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Quando il Regno d'Italia partecipò a suon di violenze alla spartizione della Cina. "La bandiera della civiltà è stata ammainata"

Centoventi anni fa entrava nel vivo la repressione da parte dei corpi di spedizione di 8 potenze (Francia, Regno Unito, Germania, Russia, Stati Uniti, Giappone, Italia e Austria-Ungheria) della rivolta dei boxer, con cui importanti strati della popolazione cinese si ribellava alla modernizzazione portata dagli stranieri e alle campagne di evangelizzazione cristiana. A migliaia di chilometri dalla penisola, i soldati italiani partecipavano così alla barbarie coloniale ai danni del morente Impero manciù, ottenendo una concessione persa solo nel 1943

Di Davide Leveghi - 09 luglio 2020 - 13:39

TRENTO. Accorso al porto di Napoli per salutare il contingente imbarcato per la Cina, re Umberto I di Savoia non poteva certo sapere che il suo regno sarebbe durato altri 10 giorni. Il 29 luglio 1900, infatti, a Monza l'anarchico Gaetano Bresci lo colpiva con delle rivoltellate, vendicando le cannonate sulla folla di due anni prima a Milano, quando il generale Bava Beccaris, poi omaggiato dallo stesso monarca per la repressione della manifestazione, cannoneggiava la folla scesa in strada per protestare contro l'aumento del prezzo del pane.

 

Suo figlio ed erede al trono Vittorio Emanuele III non condivideva l'entusiasmo del padre per quell'impresa a migliaia di chilometri, nei possedimenti stranieri affacciati sul Pacifico cinese. Il disastro di Adua, avvenuto 4 anni prima, in cui per la prima volta un esercito occidentale veniva sbaragliato da uno africano, aveva lasciato nel Paese una forte diffidenza verso “avventure” coloniali del genere.

 

Eppure, la “rivolta dei boxer”, scoppiata nel novembre del 1899, aveva spinto Francia, Germania, Stati Uniti, Russia, Giappone, Regno Unito, Regno d'Italia ed Austria-Ungheria a costituirsi in un'alleanza, passata alla storia come l'Alleanza delle otto nazioni, ad inviare oltre 20mila uomini per liberare le legazioni straniere a Pechino dall'assedio di migliaia di yihetuan (“i pugni della giustizia e della concordia”), ribelli divenuti famosi in Europa come i “boxer”, vista l'organizzazione della rivolta attorno a molte scuole di kung fu.

 


 

Contadini senza terra, carrettieri, artigiani, portatori di sedie, piccoli funzionari, ex soldati, i “boxer” si erano sollevati contro la modernizzazione portata in Cina dagli stranieri – e che minacciava seriamente molti posti di lavoro – e contro le missioni di evangelizzazione cattoliche e protestanti, accusate di accumulare ricchezze, servendosi dei convertiti per i propri scopi. Attaccate chiese e fabbriche, i cinesi ribelli avevano messo a ferro e fuoco la popolosa città di Tianjin e di Pechino, estendendosi verso tutte le regioni settentrionali.

 

Fanti, bersaglieri, carabinieri, marinai, il contingente italiano contava oltre 2000 uomini, svolgendo un ruolo di secondo piano – parimenti alla condizione italiana di fronte alle grandi potenze – tanto da non poter contare su alcuna risorsa in loco. Lo scarso equipaggiamento, d'altronde, veniva evidenziato dalle testimonianze dei presenti, come dal celebre inviato del Corriere della Sera Luigi Barzini, puntuale anche nel metter in evidenza la gratuità della violenza con cui l'Alleanza reprimeva la “jacquerie” cinese.

 

Ogni freno è stato spezzato – scriveva il corrispondente del più importante giornale italiano dell'epoca – si direbbe che la bestia umana abbia preso il sopravvento sull'uomo. L'assassinio, il saccheggio e l'incendio non hanno risparmiato né una casa né un fuggiasco […] da tale momento la bandiera della civiltà avrebbe dovuto essere ammainata. Un ufficiale di artiglieria tedesco mi ha detto che ammazzava un cinese al giorno per sostenere il morale delle sue truppe”.

 

Per recuperare il prestigio perso ad Adua quattro anni prima, il governo italiano aveva dunque inviato un contingente nel tentativo di far riconoscere il Regno d'Italia nel novero delle grandi potenze. Da Tianjin, esso marciava assieme alla spedizione internazionale puntando su Pechino e lasciando dietro di sé una striscia di morte e distruzione. Il 14 agosto 1900, vinta l'ultima resistenza, si poneva fine all'assedio delle legazioni, durato 55 giorni, con un bilancio di 76 stranieri uccisi e 150 feriti. Cominciava così la spartizione della capitale di un Impero ormai da tempo avviato sulla strada del declino.

 

Da parte loro, gli italiani – che sul campo lasciarono 18 caduti – ottenevano parte di un oneroso indennizzo di guerra imposto alla Cina e una concessione di oltre 450mila metri quadri nella città di Tianjin. Compresa fra le concessioni russa e austriaca, quella italiana poteva contare su circa 17mila abitanti, stipati però in tuguri fangosi e in una zona paludosa che sarebbe costata non poco per la sua bonifica.

 

L'avventura cinese si lasciava alle spalle la partecipazione italiana all'ennesima rapina coloniale ai danni della Cina, oltre che alle violenze e ai saccheggi imposti alla popolazione civile. La concessione di Tianjin – o Tientsin – si sarebbe allargata dopo la Grande Guerra e il conseguente inglobamento della parte austriaca. Da lì sarebbe passato il celebre Battaglione Nero, composto dai soldati austro-ungarici di lingua italiana, tra cui molti trentini, caduti prigionieri dei russi e protagonisti di un vero e proprio giro del mondo finalizzato a dimostrare l'attaccamento alla nuova patria.

 

Il regime fascista, da parte sua, ne avrebbe rinforzato il carattere italiano, costruendo una casa della cultura tutt'ora in piedi e caratterizzata da grandi fasci littori. La concessione, però, sarebbe stata strappata agli italiani dagli ex alleati giapponesi dopo l'8 settembre 1943. Nella Cina popolare e comunista, infine, il palazzo coi fasci avrebbe continuato a campeggiare, ristrutturato come Centro sportivo e visitabile a scopo turistico.

 


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