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Le persone dietro ai numeri: dall’operatore del 118 alla coppia di anziani morta a poche ore di distanza, ecco le storie di alcune delle vittime del coronavirus

I positivi  ricoverati nei reparti di terapia intensiva non possono ricevere né un abbraccio né una carezza dai propri cari, ecco fino a che punto l’epidemia che sta cambiando le vite degli italiani. Dal trentino don Luigi Trottner a Diego Bianco, l’operatore del 118 rimasto in servizio fino alla comparsa dei primi sintomi. Un ricordo delle vittime del coronavirus

Di Tiziano Grottolo - 16 marzo 2020 - 13:10

TRENTO. L’ultimo dato, aggiornato alle 18 di domenica 15 marzo, parla di 9.663 persone ricoverate con sintomi di queste 1.672 sono in terapia intensiva, le persone attualmente positive al coronavirus sono 20.603, mentre i decessi sono saliti a 1.809. Questi i dati nudi e crudi dell’epidemia, ma dietro ai numeri ci sono le storie delle vittime.

 

In un primo momento si è parlato “della malattia che si porta via i vecchi”, un atteggiamento umano una di quelle frasi che si buttavano nella discussione per alleggerire una situazione che con il passare delle ore si faceva via via più pesante. Ora però non si scherza più, lo si dice a denti stretti, il coronavirus ha colpito l’Italia e questa ha dovuto chiudersi su sé stessa per cercare di limitare i danni.

 

Alcuni però non ce l’hanno fatta, altri purtroppo non ce la faranno, è il caso di Diego Bianco, 46 anni sposato e un figlio di 7 anni. Diego era un operatore del 118, morto cercando di salvare vite perché fino alla comparsa dei primi sintomi era rimasto in servizio. Come ha raccontato Riccardo Germani, sindacalista dell’Adl Cobas: “Diego era uno dei 700 operatori sanitari, medici, infermieri, soccorritori e oss che già sono stati contaminati. Era un lavoratore preparato, un soccorritore che ha sempre utilizzato i dispositivi di protezione individuali, non era anziano e non aveva altre malattie”.

 

Se ancora ce ne fosse bisogno questa è la dimostrazione che il virus non fa distinzioni, se è vero che le categorie di persone più esposte quelle con patologie pregresse e gli anziani è altrettanto vero che Diego non era né l’uno né l’altro. Diego si è spento nella notte tra venerdì 13 e sabato 15 marzo mentre era nella sua casa Montello colpito improvvisamente da una crisi respiratoria degenerata in arresto cardiocircolatorio. Il 46 enne non fumava, non beveva ed era in salute: un monito per tutti.

 

C’è poi la commovente vicenda di Luigi Carrara e Severa Belotti, una coppia di coniugi sposata da oltre 60 anni e residenti a Fiobbio di Albino, provincia di Bergamo. Una vita passata assieme, 86 anni lui, 82 lei, tutto è iniziato con i primi sintomi poi otto giorni in casa con la febbre a 39. Infine, il disperato ricovero all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, l’ultimo abbraccio con i figli che da quel momento non hanno più potuto avere dei contatti. In poco tempo il virus se li è portati via Luigi e Severa sono morti a poche ore di distanza l’uno dall’altro, forse con la consapevolezza di esserci ancora l’uno per l’altra. “Ciao papà e mamma – ha scritto il figlio su Facebook – questo brutto virus vi ha portato via tutti e due nello stesso giorno, continuerete a bisticciare anche lassù? Credo di sì, ma poi finiva tutto in un abbraccio”.

 

Di storie come quella dei coniugi bergamaschi ce ne sono a centinaia purtroppo i malati si spengono nella solitudine, la loro storia ha varcato persino i confini nazionali dopo che il quotidiano in lingua spagnola “El Mundo” l’ha riportata in un suo articolo. Una vicenda che commuove e accomuna molti perché a rendere tutto ancora più drammatico per i parenti c’è il fatto di non poter dare l’ultimo saluto, un abbraccio, una carezza. I reparti sono ovviamente sigillati sono il personale sanitario e chi guarisce può uscire.

 

Come raccontiamo ormai da giorni anche il Trentino è stato pesantemente colpito dall’epidemia, la chiesa trentina e la comunità di Campitello di Fassa hanno perso un’importante figura di riferimento, ci riferiamo a don Luigi Trottner, nato a Vigo di Fassa nel 1933. Don Luigi venne ordinato presbitero nel 1962, dopo aver svolto la sua attività fuori dalla provincia dal 1999 tornò nella sua Val di Fassa. In tutti questi anni don Luigi ha curato la parrocchia di Campitello, sempre a disposizione della sua comunità. Il 3 marzo aveva celebrato l’ultima messa, poi erano sopraggiunti i primi sintomi del contagio, l’86 si è spento nel reparto di terapia intensiva di Rovereto lo scorso 13 marzo senza poter salutare per l’ultima volta la Valle che tanto amava.

 

Queste sono solo alcune delle storie che ci toccano da vicino, l’Italia sta facendo del suo meglio per provare a contrastare il diffondersi dell’epidemia, nella consapevolezza che il picco dei contagi, e quindi la nostra ora più dura, deve ancora arrivare. Paradossalmente le uniche persone che avevano conosciuto circostanze simili, parliamo della Seconda guerra mondiale, sono quelle maggiormente colpite dal virus. Per trovare un’epidemia paragonabile (benché estremamente più mortale del Covid-19) bisogna tornare indietro al 1918 quando l’Europa venne travolta dall’influenza spagnola che nel mondo uccise milioni di persone. Oggi però, a differenza del secolo scorso, possiamo contare su sistemi sanitari migliori (nel caso dell’Italia fortunatamente pubblico) e conoscenze maggiori, affidandoci ai tanti operatori capaci e preparati, nella certezza che fin che saremo uniti e solidali fra noi “andrà tutto bene”.

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