Prende i buoni famiglia prima del Covid ma se li vede tolti dalla Pat perché non rientra nei nuovi requisiti. "Delusa, anche in Trentino alle madri conviene stare in casa"
Anna, impiegata pubblica che vive in Piana Rotaliana, si è vista togliere i buoni per la conciliazione lavoro famiglia ottenuti prima dell'emergenza Covid. La Provincia, infatti, li ha ritirati retroattivamente fissando nuovi requisiti di reddito, in cui il suo nucleo familiare non rientrava. Iscritta la figlia a un asilo nido privato per la scarsità di posti disponibili nelle strutture pubbliche, dovrà così pagare una retta superiore alle sue entrate mensili. "Anche in Trentino alle madri conviene stare in casa"

TRENTO. La vicenda di Anna potrebbe essere quella di molte altre madri trentine. Impiegata nel pubblico come insegnante, prima dell'emergenza sanitaria aveva fatto richiesta per i buoni di servizio per conciliazione lavoro famiglia. La figlia, di poco più di un anno, avrebbe infatti dovuto cominciare a frequentare l'asilo nido. Inizialmente ottenuti, ad agosto ha avuto però la cattiva notizia: quei fondi erano stati ritirati.
A ritirarli, retroattivamente, è stata la Provincia, l'istituzione che gestisce la fruibilità di questi bonus erogati attingendo alle finanze europee. I requisiti Icef, infatti, non erano soddisfatti, avendo un reddito superiore al nuovo tetto imposto dalla Provincia. Anna, che per ovviare alla scarsità di posti disponibili nelle strutture pubbliche della Rotaliana, dove vive, si era vista costretta a rivolgersi a un asilo nido privato, si troverà così a dover pagare per intero una retta che calcola essere superiore alle sue entrate mensili.
Ancora a maggio Stefania Segnana aveva annunciato lo stanziamento da parte della Pat di 4,5 milioni di euro da destinare alle famiglie sotto forma proprio di buoni di servizio. “Ne beneficeranno circa 900 famiglie”, aveva dichiarato l'assessora, provocando le proteste di alcuni membri della minoranza per l'esclusione di molti nuclei familiari. “Una misura necessaria ma rimarranno escluse tante famiglie e le madri che lavorano in smart working”, aveva denunciato l'ex assessora alle politiche sociali e consigliera del Partito democratico Sara Ferrari.
“Ad agosto – racconta la protagonista della vicenda – mi è stato comunicato che i buoni, appena ottenuti per un importo di 2000 euro, utili a coprire almeno la metà della retta, erano stati congelati. Tutte le famiglie avrebbero dovuto rifare la richiesta, ma secondo il calcolo dell'Icef il mio reddito familiare va oltre la soglia minima. Così, da un momento all'altro, mi sono vista privata di un bonus che aveva una scadenza fissata per il 2021. La delusione è grande”.
“Dopo l'emergenza, infatti, le modalità di erogazione dei buoni sono cambiate. I requisiti sono stati modificati, ma questo cambiamento è avvenuto in corso d'opera. La mia difficoltà a pagare la retta è condivisa da tutti quei genitori che si sono visti revocati gli aiuti, e anche da quelli che li hanno riottenuti secondo i nuovi requisiti, visto che prima di riceverli passerà del tempo. L'iscrizione di mia figlia ad una struttura privata era stata giustificata dalla convinzione che avrei potuto contare sui finanziamenti. Dal 20 agosto, però, questa convinzione è venuta meno quando mi sono vista ritirare i fondi”.
Già cominciato l'inserimento della figlia a inizio agosto, Anna si troverà così a dover pagare una retta piuttosto consistente. “In Piana c'è un unico nido sovracomunale di Mezzocorona e Mezzolombardo con soli 11 posti disponibili – spiega – per questo mi sono rivolta ad una struttura privata. Sono soddisfatta, mia figlia ha già fatto l'inserimento, rimarrà lì anche perché non mi posso permettere di richiedere il congedo (non pagato). Quest'anno, pertanto, non metterò da parte niente, anzi, andremo in perdita. Così, tra l'altro, caleremo come reddito e potremo rientrare nei requisiti Icef”, aggiunge amara.
Il dispiacere è tanto, la perdita economica importante. Ma oltre al danno, Anna ha avuto anche la beffa. “Avendo fatto la richiesta per i buoni di servizio non ho potuto fare anche quella per i bonus bebè. Così, oltre a non aver ottenuto i fondi per la conciliazione lavoro famiglia, ora non posso fruire nemmeno dell'assegno di 80 euro al mese. Per ora posso usufruire solo del bonus Inps, ma quello che mi fa più arrabbiare è la comunicazione intempestiva e la disorganizzazione mostrata dalla Provincia. Anche in Trentino appare così vero ciò che si dice del resto d'Italia: alla donna conviene rimanere a casa”.


















