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| 25 dic 2022 | 05:01

Il Natale in Ucraina diventa anche “forma di protesta”: “Festeggeremo il 25 dicembre per distaccarci dalla tradizione ortodossa. Non vogliamo più avere a che fare con i russi”

Fra bombardamenti e blackout il Natale ucraino è segnato dalla guerra. Il racconto di Yaroslava: “L’albero non lo abbiamo fatto, impossibile essere allegri quando i soldati muoiono al fronte”. L’associazione Rasom: “In tanti sono tornati in Ucraina per le feste per ricongiungersi ai loro cari”

A sinistra la consegna di aiuti alla popolazione a destra l'attacco a Kherson - Foto UNHCR
A sinistra la consegna di aiuti alla popolazione a destra l'attacco a Kherson - Foto UNHCR
di Tiziano Grottolo e Francesca Cristoforetti

LEOPOLI (Ucraina). “A Natale non abbiamo fatto l’albero, non è possibile essere allegri quando il tuo Paese è in guerra e i soldati muoiono al fronte”. A parlare è Yaroslava, originaria di una piccola cittadina a pochi chilometri da Leopoli al confine con la Polonia. Yara, il nome con cui la conoscono tutti, da vent’anni vive e lavora a Trento mentre il resto della famiglia vive ancora in Ucraina.

 

Quando è scoppiata la guerra i nipoti di Yara, una bambina di 10 anni e un ragazzo 17enne, sono stati fra i circa 2.300 profughi ucraini che sono stati accolti in Trentino. Sono rimasti nel capoluogo assieme alla nonna per alcuni mesi poi, quando le forze russe sono state respinte e l’assedio di Kiev è stato rotto, hanno potuto fare rientro in Ucraina. Complessivamente sono stati almeno 610 i nuclei familiari accolti mentre il 42% dei rifugiati erano minorenni mentre fra i maggiorenni oltre l’84% erano donne.

 

Come raccontava Yaroslava a Il Dolomiti ormai le persone si stanno abituando alla sofferenza causata dalla guerra ma un ritorno alla normalità resta un miraggio. Le strade sono pattugliate da militari armati e spesso scattano le sirene per segnalare un attacco imminente. I bambini vanno a scuola a settimane alterne perché in caso di attacco i rifugi non potrebbero accogliere tutti gli alunni.

 

Né qui a Trento né a Leopoli abbiamo fatto l’albero di Natale – ribadisce Yaroslava – nella città di mia figlia si verificano diversi blackout e siamo preoccupati soprattutto per il riscaldamento di quest’inverno”. Non è un mistero che il presidente russo Vladimir Putin abbia scelto di prendere di mira le infrastrutture ucraine che per Mosca sono diventate un obiettivo primario. Alla vigilia di Natale a Kherson, nel sud del Paese, 8 civili sono morti e più di una trentina sono rimasti feriti dopo un bombardamento russo. A quell’ora molte persone si trovavano in strada per acquistare gli ultimi regali di Natale.

 

Al momento però ciò che più fa paura è un possibile intervento diretto da parte della Bielorussia, non tanto per le forze militari schierate dal governo di Minsk ma piuttosto perché un nuovo fronte potrebbe distogliere energie alla controffensiva ucraina. I due Paesi condividono diversi chilometri di confine e la stessa Leopoli dista a meno di quattro ore d’auto dalla città bielorussa più vicina.

 

Recentemente Yaroslava è tornata a far visita alla propria famiglia che ha confermato le paure di una possibile invasione da parte degli alleati di Putin: “Speriamo che non succeda perché altrimenti rischiamo di essere circondati. Il panettone e lo spumante che ho ricevuto per Natale? Li manderò al figlio di mia sorella che è stato richiamato per il servizio militare, così lui e i suoi compagni potranno festeggiare un pochino”.

 

Alla sua voce si aggiunge quella della presidente dell'associazione Cristiano-Culturale degli ucraini in Trentino “Rasom”, Stefania Shmits che conferma: “Sarà un Natale molto diverso dal solito per tutta la comunità ucraina”. In molti hanno deciso di tornare in patria: “Rimane pur sempre casa loro – dice – e tanti hanno voluto ricongiungersi ai propri famigliari per le feste, anche se la situazione in Ucraina è disastrosa”. Anche in Trentino, “mi sarei aspettata un'ondata di rientri per rivedere i propri cari presenti qui. Invece è stato quasi il contrario”.

 

Ma anche le stesse festività natalizie si sono rivelate una “forma di protesta” contro l'invasione. Il Natale ortodosso infatti viene celebrato il 7 gennaio, mentre la Vigilia il 6. “Quest'anno in molti hanno scelto di festeggiare il 24 e il 25 dicembre per distaccarsi dalla tradizione ortodossa – prosegue la presidente –. Queste festività sono state decisive per noi: gli ucraini non vogliono più avere nulla a che fare con i russi, nemmeno sotto questo aspetto”.

 

Le tradizioni verranno mantenute anche se non ci si trova più a casa. “In Ucraina alla Vigilia si presentano in tavola 12 portate e si cena con una candela accesa – conclude Shmits –. Per far sentire la nostra vicinanza alla comunità ucraina trentina celebreremo la messa il 25 dicembre, a cui seguirà un presepe vivente. Dobbiamo far sentire tutti a casa, per trasmettere un po' di quel calore che ci hanno voluto togliere”.

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