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''Ci sono famiglie che stanno chiedendo di cambiare sistemazione ai loro ospiti. Per accogliere chi scappa dalla guerra serve grande consapevolezza''

Due settimane fa Diego e sua moglie Gabriella hanno aperto le porte di casa a una mamma ucraina con suo figlio di 11 anni: "Ci sono state famiglie che hanno chiesto di far cambiare sistemazione a coloro che stavano ospitando, perché spesso ci si confronta con sistemi e modelli famigliari diversi. E poi vanno considerati i traumi che hanno vissuto queste persone, dallo 'shell stress' al disorientamento psicologico. E' una scelta che va presa con coscienza, non basta la buona volontà"

Di Francesca Cristoforetti - 03 aprile 2022 - 06:01

TRENTO. "Stiamo ospitando una famiglia ucraina: una mamma di 45 anni con suo figlio, un bambino di 11 anni. Il marito è dovuto rimanere, ma loro sono al sicuro qui". Inizia così il racconto di Diego, psicologo di professione, che con sua moglie Gabriella ha scelto di mettersi in gioco in prima persona, per sostenere due persone che sono scappate dalla guerra in Ucraina. 

 

"Abbiamo riflettuto a lungo prima di fare questa scelta - dichiara - anche riguardo le eventuali difficoltà. Noi per fortuna abbiamo spazi sufficientemente grandi a casa, siamo solo in due. Abbiamo messo a disposizione una camera. Poi ci è arrivata una richiesta e abbiamo accettato". Così due settimane fa la coppia ha aperto le porte delle propria casa, per iniziare una convivenza del tutto nuova. 

 

"Ognuno si è ritagliato i propri spazi, riusciamo a essere tutti molto autonomi. Noi siamo stati molto fortunati. Il bambino va a scuola e si è inserito molto bene. Non solo, ha trovato una squadra di calcio nel nostro quartiere, portando avanti così lo sport che ha sempre praticato anche in Ucraina. è giusto che si senta, per quanto possibile, 'a casa'". 

 

La barriera linguistica non è un ostacolo da sottovalutare: "Nel nostro caso noi utilizziamo sempre il traduttore - spiega Diego - Il ragazzo parla un po' di inglese mentre la mamma ha iniziato a imparare l'italiano. Per ora non abbiamo problemi però nella quotidianità".

 

A tavola non si sta sempre tutti insieme, "ognuno ha i propri ritmi e la propria routine, ma non mancano i momenti di convivialità dove riusciamo a passare del tempo insieme. In cucina c'è stato anche uno scambio di ricette. Ci hanno insegnato a cucinare il 'borsch', una zuppa a base di barbabietola tipica dell'Ucraina".

 

Va ricordato che non tutte le esperienze per le famiglie ospitanti sono state positive: “Bisogna essere convinti, senza farsi travolgere soltanto dall’emotività”, aveva sostenuto la presidente dell’associazione cristiano - culturale degli ucraini in Trentino “Rasom”, Stefania Shmits, ricordando che "prendere in carico una famiglia è un impegno che potrebbe durare anche per mesi".

 

Alcune famiglie trentine infatti si sarebbero ritrovate ad affrontare situazioni più complesse di quanto avessero previsto: "Vanno considerati degli aspetti che possono sembrare insignificanti inizialmente - racconta Diego - ma che nel medio-lungo periodo possono invece trasformarsi in problemi più seri. Ci sono state richieste per far cambiare sistemazione a coloro che stavano ospitando questo perché spesso ci si confronta con sistemi e modelli famigliari diversi".

 

Non sono da sottovalutare anche i possibili traumi psicologici che in questo momento possono aver subito queste persone. "Nel nostro caso mamma e figlio sono riusciti a fuggire prima dei bombardamenti, ma rimane forte la preoccupazione per la parte di famiglia che è rimasta lì". 

 

C'è da considerare perciò un ampio spettro di problematiche psicologiche: "Tutti coloro che scappano stanno vivendo esperienze traumatiche molto diverse tra loro - spiega lo psicologo - anche in base al momento della loro fuga. I più fortunati sono scappati subito, altri sono fuggiti sotto i bombardamenti. Questo soprattutto può portare al cosiddetto 'shell stress', shock da bombardamento, che può causare trasalimenti a ogni rumore forte, tremore e attacchi di panico o incubi ricorrenti". 

 

Un'alta fattore non trascurabile è che "gli ucraini non si aspettavano la guerra" e questo ha portato loro un "disorientamento psicologico incredibile, dovuto a un evento improvviso e imprevisto". Inoltre si sarebbe verificato negli ucraini arrivati in Trentino un forte timore nell'essere decentrati, riporta Diego: "La  paura di non sentire più attorno a sé la rete di protezione che sentono in città, magari venendo isolati". Si tratta di" reazioni normali a eventi che non lo sono".

 

Non basta soltanto la buona volontà nel voler prendere a carico un nucleo famigliare, "ma sarebbe necessario un supporto psicologico per entrambe le parti, ospitanti e ospitati", conclude. 

 

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