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L’attacco austriaco in Trentino non sfonda: 105 anni fa cominciava l’Offensiva di primavera. Bertè: “Si allargò il fronte e fu più facile smorzarlo”

Il 15 maggio 1916, le truppe austro-ungariche sul fronte trentino-tirolese cominciano a tirare con l’artiglieria. Si cerca di sfondare le resistenze italiane, riconquistando il lembo di terra perduto e tagliando i collegamenti con l’Isonzo. Era l’inizio dell’Offensiva di primavera, passata alla storia come “Strafexpedition” (ecco perché). Lo storico del Museo della Guerra Bertè: “Dopo il primo attacco, gli imperiali non riuscirono ad avanzare con i cannoni. Per questo il Regio esercito, dopo aver indietreggiato, riesce a tenere”

Di Davide Leveghi - 15 maggio 2021 - 10:14

TRENTO. “L’attacco austriaco avrebbe dovuto sfondare la linea italiana, scendere in pianura e tagliare le comunicazioni con il fronte isontino, lasciando gli avversari in una sacca. La resistenza di questi ultimi, però, bloccò l’avanzata”. Spiega così, l’Offensiva di primavera del 1916, Tiziano Bertè. Lo storico lagarino, collaboratore del Museo della Guerra di Rovereto, illustra dettagliatamente quella che in Italia è passata alla storia con il “nomignolo” di “Strafexpedition”, la “spedizione punitiva” lanciata dal vecchio alleato – al tempo stesso storico nemico – austriaco contro i “traditori” italiani.

 

“L’origine del nome risale a un episodio in cui un disertore austriaco a Lavarone, interrogato, disse d’aver sentito gli ufficiali dell’esercito imperiale parlare di spedizione punitiva – spiega Bertè – una Strafexpedition contro gli italiani traditori della Triplice alleanza. Non è quindi un nomignolo inventato dalla popolazione italiana. Di certo, questo nome è ben più immediato rispetto a quello utilizzato ufficialmente dagli imperiali: ‘Offensiva austro-ungarica di primavera del 1916”.

 

Il fronte trentino-tirolese, a quasi un anno dalla dichiarazione di guerra italiana all’Austria-Ungheria (QUI l’articolo), è fermo alla linea di difesa fortificata austriaca. Gli italiani hanno conquistato una lingua di terra ai lembi meridionali del Tirolo, attestandosi in Vallagarina fino ai sobborghi di Rovereto e su alcune importanti cime, dallo Zugna al Pasubio. L’eccezionale sistema di fortificazioni predisposto già a partire dalla seconda metà del XIX secolo rende il Trentino difficilmente espugnabile.

 

Perché gli italiani attaccheranno sempre sul fronte orientale, più che su quello trentino? – esordisce Bertè – perché Cadorna, conoscendo le disposizione austro-ungariche e l’orografia del territorio, sapeva che i forti avrebbero impedito di avanzare e il Regio esercito non aveva le necessarie e potenti artiglierie per disarticolarli”.

 

“Nelle trattative che portano al Patto di Londra, gli alleati chiedono all’Italia di adottare un atteggiamento offensivo – continua – così da richiamare truppe austro-ungariche dal fronte russo. Di conseguenza, a sostituirle ci sarebbero state delle truppe tedesche, sottratte al fronte francese. Il Regio esercito, dunque, avrebbe dovuto puntare verso Est, trovando una frontiera più aperta e con obiettivi strategici importanti come Trieste e la piana di Lubiana”.

 

Da parte austriaca, invece, il piano, predisposto già nel 1908, prevedeva in caso di guerra con gli italiani due attacchi simultanei. Uno dal Tirolo puntando verso Vicenza e Padova e l’altro da Caporetto verso Udine. Nel primo caso, si prevedeva che due armate attaccassero una verso Schio e Vicenza attraverso la Vallarsa, l’altra lungo la Val d’Astico verso Thiene”.

 

Ma al momento dell’attacco lanciato dal capo di stato maggiore Franz Conrad von Hötzendorf, il 15 maggio 1916, qual è la situazione? “La linea di difesa austriaca attraversa la Vallagarina. Dalla Sella di Serrada scende lungo la displuviale fino al Finonchio, poi scende a Rovereto, attraversa la Vallagarina, sale sulle alture sud del Biaena per poi ricongiungersi fino ai forti di Riva del Garda. Cadorna, da parte sua, non può che difendere il terreno conquistato. Nel dicembre del 1915, Conrad chiede rinforzi all’omologo tedesco Falkenhayn ma la Germania in quel momento pensa a Verdun e non presta aiuto. Nell’inverno si allargano gli scali ferroviari fra Calliano e Bronzolo, così da poter rifornire meglio il fronte”.

 

A questo punto, l’attacco austriaco può partire (11ª e 3ª armate), riuscendo a far indietreggiare gli italiani. “L’attacco, come detto, prevede l’utilizzo di due armate – racconta Berté – se inizialmente solo una, divisa in due ali, avrebbe dovuto attaccare da una parte verso Schio e dall’altra verso la Valdastico e Thiene, poi, per gelosie e interessi interni all’esercito, si decide di allargare il fronte anche alla Valsugana. Questo diluirà l’attacco e renderà più facile smorzarlo”.

 

La mattina del 15 maggio 1916 l’artiglieria austriaca inizia a battere la linea italiana. Il fuoco costringe le truppe italiane a indietreggiare, mentre la difficile avanzata imperiale “rosicchia” piano piano le conquiste ottenute fino a quel momento dal Regio esercito. In questo contesto, già nei primi giorni, il sottotenente Damiano Chiesa, roveretano irredentista passato a combattere con l’esercito italiano, viene catturato a Costa Violina. Verrà fucilato la sera del 19 nella fossa del Buonconsiglio, a Trento.

 

L’avanzata austriaca spinge gli italiani verso Grigno e Strigno in Valsugana, mentre tra Trentino e Vicentino gli austriaci riescono a scendere verso Arsiero. Sullo Zugna gli italiani, attestati la sera del 17 maggio al trincerone, resistono agli attacchi del giorno successivo. Sul Pasubio gli austro-ungarici occupano il Col Santo, il Testo e lo Spil con la testata della mulattiera che scende ad Anghebeni. Per evitare l’aggiramento delle proprie posizioni, gli italiani abbandonano Pozzacchio e si ritirano fra Parrocchia e Obra.

 

Sullo Zugna, montano una batteria di cannoni per fermare il traffico stradale austriaco. Le truppe imperiali attaccano invano l’abitato di Parrocchia, sferzati dalle artiglierie dello Zugna, che tirano alle loro spalle. A questo punto si rivolgono verso Passo Buole, nei pressi della strada che riforniva lo Zugna. Al Passo gli italiani resistono, così come sulla Zugna, e a fine maggio l’ala destra dell’offensiva viene bloccata. A Vezzena l’attacco austriaco del 20 maggio costringe gli italiani a ripiegare fino alla parte meridionale dell’Altopiano di Asiago. Lì Cadorna invia uomini dal fronte isontino, costituendo la 5ª armata, schierata fra Vicenza e Cittadella.

 

La conquista dello Zugna sarebbe stata molto importante per gli austriaci – spiega – perché avrebbero così protetto la puntata verso il Pian delle Fugazze per poi scendere a Schio". L’impeto offensivo degli austriaci viene meno già alla fine di maggio. Ma perché? “Fermare il primo attacco era difficile durante la Grande guerra. Lo schieramento delle artiglierie serviva infatti per disarticolare le difese. La gittata è però limitata e una volta disarticolata la prima linea bisogna avanzare con l’artiglieria. Non è un compito facile, perché è necessario spostarsi e anche le munizioni pesano. Sono cose che portano via tempo e gli italiani riescono a riorganizzare la difesa dopo aver indietreggiato”.

 

Mentre sul fronte trentino-tirolese lo scontro sta già spegnendosi – o quantomeno perdendo impeto – sul fronte orientale i russi attaccano, costringendo l’Imperial regio esercito a spostare le risorse, d’uomini e mezzi, a Est. Il 4 giugno, l’Offensiva Brusilov, dal nome del generale zarista che guida l’attacco, travolgerà le truppe degli Imperi centrali, costringendo i tedeschi a destinare a loro volta delle truppe a Est, togliendole dal settore di Verdun. “Gli attacchi austriaci ad Asiago continuano fino a metà giugno, ma solo lì”, precisa Berté.

 

Se anche le truppe austriache fossero riuscite a sfondare, arrivando in pianura, sarebbero arrivate stanche e si sarebbero trovate di fronte la quinta armata italiana predisposta da Cadorna – spiega l’esperto – a questo punto avviene la controffensiva italiana, che oltre a riconquistare il terreno perduto, punta a distogliere l’attenzione degli austro-ungarici dall’altro fronte. Ad agosto verrà infatti conquistata Gorizia”.

 

Ogni mossa da parte delle singole forze in campo va quindi letta in una prospettiva più ampia. Gli attacchi sono coordinati, lo scacchiere è europeo. All’attacco russo del 4 giugno, seguirà quello italiano in Trentino e poi nella Venezia Giulia. “I fronti sembrano staccati, ma è uno unico, che dalla Russia scende fino ai Balcani, passa da Trieste e arriva in Tirolo, per poi risalire dal confine svizzero su fino alla Manica. Gli Imperi centrali sono circondati”.

 

Le perdite, in entrambi gli schieramenti, sono ingenti. Nella sola offensiva austriaca, conclusa alla metà di giugno, tra morti, feriti, dispersi e prigionieri gli italiani contano quasi 70mila perdite, gli austriaci meno della metà. Tuttavia, le truppe dell’Imperial regio esercito pagheranno un costo di vite tremendo nell’attacco scatenato dai russi in Galizia. Tra maggio e luglio del 1916, perdono la vita anche alcuni dei soldati i cui nomi compaiono sui cippi ritrovati in un orto di Pilcante di Ala, a partire dallo scorso gennaio (QUI l’articolo). Feriti, vengono portati all’ospedale da campo di Ala, dove perderanno la vita e verranno sepolti nel cimitero civile (QUI l’articolo).

 

Il caporale originario di Rottanova di Cavarzere Domenico Guzzon, effettivo al 208° fanteria, muore il 3 giugno 1916 nell’ospedale da campo numero 029 di Ala, un giorno prima dell’attacco russo in Galizia (QUI la sua vicenda). Due giorni prima aveva perso la vita il caporale del 117° reggimento fanteria Domenico Brighi. Originario di Cesenatico, venne ucciso dalle schegge di una granata poco sotto passo Buole, nella casa Tognotti di Marani.

 

Era il 4 giugno 1916 quando il caporale del 118° reggimento fanteria Girolamo Di Blasi, di Castelvetrano, periva ad Ala a seguito di ferite riportate in combattimento. Da ultimo, anche Francesco Passarin, effettivo al 6° reggimento alpini, di Marostica, sarebbe morto a causa delle ferite (QUI l’articolo). Nel suo caso, però, erano appena passati alcuni giorni dalla fine della controffensiva italiana: muore il 30 luglio, dopo che il 27 il generale della 1ª armata Guglielmo Pecori Giraldi aveva deciso la fine dell’azione controffensiva.

 

Oltre ai caduti militari, le perdite sono ingenti anche tra la popolazione, sfollata solo in parte. “L’Austria-Ungheria sfolla la popolazione per Comuni. In un primo momento sfollerà Marco, Mori e Besagno, ma non Brentonico, Serravalle e Chizzola. Gli italiani sfolleranno popolazione nel maggio del 1916, come a Brentonico. Nel mentre, i paesi vengono colpiti dall’artiglieria e si contano perdite fra i civili”, conclude.

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