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Test sierologico per 35 aziende trentine, De Santa: "Strumento prezioso ma l'Apss deve dare linee guida precise come le altre regioni. Ad oggi poca chiarezza"

Sono 35 le aziende che in queste ultime tre settimane hanno scelto di sottoporre i propri dipendenti al test sierologico. Azelio De Santa: "Le aziende investono su questo strumento di indagine, ed è giusto che ricevano un riscontro efficiente da parte dell'Azienda sanitaria. Nella fase-2 e nella fase-3, infatti, l'obiettivo sarà quello di localizzare velocemente i focolai e gestirli in modo veloce e efficace. Serve chiarezza"

Di Lucia Brunello - 30 maggio 2020 - 06:01

TRENTO. E' già da tre settimane che i dipendenti delle aziende trentine hanno iniziato ad essere sottoposti al test sierologico: uno strumento che non vuole attestare un "si" o "no" all'immunità dal coronavirus, ma che mette in evidenza la presenza di anticorpi diretti contro il Covid-19 e che quindi si trasforma in un prezioso indicatore utile per capire su chi è bene fare dei tamponi di approfondimento. Tamponi che, ad oggi, nella Provincia di Trento, sono ancora ad uso esclusivo dell'Apss.

 

“Le aziende sono spinte a pagare per sottoporre i propri dipendenti ai test, perché vogliono evitare i contagi in ambiente di lavoro e quindi sia tutelare la continuità lavorativa dell'azienda, sia la salute dei colleghi”, spiega a ilDolomiti Azelio De Santa, segretario del Trentino Alto Adige dell'associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma) e direttore sanitario di Progetto Salute. “L'esigenza di voler azzerare il rischio di contagio è certamente aumentata dopo che l'Inail, con una sua circolare, ha stabilito che i casi di contagio da Covid-19 in azienda saranno catalogati come infortunio sul lavoro”. Un grande rischio, quindi, e specialmente se si considera che, qualora un dipendente malato di Covid-19 dovesse trovare complicazione della malattia fino alla morte, il datore di lavoro potrebbe essere imputato di omicidio colposo

 

In trentino sono oltre 35 le aziende (da quelle con 5 a quelle con 1.200 dipendenti) che finora hanno scelto di "sottoporsi" al test.

 

“Fare il test sierologico - continua De Santa - è un indicatore della bontà e dell'efficacia delle misure che l'azienda ha messo in campo per evitare il più possibile il contagio". Ma qual è la procedura che viene attuata qualora un dipendente dovesse risultare positivo al test? “La persona positiva al sierologico viene isolata a domicilio e inviata dal medico di base a fare il tampone. Nel frattempo, il datore di lavoro individua le persone che nei 2 giorni precedenti potrebbero essere entrate in contatto con quella e, nel momento in cui il tampone dovesse confermare la sua contagiosità, anche quelle verrebbero isolate”.

 

Considerato questo, si potrebbe quindi anche pensare che diverse aziende decidano di non sottoporre i propri dipendenti al test, proprio per timore che, qualora un dipendente o più risultassero positivi al tampone, allora tutta l'impresa rischierebbe di richiudere i battenti. “Tenderei ad escluderlo, e questo perché la maggior parte dei test viene fatta su persone che stanno rientrando al lavoro dopo il lockdown, e quindi che o non hanno lavorato, o lo hanno fatto a distanza o seguendo tutte le disposizioni di sicurezza adottate nel frattempo dalle imprese”.

 

In questo panorama, però, una delle principali criticità ad emergere è diretta conseguenza dell' assenza di linee guida da parte dell'Apss. “Abbiamo riscontrato più volte resistenza e confusione da parte dei medici di base - spiega De Santa - nel prescrivere al paziente sia il tampone che, soprattutto, l'isolamento fiduciario per i due giorni di attesa al suo esito, e questo perché non hanno ricevuto disposizioni precise. La cosa più difficile da far capire ai nostro colleghi è che di fronte ad un test sierologico positivo, si pone un sospetto di contagiosità che va subito approfondito e gestito con tutte le precauzioni. E a dirlo non sono solo io, ma anche le linee guida emesse da diverse regioni del nord italia tra cui Veneto, Lombardia, Piemonte e Emilia Romagna".

 

“Più volte, come rappresentante Anma, ho chiesto di creare un canale diretto per la richiesta dei tamponi. Questa richiesta, purtroppo, non è ancora stata accolta quando invece sarebbe bene che l'Azienda sanitaria fornisse delle indicazioni più chiare in modo tale che si creasse una condivisione di comportamento. Se il medico di base vede il test positivo, prescrive il tampone ma non l'isolamento fiduciario quarantena, allora la persona può continuare a girare liberamente, anche se positiva. Questa è, chiaramente, un'eventualità che va assolutamente evitata”.

 

In ultimo, De Santa, sottolinea come il tampone sia uno strumento indispensabile e prezioso, ma di scarsa utilità se non abbinato ad un test sierologico. Molto spesso, infatti, una diagnosi non si fa con i tamponi, ma con la combinazione di test e tampone. “Due tamponi negativi alla fine della quarantena non ti possono dire se hai fatto il Covid-19. Se invece dimostro che la persona ha gli anticorpi al test sierologico e due tamponi negativi a fine quarantena, allora posso dire  con certezza che questa l'ha contratto e poi è guarita”.

 

"Ci sono aziende che investono sui test sierologici -continua il segretario - ed è quindi giusto ricevano un riscontro e un aiuto da parte dell'Apss per completare l'iter diagnostico. Io sto cercando di trovare un meccanismo che funzioni bene, che riduca i tempi di isolamento e che riduca anche i rischi di lasciare al lavoro delle persone contagiose. Che vengano quindi delineate presto delle linee guida visto che, nella fase-2, e soprattutto nella fase 3, l'obiettivo sarà quello di localizzare velocemente i focolai e gestirli in modo veloce e efficace", conclude.

 

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