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Il Centro sociale blocca il secondo tentativo di sfratto della famiglia, la replica del proprietario: “No a strumentalizzazioni politiche”

Nel frattempo i vicini di casa hanno firmato una lettera in sostegno della famiglia Ben Sassi chiedendo di ritirare lo sfratto: “Non possiamo accettare che siano messi in strada solo perché non sono riusciti a pagare in tempo due delle rate delle spese condominiali”

Di Tiziano Grottolo - 25 giugno 2022 - 09:47

TRENTO. Questa mattina l’ufficiale giudiziaria scortata da carabinieri, Digos e polizia si è presentata in via Bolzano 48 a Gardolo per procedere allo sfratto della famiglia Ben Sassi. Anche questa volta però, come avvenuto la settimana scorsa, gli attivisti del Centro sociale Bruno, dell’Assemblea Antirazzista e dell’Assemblea contro il Carovita hanno impedito alla funzionaria di portare a termine il suo compito.

 

“All’emergenza casa le istituzioni trentine rispondono con le forze di polizia e freddi atti burocratici a difesa degli interessi dei padroni di casa”, scrivono gli attivisti in una nota. “Allo stesso tempo, le istituzioni continuano a girarsi dall’altra parte, mettendo in scena uno sfratto a danno di minori vulnerabili senza nemmeno premurarsi di attivare i servizi sociali e rifiutandosi di fornire soluzioni diverse dal dividere il nucleo familiare, lasciando madre e figli in comunità e il padre per strada”.

 

D’altro canto il padrone di casa non ci sta a passare per il “cattivo” della situazione e tramite l’avvocato Pio A. Viola, ha diffuso un comunicato sostenendo che Lotfi Ben Sassi, il padre della famiglia sotto sfratto, “già dalla primavera dell’anno 2021 non pagava regolarmente i canoni, più volte sollecitato persisteva nel proprio atteggiamento dilatorio ed evasivo sino a non rispondere ai solleciti. Ben Sassi – prosegue la nota – non si rendeva telefonicamente raggiungibile dalla parte locatrice che a fronte di tale persistente comportamento si vedeva costretta ad attivarsi per recuperare le somme dovute dal conduttore inadempiente per canoni e spese condominiali”.

 

Sempre secondo la nota a un certo punto la famiglia Ben Sassi sarebbe “sparita dalla circolazione”, il proprietario di casa si sarebbe comunque dimostrato disponibile “a fronte di scuse non sempre verosimili” mentre “le richieste dell’amministrazione condominiale e l’atteggiamento sempre più dilatorio sino a diventare evasivo” hanno indotto il proprietario ad attivarsi anche per evitare degli aggravi e maggiori esposizioni a proprio carico. Divenuta esecutiva l’ordinanza di convalida di sfratto il padrone di casa ha poi scelto di destinare l’appartamento a un altro utilizzo.

 

Di segno opposto la ricostruzione degli attivisti e della famiglia sotto sfratto. I problemi infatti sarebbero insorti durante un soggiorno in Tunisia. Da agosto 2021 a gennaio 2022 l’intero nucleo familiare, Ben Sassi, la moglie, una bambina di 7 anni e un bambino di 1 anno e mezzo (con una grave invalidità), si è recato in Tunisia per assistere un parente ammalato e poi deceduto a causa del Covid. Durante il soggiorno, la moglie di Ben Sassi è stata vittima di un incidente che ha causato un ritardo nel rientro in Italia. “Quando siamo potuti rientrare – sostiene Ben Sassi – ho trovato molte lettere fra cui lo sfratto, eppure appena ho potuto ho saldato le spese condominiali in arretrato e ho sempre pagato l’affitto”.

 

Nel frattempo i vicini di casa hanno firmato una lettera in sostegno della famiglia Ben Sassi chiedendo di ritirare lo sfratto: “Non possiamo accettare che siano messi in strada solo perché non sono riusciti a pagare in tempo due delle rate delle spese condominiali. Possiamo tranquillamente sostenere che in questi anni i nostri vicini hanno sempre avuto un atteggiamento corretto con tutti noi e con l’amministratore del condominio”.

 

Dal canto suo il padrone di casa non vuole saperne e chiede che questa vicenda non venga strumentalizzata: “Ben Sassi insiste nell’occupare l’appartamento interessando il Centro sociale Bruno a cui ha chiesto l’appoggio per una battaglia politica, contestando l’amministrazione pubblica e utilizzando giornali e social per enfatizzare la propria posizione incurante del danno procurato alla famiglia locatrice che evidentemente allo stato risulta addirittura meno tutelata nonostante fosse in possesso di un provvedimento del giudice divenuto esecutivo”, conclude la nota del proprietario.

 

Allo stesso tempo però gli attivisti non intendono arretrare di un millimetro: “Sappiamo che questo non è un caso isolato, per questo è necessario attivare un fondo provinciale per le morosità, stanziare nuovi investimenti per aumentare il numero delle case popolari Itea e aumentare la tassazione sugli appartamenti sfitti dei palazzinari di professione. Se la situazione non accenna a cambiare siamo pronti a convocare un nuovo picchetto”.

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