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Contro “l’incessante opera denigratrice di Matteotti”: dalle elezioni annullate all’occupazione delle città, storia di un sedizioso fascista

La vicenda di Ottorino Piccinato riflette quella di molti capi fascisti: prepotente, arrogante, affarista, si distinguerà per le violenze nel Polesano, trovando la strenua opposizione di Giacomo Matteotti. In questa puntata di "Cos'era il fascismo", andremo alla scoperta di un personaggio poco conosciuto ma esemplare

Di Davide Leveghi - 26 June 2022 - 10:21

TRENTO. Il 30 giugno 1922 la Camera votava a favore dell’annullamento dell’elezione del deputato fascista Ottorino Piccinato. Con 177 voti a favore, 15 contrari e 39 astenuti, a un anno dalla tornata elettorale l’Aula finalmente si pronunciava sulle diffuse violenze e le intimidazioni scatenate dalle camicie nere rodigine nel collegio della città polesana, in cui appunto era stato eletto Piccinato.

 

Tale decisione era arrivata a seguito del parere espresso dalla commissione d’inchiesta parlamentare insediata a Padova nel gennaio ‘22 proprio per investigare sulle irregolarità nell’elezione di Piccinato. Formata dai deputati di Democrazia sociale Raffaele Zegretti, dal popolare Giambattista Bosco Lucarelli e dal socialista Domenico Maiolo, la commissione lavorò incessantemente per quattro mesi, raccogliendo numerose testimonianze delle violenze squadriste.

 

Da parte sua, però, Piccinato non aveva mai dato segno di particolare cautela o preoccupazione verso il possibile esito delle indagini. Anzi, aveva portato la violenza ad un ulteriore piano, scatenando una vera e propria escalation in tutto il Polesine. Mentre la stampa filofascista orchestrava una campagna denigratoria nei confronti di Giacomo Matteotti, indicato da Piccinato come responsabile del processo d’invalidazione delle elezioni, il deputato fascista convogliava sulla città veneta migliaia di camicie nere, con lo scopo di condizionare l’esito del voto della Camera.

 

Tra il 19 e il 22 maggio, oltre 10mila squadristi in armi, provenienti da tutto il Veneto e dal Friuli, invadevano e occupavano Rovigo, lasciandosi andare a soperchierie nei confronti della cittadinanza e degli avversari politici. Comizi e cortei si alternarono a diffuse violenze, con la distruzione di sedi di leghe e partiti nemici, senza che la polizia facesse alcunché per mettervi fine. Incapace di tutelare l’ordine pubblico, il prefetto si vedeva costretto a ricorrere allo stato d’assedio, proclamato per tutta la provincia. All’arrivo dell’esercito, il giorno 23, gli squadristi avevano però già lasciato la città, su ordine dello stesso Piccinato.

 

Tale atto di forza, tuttavia, andò contro le aspettative dei fascisti. A fine giugno del ’22, infatti, Piccinato veniva dichiarato decaduto; ciononostante, le violenze certo non cessarono. Ricevuto dal direttivo del fascio rodigino il compito di guidare un comitato d’azione, dall’estate di quell’anno Piccinato coordinò le camicie nere locali preparando il terreno all’imminente presa del potere. Nell’agosto, all’arresto di alcuni fascisti a Padova intimava al prefetto della città di liberare immediatamente i camerati. Intimorito dalle minacce, il funzionario dello Stato scriveva un telegramma urgente a Roma per l’invio di rinforzi.

 

A capo della legione polesana nel corso della Marcia su Roma, assieme a Vincenzo Casalini e Gino Finzi, fratello minore del ben più noto Aldo (sottosegretario all’Interno del primo governo Mussolini, deposto per la sua partecipazione al delitto Matteotti, infine fucilato dai tedeschi nell’eccidio delle Fosse Ardeatine) Piccinato garantì il controllo del Polesine. Due anni dopo, con il fascismo già al potere, otteneva l’agognato seggio alle elezioni politiche.

 

Ma com’era cominciata la “carriera fascista” di Piccinato e quale fu, durante il regime, il suo percorso? Laureato in giurisprudenza, tenente d’artiglieria durante la Grande Guerra, Piccinato aveva mosso i suoi primi passi nel movimento fascista già nel dicembre del 1920. Iscrittosi ai Fasci di combattimento, s’era distinto per il ricorso diffuso all’illegalismo, tanto da guadagnarsi la strenua opposizione di Matteotti, eletto anch’egli nel distretto polesano.

 

Il suo percorso successivo alla Marcia su Roma, invece, s’attaglia perfettamente ad un archetipo fascista fatto di illegalità, affarismo e clientelismo. Vicino al segretario amministrativo del Pnf Giovanni Marinelli, originario della vicina Adria, Piccinato ottenne nel 1923 il ruolo di segretario federale di Padova, attuando decise politiche di appianamento dei debiti all’origine di non pochi malumori.

 

Al centro di polemiche sulla gestione poco trasparente dei fondi di una società da lui fondata (Saet, Società anonima essicazione tabacchi), da deputato Piccinato finì per ricoprire pure il ruolo di membro della Giunta per le elezioni, a sfregio di quanto avvenuto in occasione della precedente tornata elettorale. Convinto ed entusiasta sostenitore dell’omicidio Matteotti, Piccinato fu accusato d’essere il mandante di un altro assassinio politico, quello del militante socialista Antonio Rossini, ucciso in un’imboscata a Fiesso Umbertino, nei pressi di Rovigo, il 29 aprile 1922.

 

Nella stessa Fiesso Umbertino, Piccinato ricoprì la carica di podestà, trasformando il paese in una sorta di feudo personale e venendo allontanato dopo qualche mese perché “inviso presso la popolazione”. Più volte commissario della federazione di Rovigo, dovette impegnarsi non poco per mettere fine alle beghe interne fra fazioni, raggruppate attorno alle influenti figure di Marinelli e di Casalini. Le faide fasciste in Polesine, nondimeno, ebbero effetti piuttosto pesanti sulla carriera di Piccinato, entrato in disgrazia negli anni Trenta e incapace ormai di svolgere con successo la professione d’avvocato. Più volte, di persona o tramite intermediari, si rivolse a Mussolini affinché intercedesse per aiutarlo.

 

Tornato nell’aprile ’45, per intercessione di influenti fascisti, a ricoprire il ruolo di podestà di Fiesso Umbertino, Piccinato non durò che un mese. Nel maggio di quell’anno, il Comitato di liberazione nazionale locale lo dichiarava decaduto, ponendolo agli arresti domiciliari e decidendo infine, per lui e altri dirigenti fascisti, l’allontanamento dal Polesine. Trasferitosi a Milano, morì nel 1963.

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