Viaggio nel Museo Etnografico di San Michele tra 43 sale e 12mila oggetti esposti: targa del Rotary Trento a Tomasi e Faoro
Con il Rotary Club Trento in visita al museo che racconta la storia e le tradizioni delle genti trentine. Una struttura unica che merita di essere visitata da tutti anche per comprendere l'autonomia che la Provincia ha, motore di sviluppo che ha permesso al Trentino di uscire dalla povertà

SAN MICHELE. Il percorso espositivo copre 43 sale, snodandosi dal basso verso l'alto articolandosi su 5 livelli in 25 diverse sezioni, con più di 12.000 oggetti esposti. Racconta la storia delle genti che hanno abitato e animato il Trentino dal passato ai giorni moderni con una particolare attenzione al sistema agro-silvo-pastorale della montagna trentina ed alle lavorazioni artigiane di supporto al mondo contadino, giustamente definite “architetture rurali”, attraverso l’utilizzazione del legno, del ferro, del rame, della ceramica e dei tessuti, ove l’operosità e l’ingegno hanno consentito una non facile sopravvivenza. Senza dimenticare significative testimonianze della devozione e della religiosità di queste genti, della musica e del bellissimo e caleidoscopico folklore locale.
Nell’ambito delle attività culturali 2024-2025 svolte dal Rotary Club Trento, presieduto da Fabio Bernardi, è stata fatta una interessante visita al “Mets - Museo Etnografico Trentino San Michele” (“l’Etnografia” si occupa dello studio comparativo delle diverse culture umane). In precedenza “Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina (MUCGT)”. Il gruppo è stato accolto dal direttore Armando Tomasi e dal conservatore Luca Faoro. Tomasi ha iniziato l’incontro facendo una relazione sulla nascita e sull’evoluzione del Museo, nato nel 1968 e considerato, sotto il profilo della tecnologia popolare, il più importante d'Italia e tra i più significativi d'Europa. Il Museo si trova in un ex Monastero di Canonici Agostiniani a S.Michele all’Adige e concretizza le idee del Fondatore Giuseppe Šebesta (Trento 1919 – Fondo 2005), rimasto direttore fino al 1985, che così si espresse: “Ho creato la cassaforte dei trentini, la carta d'identità dei loro valori”.
Al piano terra vi è l'area dedicata all'arte mascalcia (del maniscalco, quella della ferratura dello zoccolo di equini e bovini), la fonderia del rame, il ferro battuto, il mulino, la fucina, la chioderia, l'agricoltura. Salendo si passa agli usi nuziali, fibre tessili, malga, apicoltura, arte del legno, segheria veneziana, carri e slitte e bosco. Al secondo piano le stufe a olle e ceramiche, al terzo costumi, riti dell'anno, musica e bande, devozione popolare, caccia. Nella cantina vi sono le Sale Šebesta con la “càneva” che era un locale ricavato nel seminterrato od al pianterreno dell’abitazione, ove si tenevano al fresco le provviste alimentari: speck e lucaniche, patate, mele, vino, grappe e formaggi. Caratteristiche le volte a botte.
Nel giardino, che circonda parzialmente i lati ovest e sud del Museo, vi sono la base in pietra di un torchio a trave pressante, e la relativa base di appoggio, sempre in pietra, della gigantesca vite. Il Museo, oltre ad avere una elevata attrattività, che riporta con fascino ai tempi passati, svolge un'intensa attività didattica, editoriale e di ricerca, in collaborazione con diversi musei in tutta Europa. E’ inoltre depositario dell’Archivio Provinciale della Tradizione Orale (APTO), che raccoglie gran parte dei materiali delle ricerche etno-musicologiche condotte nel Trentino a partire dal 1954.
Ulteriore eccellenza del Museo è la Biblioteca Šebesta, specializzata in antropologia culturale, etnografia alpina, storia locale trentina e studi di cultura materiale, che accoglie oltre 18.000 monografie ed un centinaio di testate di periodici. Quanto detto conferma la visione del direttore e della sua squadra, che il Museo non può e non deve essere considerato una sorta di “cimitero di oggetti”, bensì un laboratorio pulsante, un ponte che partendo dal passato si proietta nel futuro, trasmettendo alle giovani generazioni quella forza e quell’intraprendenza che ebbero i nostri avi. La visita è quindi proseguita con l’assistenza del curatore del Museo Luca Faoro, che ha illustrato alcune sale, commentando, con grande competenza, gli oggetti contenuti, il loro uso e la loro storia.
Faoro ha inizialmente descritto come il territorio trentino fosse suddiviso in fasce colturali a seconda dell’altitudine: nel fondovalle si trovava il paese con le attività produttive, gli orti ed i campi coltivati a seminativo. A mezzacosta era suddiviso tra il coltivato ed il prato, il cosiddetto “maggengo”, termine che richiama il prodotto agrario che matura nel mese di maggio, in particolare il fieno del primo taglio dei prati, detto anche “fieno maggese”. Più in alto era il bosco da cui poter ricavare legna da ardere, legname “da opera” e prodotti secondari. Più in alto lo spazio si apriva ai pascoli d’alta quota, dove nel periodo estivo si portavano gli animali nelle malghe.
Gli strumenti di lavoro e gli oggetti della vita quotidiana definiscono un lungo racconto per tappe su di un mondo popolare inaspettato, ricco di suggestioni e di creativa ingegnosità. Un museo davvero eccezionale, un ponte affascinante fra passato e futuro, che dovrebbe davvero essere visto da tutti, ma soprattutto dagli studenti trentini, anche perché li aiuterebbe a meglio comprendere l’Autonomia che ha la nostra Provincia, potente motore di sviluppo, che ci ha consentito di passare dalla povertà all’eccellenza. Ai due “anfitrioni” il presidente del Rotary Trento, Fabio Bernardi, ha consegnato la cartella commemorativa del 75esimo anniversario della fondazione del Rotary Trento, con tre opere originali dei soci artisti (Silvio Cattani, Roberto Codroico e Giorgio Chiarcos), contraccambiata da due bellissime pubblicazioni del Mets.














