"Cortina: regina o matrigna?", la denuncia di una mamma costretta a scegliere tra lavoro e famiglia: "Deprimente che sia coinvolta un'azienda partecipata al 100% dal Comune"
Una mamma si è trovata costretta a dover scegliere tra il lavoro e la famiglia. La denuncia dell'avvocato: "L'azienda, partecipata al 100% dal Comune, non si è nemmeno presentata al tavolo di confronto della Consigliera di parità provinciale e ha rifiutato anche la proposta di una formula mista tra presenza e smart working"

CORTINA D'AMPEZZO. Ancora, l'ennesimo, caso di una donna che si è trovata costretta a scegliere tra la famiglia e il lavoro. Nel mirino, però, una società partecipata al 100% da un ente pubblico. Una sostanziale chiusura alla modalità smart working e la non volontà dell'azienda (che non si è inizialmente presentata al tavolo di confronto convocato dalla Consigliera di parità provinciale, di valutare una soluzione mista (presenza e lavoro agile) proposta dall'avvocato e dalla cliente, nonostante 140 chilometri da percorrere con due bimbi piccoli a casa. "Cortina d'Ampezzo, regina o matrigna?", chiede l'avvocato che segue la vicenda.
"Trovo davvero sconfortante che nel 2025 ci siano ancora realtà datoriali che mettono le donne di fronte al bivio tra famiglia e lavoro", questa la denuncia dell'avvocato Ivan Borsato, già consulente legale della Consigliera provinciale di parità e da un ventennio impegnato come giuslavorista nel foro bellunese. "Trovo ancora più deprimente che a farlo sia una società partecipata al 100% da un ente pubblico, che dovrebbe dimostrare maggior responsabilità in tema di conciliazione vita-lavoro e di tutela della condizione delle lavoratrici madri".
L'avvocato presenta il caso, che l'ha visto direttamente impegnato professionalmente e che interessa la SeAm-Servizi Ampezzo Unipersonale e Cortina Marketing, il braccio operativo del Comune ampezzano nella promozione turistica. "Mi dispiace che questa mancanza di sensibilità sia avvenuta a Cortina d'Ampezzo: località che, soprattutto in questo periodo e per i prossimi mesi in vista dell'appuntamento olimpico, sarà al centro dell'attenzione e che ha perso, a mio parere, un'occasione per dare un virtuoso esempio di adeguamento a modelli lavorativi sicuramente più evoluti come quello nordico, caratterizzato da una maggiore inclinazione verso reali sistemi di conciliazione famiglia-lavoro".
La questione, spiega il legale, è scoppiata negli ultimi mesi, ma le avvisaglie c'erano da tempo: la storia di “Lisa” (nome di fantasia) è dipendente di Cortina Marketing dal 2023 dopo aver vinto un bando pubblico promosso da SeAm.
"All'epoca vive a Belluno con il compagno, quando ottiene il posto ha già un bambino piccolo, in lista d’attesa per l’asilo nido". Siamo a gennaio e in aprile, Lisa scopre di essere nuovamente incinta.
"A maggio, il medico del lavoro, visto l'importante pendolarismo tra il domicilio e la sede dell'ufficio, le prescrive la maternità anticipata o, in alternativa, lo smart working". A Lisa però "il lavoro piace, vuole continuare a lavorare, sta bene e si sente in grado di farlo; così, accetta di continuare a lavorare in presenza, facendo ben 140 chilometri al giorno".
A giugno l’azienda non può più ignorare il parere del medico del lavoro e, da un giorno all’altro, si vede costretta a concedere lo smart working alla lavoratrice.
"Nemmeno il tempo di finire l'estate, ed ecco che al settimo mese di gravidanza Cortina Marketing intima a Lisa di entrare in maternità, premurandosi di precisarle che 'nel caso si fosse avvalsa della flessibilità del congedo, la società avrebbe assunto poi di conseguenza le decisioni del caso, valutando se ci fossero ancora le condizioni per lo smart-working'. Già da questa condotta si evince a mio parere la scarsa inclinazione, per usare un eufemismo, verso il tema della conciliazione vita-lavoro, un principio evidentemente da costruire anche dal punto di vista culturale, stante la ritrosia di molti, troppi datori di lavoro anche solo a concepire l'esistenza di efficaci strumenti organizzativi idonei a contemperare le esigenze aziendali con la cura dei figli, promuovendo il benessere individuale ed evitando il cosiddetto burn-out".
A rendere la situazione ancor più delicata sono i fatti che avvengono da aprile 2025 in poi. "Lisa diventa mamma per la seconda volta a novembre 2024, la piccola nuova arrivata ha cinque mesi e non ha ancora iniziato lo svezzamento", evidenzia Busato. "Nonostante questo, l'azienda fa pressione perché rientri dal congedo parentale il prima possibile e viene tuttavia revocata la possibilità di lavorare da remoto".
Questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Da questo momento, infatti, Lisa coinvolge l'avvocato Borsato e decidono di rivolgersi alla Consigliera di parità provinciale, Flavia Monego, che apre un tavolo di confronto sulla questione.
"Alla prima convocazione l'azienda non ha nemmeno ritenuto di presenziare, evidentemente sottovalutando l'importanza non solo della questione, ma anche del ruolo istituzionale della Consigliera di parità, la quale non ha potuto che osservare amaramente come, in 5 anni di incarico, non si sia mai verificato che un datore di lavoro convocato non si sia nemmeno presentato all'incontro. Francamente, mi aspettavo che la società incaricasse un proprio rappresentante almeno per precisare le concrete ragioni ostative alla concessione del lavoro in modalità agile, invece all'incontro non si è presentato nessuno".
Solo dietro insistenza della stessa Consigliera e il coinvolgimento dell'Ispettorato del lavoro (le cui funzioni di vigilanza si estendono, come noto, anche al rispetto della normativa antidiscriminatoria), la società "si è degnata di farci contattare da una loro legale, che ha frettolosamente ribadito che, per il presidente della società, il problema non sussiste e che lo smart-working non è previsto per nessun dipendente, salvo casi eccezionali", denuncia Borsato.
"In questi mesi si sono susseguiti altri due incontri, ai quali ha presenziato anche l’ispettorato del lavoro, senza alcun esito: l’azienda si è letteralmente barricata dietro le parole della propria legale ("collegata da remoto e qui l'ennesima beffa", rimarca l'avvocato Borsato), ribadendo che per loro non c'è alcun margine di discussione. Anzi, l’azienda si è schermata dietro la surreale affermazione per cui, concedendo lo smart-working alla mia assistita, si realizzerebbe una discriminazione nei confronti di tutti gli altri dipendenti, come se tutti gli altri dipendenti si trovassero nelle stesse condizioni della mia assistita: madre con bimbi piccoli e residente a 70 chilometri dal luogo di lavoro".
Inoltre, "l'azienda sostiene che il tipo di lavoro di Lisa sarebbe impossibile da svolgere totalmente da remoto, cosa che, va precisato, la mia assistita non ha mai chiesto: dopo l'ordine di rientrare in ufficio, abbiamo chiesto più volte di precisare quali fossero le effettive e concrete mansioni che non possono essere svolte (anche) da casa con l'utilizzo di pc e connessione alla rete, ma non ci è stata data alcuna precisa risposta".
A quel punto, il legale e la sua assistita hanno formalizzato una proposta di accordo che prevedeva, per i prossimi mesi, una formula mista: tre giorni settimanali di lavoro da casa e due in sede a Cortina. "Questo a dimostrazione del fatto che il primo interesse della mia cliente è sempre stato ed è quello di tornare a svolgere il proprio lavoro, per la quale è stata selezionata da quella stessa azienda che oggi invece di fatto la penalizza".
Un caso come purtroppo molti altri in Italia: "Ribadisco però come sia preoccupante che questo categorico rifiuto a trovare una soluzione equa e ragionevole giunga da una società a partecipazione pubblica, l’azienda é infatti partecipata al 100% dal Comune di Cortina d’Ampezzo, che per definizione dovrebbe essere più sensibile al tema delle pari opportunità. Cortina è innegabilmente la Regina delle Dolomiti, ma questa storia racconta di aziende che si comportano da matrigne nei confronti di lavoratrici che nulla chiedono in più rispetto alla tutela dei diritti propri e dei propri bambini".
Una vicenda particolarmente delicata e amara per il legale. "La mia assistita, dopo l’ennesimo niet e consapevole di compiere una sorta di 'suicidio professionale', pur avendo un impiego a tempo indeterminato che l'ha sempre vista coinvolta con passione, mi ha permesso e anzi chiesto di rendere pubblica questa vicenda perché questa inadeguata considerazione dell'evento maternità da parte di un datore di lavoro coinvolge ancora troppe lavoratrici. Non è accettabile che nel 2025 una madre sia ancora costretta a scegliere tra lavoro e cura dei figli. Purtroppo, a fronte di imprese indubbiamente virtuose e attente, ci sono in provincia ancora casi come questo e non sempre le lavoratrici hanno il coraggio di far valere i propri diritti. Qui l'impegno non è più la difesa di un posto di lavoro, è evidente: portiamo alla luce questo caso per dare un contributo al contrasto alle discriminazioni verso le donne, le mamme, le lavoratrici tutte. Fino a quando non vi sarà una maggior sensibilità alla conciliazione vita-lavoro, noi continueremo a lottare per i diritti di tutte le Lisa", conclude Borsato.












