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Chiude lo storico locale della Cantinota di Padergnone. Era gestita dai fratelli Bressan dal 1933

Lo storico locale della Cantinota di Padergnone ha definitivamente chiuso i battenti. La pandemia ha infatti dato il colpo di grazia ad una locanda familiare aperta dal 1933 e gestita ininterrottamente dai fratelli Bressan. Se ne va così un punto storico d'incontro per i trentini e i tanti turisti della Valle dei Laghi e delle Dolomiti di Brenta

Foto di Alberto Migliorini
Di Nereo Pederzolli - 28 gennaio 2021 - 15:59

PADERGNONESmantellata non solo per colpa pandemica. Nei giorni scorsi è andato in scena l’atto finale di una storia di vino come rari altri paesi possono vantare: la Cantinota di Padergnone cessa definitivamente l’attività. Le sue porte erano rimaste spalancate- ininterrottamente – dal lontano 1933.

 

Un baluardo di semplice proposta vinaria, imbastita – perché oltre al vino non mancavano succulenti panini farciti con altrettanto sostanziose pietanze – negli avvolti di una casa sul ciglio della Gardesana, proprio davanti all’unico piazzale che consentiva la sosta a quanti da Trento volevano raggiungere il Garda o le Dolomiti di Brenta. Perché davanti la Cantinota si doveva passare, per forza. Almeno fino ai primi anni ’70. Non c’era alternativa alla viabilità d’un tempo. Così la sosta era d’obbligo. Per quanti dalla valle dei Laghi portavano su carri trainati da buoi legna od ortaggi verso il mercato di Trento, per i pionieri del trasporto su ruota, ma soprattutto per orde di giovani - il termine orda è pienamente appropriato – che dai tre fratelli Bressan potevano davvero "sbaraccare" tra vino schietto e pantagrueliche abbuffate. Spendendo il giusto.

 

Nessuna concessione all’effimero: solo sostanza. Una gestione assolutamente familiare, il valore del cibo proposto senza alcuna ostentazione. Né estetica, neppure modaiola.

 

Lo hanno fatto per decenni, con Ezio, Luciano e Alberto, coadiuvati da Rina, la consorte di Ezio. Un quartetto per tanto tempo pienamente operativo, nonostante l’età: complessivamente, i quattro della Cantinota, mettevano assieme oltre 330 annate! Un record di convinta disponibilità al servizio della clientela più schietta. Poi gli acciacchi si sono presi prima Luciano e poi Alberto, nel dicembre 2016. Un lutto che inizialmente non aveva completamente scoraggiato Ezio, 97enne,  anche se qualcosa s’era incrinato, almeno nell’integrità – e per certi versi "mitica" atmosfera di questa storica bottega vinaria. Un posto che ha testimoniato l’evoluzione dell’ospitalità montanara. Aperto come "dependance" dell’albergo di famiglia, il Gallo, struttura sulla quale l’insegna indicava "alloggio e stallo", tanto per ribadire che buoi o cavalli trovavano ristoro al pari dei loro "conducenti".

 

Bottega sempre aperta, anche in periodi bellici, tra il viavai di soldati e di paesani affamati. Con i Bressan che divulgano il vino di casa senza dimenticare il Vino Santo, quello che un loro compaesano, Rebo Rigotti, studiava mentre sperimentava nuove varietà di vite, per vini altrettanto singolari e decisamente "Made in Padergnone" ovvero "by Cantinota". Con una singolare particolarità: nei profondi "canevini" si poteva accedere anche solo per gustare un bicchiere di vino, portandosi da casa il companatico. Questioni di budget, si direbbe oggi, sicuramente uno specchio dei tempi perduti…

 

La mescita del vino era decisamente popolare. Niente si centellinava. Si pagava un fisso e si beveva praticamente a volontà. Con un divieto: senza trarlo en tera! Atto decisamente pop per un bere rock. Arredo spartano, specialmente nello spazio riservato alla mescita. Tavoloni ricavati da enormi botti, sentori di legno e di un vissuto orgogliosamente illustrato da una miriade di fotografie, tra avventori famosi, politici, monsignori e l’infinita schiera di coscritti e goduriosi bevitori nostrani senza dimenticare vacanzieri giunti da luoghi remoti, Siberia compresa. E ancora. Esposti attrezzi rurali testimoni delle fatiche contadine, raccolte di monete coniate all’estero, banconote fuori corso, cimeli di vita trentina e bottiglie simboli di audaci vinificazioni contadine.

 

I Bressan devono essere annoverati sicuramente tra i pionieri dell’offerta turistica della vallata. Sono stati loro, a turno, che già negli anni ’50, in sella ad una Lambretta, raggiungevano Monaco di Baviera per notificare alle prime agenzie di viaggio la loro proposta di sosta a quanti dal Brennero – non c’era l’autostrada – volevano vedere le Dolomiti di Brenta, Castel Toblino, il Garda e il Benaco prima di recarsi al mare.

 

Una storia enoica recentemente messa a dura prova dalla pandemia. Che ha costretto la famiglia Bressan a smantellare il loro storico ristoro. Davanti la bottega un enorme container - fotografato da Alberto Migliorini e subito messo su FB - documenta l’atto finale de La Cantinota. Peccato. Rimangono tanti ricordi, baraonde più o meno rumorose, bevute gioviali oltre che giovanili. Tutte all’insegna dei vari motti che campeggiavano sulle mura della cantina.

 

Impossibile non riportare motti come questo: “Qui bene bibit, bene dormit. qui bene dormit, non peccat. qui non peccat, in paradisum trotulat. Ergo: qui bene bibit, in paradisum trotulat”. O l’oramai superato – per questioni di alcol test “Non metterti in cammin, se la bocca non sa di vin”.

 

 

Resta il sapore della bonarietà, quella degli osti, dei loro panini farciti con dosi massicce di sottoaceti, combriccole di avventori chiassosi fino alle prime ore del mattino e bottiglie di vino in tavola senza tante etichette forse per mascherare – ma questo è una personale convinzione – qualche timbro aspro della beva. Ma questo è un’altra storia. Che ora finisce in archivio. Definitivamente.

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