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La battaglia di Lissa e l'appropriazione nazionale della sua memoria: la cocente sconfitta della marina regia compie 154 anni

Il 20 luglio 1866, al largo di Spalato, si combatté una battaglia navale rimasta nella storia più per la cocente sconfitta italiana che per le conseguenze. Il Regno d'Italia, infatti, avrebbe ottenuto di lì a breve Veneto, Friuli e Mantova, ceduti dall'Impero austriaco alla Francia affinché li girasse a Firenze, previo plebiscito sottoposto alla popolazione. L'evento, come prevedibile, subì processi memoriali difformi rispetto ai singoli contesti nazionali

Di Davide Leveghi - 21 luglio 2020 - 13:39

TRENTO. Erano i giorni in cui il Trentino meridionale assisteva all'avanzata dei volontari garibaldini, in cui l'eroe dei due mondi, deciso a puntare su Trento, si trovò costretto ad abbassare la testa e a pronunciare a malincuore quel famoso “obbedisco” rimasto fisso nella memoria nazionale. La Terza guerra d'indipendenza, il cui esito favorevole al Regno d'Italia garantì l'acquisizione di Veneto, Mantova e Friuli, non fu certo caratterizzato per le sonore vittorie sabaude.

 

La prima guerra in cui combatté il neonato Regno d'Italia, infatti, passò alla storia per le brucianti sconfitte oltre che, nella strada verso l'unificazione così come la conosciamo, per le acquisizioni territoriali. Tali batoste, non a caso, avrebbero spinto in sede di trattati di pace l'Impero austriaco a cedere i suddetti territori alla Francia, la quale, a seguito dei plebisciti sull'annessione all'Italia, a sua volta li consegnò a Firenze, allora capitale del Regno dopo lo spostamento della corte da Torino.

 

Custoza e Lissa sarebbero stati i nomi marchiati a fuoco nell'ultimo conflitto risorgimentale – la storiografia ufficiale italiana avrebbe parlato di “quarta guerra d'indipendenza” in riferimento alla Grande guerra combattuta tra il 1915 e il 1918; guerra a cui, differentemente rispetto alle altre acquisizioni, non seguì alcun plebiscito. Combattuta a fine giugno e sulla terraferma la prima, nello stesso luogo di un altro celebre confronto fra Regno di Sardegna e Austria, la seconda pesò invece sulla marina italiana fino almeno alla Grande guerra.

 

Era il 18 luglio 1866 quando al largo dell'isola di Lissa (Vis in croato), di fronte a Spalato, la potente squadra navale italiana, rimasta inoperosa fino a quel momento nel porto di Ancona, si mosse verso la fortificazione adriatica sotto controllo imperiale. Erano passate circa due settimane dalla sconfitta decisiva inferta dalla Prussia a Vienna a Sadowa, con cui la Germania concludeva il suo percorso d'unificazione.

 

Comandata dall'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, pungolato dal governo affinché muovesse la flotta, la marina italiana attaccò l'isola bombardando i forti posti a difesa dell'isola già dal 18 luglio. Tentato inutilmente lo sbarco sull'isola, la flotta italiana veniva spaccata in due dall'arrivo dei nemici, il giorno successivo. Giunto dal porto di Pola, l'ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff separava infatti la nave ammiraglia italiana (Re d'Italia) dal resto della flotta, affondandola con una speronata e cannoneggiando la corazzata intervenuta per salvarla (Palestro).

 

Con a bordo marinai e soldati croati, tedeschi, cechi e italiani (veneziani come triestini e istriani), le navi austriache infersero pesanti perdite ad una flotta regia costretta ben presto dalla spossatezza dell'equipaggio e dal peggiorare delle condizioni atmosferiche a prendere il largo in direzione di Ancona. Era il 20 luglio 1866. Sul “campo”, infatti, rimanevano 620 italiani contro a 38 austriaci.

 

Le conseguenze della cocente sconfitta italiana si riverberarono in tutta la penisola, cancellate solo dalle acquisizioni territoriali sancite nell'ottobre di quell'anno a Vienna. L'ammiraglio Persano, finito davanti all'Alta corte di giustizia, venne degradato e condannato per imperizia, negligenza e disobbedienza. Altri furono gli ufficiali che ci rimisero la carriera.

 

Ma a Lissa, soprattutto, il Regno d'Italia subì una batosta che solo la Grande guerra avrebbe rimosso. Glorificata in campo austriaco, con la costruzione di monumenti a Tegethoff, Lissa venne evocata dall'imperatore Francesco Giuseppe al momento della dichiarazione di guerra italiana all'Austria-Ungheria, nata tra l'altro un anno dopo la battaglia. “Il nuovo perfido nemico al sud non è per essa un nuovo avversario – scriveva il Kaiser rivolgendosi ai sudditi – le grandi memorie di Novara, Mortara, Custoza e Lisa che formano l'orgoglio della mia gioventù e lo spirito di Radetzky, dell'Arciduca Alberto e di Tegetthoff, il quale continua a vivere nella Mia armata di terra e di mare, mi danno sicuro affidamento che difenderemo anche i confini meridionali della Monarchia”.

 

Quegli stessi monumenti sarebbero stati rimossi una volta finito l'Impero austro-ungarico. In Italia, Lissa subì un processo di minimizzazione. Il vate Gabriele D'Annunzio, partecipante alla cosiddetta “beffa di Buccari” - famosa incursione navale compiuta dalla flottiglia Mas del Regio esercito nel febbraio 1918 – battezzò la vittoria austriaca come “una gloriuzza” cancellata dallo spregio del pericolo dei marinai italiani. Lissa venne “ingoiata” e “rimasticata” dalla propaganda italiana, ridicolizzata e ridotta ad una sconfitta i cui esiti furono sostanzialmente nulli.

 

Conosciuta per il ruolo dirimente svolto nella vicenda de I Malavoglia – nel romanzo di Giovanni Verga, infatti, la morte di Luca nella battaglia di Lissa, dopo il ritorno di 'Ntoni dal servizio militare e la morte in un naufragio di Bastianazzo con il carico di lupini, segna l'irreversibile destino della famiglia – e depositata nel subconscio nazionale, la battaglia di Lissa sarebbe tornata al centro di una rivendicazione memoriale da parte di Croazia e Slovenia, che in occasioni degli anniversari ricordano il contributo dei propri marinai, a dimostrazione di come una nazione, specie se giovane, debba nutrirsi di miti e costruirsi la propria "tradizione". 

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