda un teatro di guerra. Come Acav noi allora interveniamo per aiutare sia i rifugiati che le comunità locali, impegnate in una sfida dell'accoglienza che riguarda anche noi, visto che se non avessero dove stare, queste persone cercherebbero altre rotte di migrazione verso l'Europa”.

 

“Possiamo dire che le condizioni di vita della popolazione di questo luogo siano migliorate anche per merito di Acav – soggiunge Bozzarelli con una nota di orgoglio – abbiamo lavorato ad innalzare diversi indicatori di sviluppo, come l'accesso all'acqua, appunto, l'educazione, la sanità, la produzione agricola. Il tutto in una realtà nata da insediamenti di profughi, posta al Nord-Ovest dell'Uganda in un territorio al confine con Sud Sudan e Congo. La terra che ha dato i natali al dittatore Idi Amin Dada, una zona che per l'85% vive d'agricoltura di sussistenza, che ha vissuto negli ultimi decenni le fasi più complicate della storia ugandese e dei Paesi confinanti”.

 

Tra gli interventi che Acav fa sul territorio, dunque, c'è anche quello co-finanziato per due terzi dal Comune di Trento – la cifra complessiva, visibile sul sito dell'associazione parla di 25mila euro di budget per i soli “costi vivi” - con cui si sono (ri)dati ad una comunità che ne aveva bisogno 4 pozzi prima inutilizzabili. Concluso dopo 3 mesi di lavori, questo progetto riflette nel suo svolgimento il modus operandi della Ong trentina: sostegno alle popolazioni del luogo.

 

“Sono progetti sentiti, voluti e che hanno un impatto – conclude Bozzarelli – la scelta di 'adottare' l'intera regione del West Nile sta dando i suoi frutti. È questo un modo di fare cooperazione positivo, che non solo soddisfa noi ma anche le comunità locali, gli stakeholders e il governo ugandese.”.

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