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Il Museo Diocesano entra al Bruno: “Superati dei pregiudizi, nei centri sociali si coltiva cultura”

La serata organizzata da Centro Sociale Bruno e Museo Diocesano Tridentino ha rotto una serie di tabù, la direttrice Primerano: “Non ho trovato giovani arrabbiati o violenti, come qualcuno aveva ipotizzato, ma solo giovani attenti”

Di Tiziano Grottolo - 02 luglio 2020 - 19:01

TRENTO. Museo Diocesano Tridentino e Centro Sociale Bruno un connubio insolito e sicuramente mai visto, ma che sicuramente è stato proficuo per entrambe le realtà. L’occasione è stata la presentazione della mostra dal titolo “L'invenzione del colpevole. Il 'caso' di Simonino da Trento, dalla propaganda alla storia”, organizzata dal Museo nel dicembre 2019 e recentemente prolungata fino al 15 settembre. “Si tratta di un momento fondamentale di riflessione sulla storia e sull’identità – raccontano gli attivisti del Bruno – un abuso giudiziario ma anche una vicenda di pregiudizio e intolleranza, di simboli creati e poi rimossi e soprattutto una storia che prosegue ancora oggi”.

 

Il Museo Diocesano infatti ha dedicato una mostra al “caso” di Simonino da Trento, un bambino presunta vittima di omicidio rituale ebraico, venerato per secoli come “martire” innocente. La vicenda si potrebbe oggi definire una clamorosa fake news del passato, nella quale si intrecciano sentimenti antiebraici, esigenze devozionali e ambizioni di politica ecclesiastica. L'esposizione ha voluto richiamare l’attenzione del pubblico su una delle pagine più oscure dell'antisemitismo, per stimolare la riflessione sui meccanismi di “costruzione del nemico” e sul potere della propaganda.

 

Per ricostruire la vicenda bisogna tornare indietro alla Trento del XV secolo, più precisamente al 23 marzo 1475 quando il corpo senza vita di Simone, un bambino di 2 anni, viene ritrovato nei pressi della casa di Samuele, esponente della comunità ebraica locale. Subito gli ebrei vengono accusati di essere gli autori di un omicidio-rituale e, dopo un processo farsa (caratterizzato anche da confessioni estorte con la tortura), vengono condannati a morte.  Nel frattempo il piccolo Simone (detto il 'Simonino') viene trasformato in un martire dando vita a un culto che si diffonde rapidamente grazie a una vera e propria operazione di propaganda orchestrata dall’allora principe vescovo Johannes Hinderbach.

 

Solo nel 1965 il culto del Simonino verrà definitivamente abrogato, grazie all’interessamento e all’opera di revisione storica portata avanti da monsignor Iginio Rogger che dimostrerà l’infondatezza delle accuse di omicidio rituale rivolte agli ebrei, maturate in un clima di radicati pregiudizi antigiudaici. A distanza di più di mezzo secolo dalla sua abolizione, la mostra vuole fare il punto sul “caso” di Simone da Trento e diffondere una più ampia conoscenza di questa delicata e attualissima vicenda tardo-medievale. Lo stesso vescovo di Trento Lauro Tisi si è augurato “che questa mostra possa divenire per tutti, a cominciare dalle comunità cristiane, un monito fortissimo a vigilare perché nessuno osi ammantare del nome di Dio ciò che invece ferisce inesorabilmente l’uomo e il credente”.

 

Con la presentazione della Mostra al Centro Sociale Bruno se possibile è stato rotto un altro tabù, come ha spiegato la direttrice del museo Domenica Primerano: “Non ho trovato giovani arrabbiati o violenti, come qualcuno aveva ipotizzato, ma solo giovani attenti. C’erano anche ragazzi provenienti dall’Africa, anche loro hanno ascoltato con attenzione, nonostante la diversa cultura”. L’unica macchia sulla serata, l’arrivo del temporale che ha impedito che si svolgesse il dibattito. La direttrice Primerano si lascia a una considerazione finale: “Con questo evento sono stati superati due pregiudizi, quello dei giovani nei confronti di un museo diocesano e quello di chi ritiene che nei centri sociali si coltivi solo la violenza e non la cultura”.

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