Napo ha 30 anni, è scappato dal Togo e poi dalla Libia. Ora lavora in ospedale. "Eravamo 124 su quel barcone. Vogliamo la pace, non siamo cattivi"
Napo ha gli occhi buoni. Come può, lui, essere cattivo? Le sue parole suonano come una giustificazione, un tentativo di difesa, come se scappare fosse una colpa, come se arrivare su barcone avesse un'assurda implicazione morale. Anche questo, apparentemente banale, particolare basterebbe per comprendere l'immensità della tragedia che si sta consumando qui, a casa nostra, dove un ragazzo di 30 anni, scappato da miseria e paura, si sente in dovere di rimarcare che no, "loro" non sono "cattivi"

TRENTO. Napo Nadjombe ha 30 anni ed è arrivato in Italia circa tre anni fa, il 2 aprile 2017. Oggi, insieme ad altri ragazzi e altre ragazze, pure lui è sceso in piazza per la Giornata Mondiale del Rifugiato organizzata da diciannove associazioni trentine nel nome dell'accoglienza e dei diritti per tutti (QUI ARTICOLO).
Napo ci accoglie in Piazza Duomo con un coloratissimo cappello, uno di quei capelli cui era tanto affezionato Bob Marley. Amo la musica reggea, ci confessa con un enorme sorriso nascosto dietro la mascherina. La sua storia è quella di tanti altri, costretti a lasciare la propria casa, il proprio Paese, la propria famiglia e intraprendere un viaggio, meglio, il viaggio.
E' nato in Togo, Napo, nel 1990. Cinque anni fa, ci racconta, per motivi politici ha dovuto lasciare il suo Paese e, dopo un viaggio durato parecchi giorni attraverso Benin e Niger, è arrivato in Libia. "Qui ho iniziato a lavorare come piastrellista", continua Napo. Dal 2015 al 2017 ha continuato a lavorare con le maestranze libiche fino a quando, nell'autunno 2017, sono iniziati una serie di bombardamenti e Napo, ancora una volta, si è trovato costretto a scappare.
"Abbiamo viaggiato per otto giorni nel deserto, su uno di quei camioncini aperti, fino alla città di Sabrata sulla costa. Da lì, poi, ci siamo imbarcati alla volta di Siracusa. Eravamo 124 su quel barcone, comprese donne e bambini. Siamo partiti all'una di notte di venerdì 31 marzo e siamo arrivati a Siracusa il 2 aprile". E' sconvolgente, e commovente allo stesso tempo, vedere come i ricordi siano in lui ancora così vividi. Il 31 marzo era effettivamente un venerdì. E lui se lo ricorda. Si ricorda quella notte, si ricorda che era un venerdì. Basterebbe solo questo, apparentemente banale, particolare per comprendere l'immensità della tragedia che si sta consumando alle porte di casa nostra. Che era venerdì, Napo, non lo dimenticherà mai.
Dopo lo sbarco a Siracusa, Napo si è diretto subito verso il Nord. "Il 4 aprile sono arrivato a Trento, con l'autobus, alla residenza Fersina. Ho frequentato le Scuole Medie a Pergine, ho lavorato per un anno in una fabbrica di Mezzolombardo e ora lavoro all'Ospedale, in cucina".
"Noi cerchiamo la pace - continua -, da dove veniamo non c'è". Si ferma un attimo e poi aggiunge quattro parole. Solo quattro parole che, però, hanno il peso d'una sentenza: "Noi non siamo cattivi". Napo ha gli occhi buoni. Come può, lui che si ricorda quel venerdì, essere cattivo? Le sue parole suonano come una giustificazione, un tentativo di difesa, come se scappare fosse una colpa, come se arrivare su un barcone avesse un'assurda implicazione morale. Anche questo, apparentemente banale, particolare basterebbe per comprendere l'immensità della tragedia che invece si sta consumando qui, a casa nostra, dove i muri sono sempre più alti e le braccia sempre più strette, dove un ragazzo di 30 anni, scappato da miseria e paura, si sente in dovere di rimarcare che no, "loro" non sono "cattivi".
Napo ci lascia: la Racatum Band lo sta aspettando proprio lì, accanto alla fontana del Nettuno. Come possono iniziare senza il percussionista? Poco lontano incontriamo Sana, che ci racconta una storia simile. E' in Italia, anche lui, da circa tre anni. Viene dalla Guinea, lui, e il suo viaggio, tra varie peripezie, è durato ben quattro anni. Stesso iter: prima il deserto libico e poi su un gommone. "Eravamo in 150", dice. Cosa vuol dire stare, in 150, su un gommone, nel bel mezzo del nulla, di notte, con il rumore delle onde e il pianto dei bambini, solo Sana lo sa.
Durante la Giornata è intervenuta anche Serena Fait, presidente dell'associazione Il Gioco degli Specchi. Ha ricordato i numeri dell'ultimo report delle Nazioni Unite su profughi e rifugiati. Numeri in continua crescita, che spesso si fa fatica anche a pronunciare. Ma dietro quei numeri ci sono storie. Dietro quelle cifre ci sono volti, come quello di Napo che, ci tiene a ribadirlo, "non è cattivo".


















