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| 29 mag 2022 | 19:12

Il “Discorso dell’Ascensione”: dallo squadrismo all’aumento demografico, la costruzione dell’italiano nuovo fascista

Il 26 maggio 1927 Benito Mussolini pronunciò in Aula uno dei suoi più celebri discorsi, detto “dell’Ascensione”. Al centro la campagna demografica, la “difesa della razza” e la costruzione dell’italiano nuovo fascista. Prosegue la rubrica “Cos’era il fascismo”

Foto tratta dal web
di Davide Leveghi

Se si diminuisce, signori, non si fa l’Impero, si diventa una colonia. Era tempo di dirle queste cose; se no, si vive nel regime delle illusioni false e bugiarde, che preparano delusioni atroci

 

In Italia non c’è posto per gli anti-fascisti; c’è posto solo per i fascisti, e gli afascisti quando siano dei cittadini probi ed esemplari

 

Ma soprattutto la Milizia ha avuto l’educazione premilitare che ha dato risultati superbi. Così si fa l’esercito fascista: dal basso; così si fanno le generazioni guerriere! Non soltanto di soldati che obbediscono perché comandati, ma generazioni di soldati che si battono perché tale è il loro desiderio! Perché questa è la loro passione, perché sentono di portare un’idea! Gli eserciti che hanno vinto erano eserciti che portavano sulla loro bandiera un’idea. E noi oggi portiamo l’Idea dell’ordine, della gerarchia, dell’autorità dello Stato contro la teoria suicida del disordine, della indisciplina, della irresponsabilità” (dal discorso di Benito Mussolini del 26 maggio 1927)

 

TRENTO. Natalità, “difesa della razza” e lotta all’antifascismo. C’è molto all’interno del discorso con cui Benito Mussolini, presidente del Consiglio d’un Paese ormai piegato alla dittatura, lanciava nel maggio del 1927 la campagna per l’aumento demografico; perché “se si diminuisce – come diceva in questo celebre discorso, pronunciato il giorno dell’Ascensione – non si fa l’Impero, si diventa una colonia”.

 

Dalla “difesa della razza” all’azione politica per “la grandezza d’Italia”, se si osserva in filigrana il discorso del 26 maggio ’27 si nota quanto e come il regime fascista abbia inteso e si sia prodigato per costruire un “italiano nuovo”. Non fu una novità, in Italia. Già in epoca risorgimentale molti “padri della patria” ripetevano quanto il Paese dovesse rinnovarsi, dopo secoli di dominio straniero e decadenza. Eppure con il fascismo questo afflato palingenetico assumeva una dimensione ancor più profonda e ambiziosa: l’obiettivo era infatti dotare la nazione di un impero, rinnovando il carattere degli italiani e trasformandoli in guerrieri.

 

Per la “grandezza d’Italia”, innanzitutto, ci voleva la “salute fisica del popolo”. Debellare le malattie, fisiche e morali, degli italiani era il punto di partenza del discorso mussoliniano del maggio ’27, che dopo aver presentato un quadro delle conquiste e delle sfide in questo campo apriva alla più grande delle prove: l’aumento demografico. “Bisogna, quindi, vigilare seriamente sul destino della razza, bisogna curare la razza, a cominciare dalla maternità e dall’infanzia”, incalzava; ma perché?

 

“La famiglia prolifica è lo slogan che costituisce il sottotesto di questo discorso e che verrà proseguito negli anni seguenti con l’imposta sul celibato e la minaccia dell’introduzione di una tassa sulle unioni matrimoniali non prolifiche – spiega lo storico David Bidussa in uno stralcio dedicato proprio al ‘discorso dell’Ascensione’ e contenuto nel fortunato Me ne frego – un progetto che nasce dalla identificazione che il regime stabilisce tra famiglia numerosa, crescita economica e benessere della nazione, e al cui fondamento sta la sottomissione delle donne, il riconoscimento del loro ruolo solo come focolare della famiglia. Le donne hanno solo il compito di garantire la riproduzione e di tutelare la crescita dei figli”.

 

Siamo in pochi”, proseguiva il duce. In pochi di fronte alla crescita demografica di popoli dotati di un impero come inglesi e francesi, dei tedeschi o degli slavi. “Da cinque anni noi andiamo dicendo che la popolazione italiana straripa. Non è vero! – tuonava – il fiume non straripa più, sta rientrando abbastanza rapidamente nel suo alveo. Tutte le Nazioni e tutti gli Imperi hanno sentito il morso della loro decadenza, quando hanno visto diminuire il numero delle loro nascite”. L’esempio dell’impero romano fa da contraltare a questa teoria, secondo cui una campagna demografica che aumenti la popolazione non può che giovare, rinvigorendo la spinta all’espansionismo.

 

I propositi di costruire un “italiano nuovo” prendevano così forma in misure per l’aumento della natalità, una vera e propria ossessione che nel 1930 portava il luogotenente della Milizia Carlo Scorza, poi ultimo segretario del Pnf, a sostenere la necessità di “inasprire le leggi contro i disertori della buona battaglia della razza: senza pietà, sino a renderle, diremmo quasi, insopportabili; sino a costringere al matrimonio e ai figli, diremmo quasi, per disperazione. Bisogna arrivare al punto – concludeva – che gli scapoli o i disertori del talamo coniugale, debbano vergognarsi e nascondere il loro stato: così come gli impotenti, come una vera e propria minorità fisica”.

 

La politica eugenetica e demografica per la rivoluzione antropologica degli italiani, nondimeno, s’accompagnava all’eliminazione di chi rappresentava “l’antirazza”. E arriviamo così alla parte finale del discorso dell’Ascensione, dedicata a “l’azione politica dello Stato fascista”. Punto di non ritorno, individuato dallo stesso Mussolini, era stato l’attentato di Bologna del 31 ottobre ’26 (QUI l’articolo). Da quel momento in poi, infatti, repressione del dissenso e oppressione delle opposizioni divenivano legge, eliminando ogni residuo del precedente regime liberale.

 

Il linguaggio medico, anche nel caso delle opposizioni, veniva utilizzato per presentare un organismo (la nazione) da curare, da purificare. “Terrore, signori, questo? – chiedeva di fronte all’Aula dopo aver enumerato le misure di polizia introdotte nei mesi precedenti – no, non è terrore, è appena rigore. Terrorismo? Nemmeno; è igiene sociale, profilassi nazionale: si levano questi individui dalla circolazione come un medico toglie dalla circolazione un infetto”.

 

L’opposizione, dunque, per il fascismo non era che un cancro da estirpare, una reliquia del passato, un orpello inutile. “L’opposizione non è necessaria al funzionamento di un sano regime politico – proseguiva – l’opposizione è stolta, superflua, in un regime totalitario come è il Regime Fascista”. Da qui, come riportato in una citazione in calce all’articolo, la mancanza di posto nel Paese per gli antifascisti.

 

Messi a tacere, processati, condannati, imprigionati, confinati o costretti alla fuga, gli antifascisti entravano nella macchina repressiva del regime, dopo che per anni a compiere il “lavoro sporco” dell’annichilimento politico e umano era stato lo squadrismo. Anche a seguito della Marcia su Roma, nonostante i proclami di addomesticamento e la fondazione della Milizia, la violenza squadristica, con la sua miscela di politica e criminalità comune, aveva continuato a svolgere il suo compito: imporre il consenso attraverso il terrore (QUI un approfondimento).

 

Il nuovo ordine nazionale veniva così cristallizzandosi – secondo espressione contenuta nello stesso discorso del maggio ’27 – “all’ombra della spada del duce”. Il controllo, capillare e diffuso, prendeva il posto del ricorso alla violenza. “Qual è stato il risultato di questa politica? – chiedeva retoricamente Mussolini – un senso di pace diffuso in tutto il paese. Le piccole prepotenze locali sono finite, gli illegalismi anche. Tuti gli elementi di parte sono inquadrati; del resto, quando non lo sono, li colpisco. Nessuno si illuda di pensare che io non sappia quello che succede nel Paese fino nell’ultimo villaggio d’Italia”.

 

A garantire l’ordine, come detto, v’erano forze dell’ordine e Milizia, cioè il fascismo divenuto Stato. L’uomo nuovo, “l’italiano guerriero”, forgiato innanzitutto nelle trincee della Grande Guerra, aveva trovato nello squadrismo una formidabile palestra. Scrive lo storico Emilio Gentile in Fascismo. Storia e interpretazioni: “Lo squadrista fu la prima versione del mito fascista dell’ ‘italiano nuovo’: un credente e un combattente per la religione della patria, interamente dedito al fascismo, anima e corpo, campione di virtù virili, civili e militari, giovane, audace, coraggioso, pieno di vita e di entusiasmo, sano negli istinti e nei sentimenti, pronto alla violenza perché non indebolito dal sentimentalismo, dall’umanitarismo, dalla tolleranza”.

 

Dallo squadrismo, poi, la costruzione dell’italiano nuovo passava per il regime e le sue strutture. Per “trasformare radicalmente l’Italia nel suo volto, ma sopra tutto nella sua anima”, nondimeno, un solo uomo poteva stare al comando. “Mi sono convinto che – diceva infatti Mussolini in un passaggio del discorso – malgrado ci sia una classe dirigente in formazione, malgrado ci sia una disciplina di popolo sempre più consapevole, io debbo assumermi il compito di governare la Nazione italiana ancora da 10 a 15 anni. È necessario. Non è ancora nato il mio successore. E perché? Ma è, dunque, una libidine di potere, che mi tiene? No, credo in coscienza che nessun italiano pensa questo: nemmeno il mio peggiore avversario. E’ un dovere. Un dovere preciso verso la rivoluzione e verso l’Italia”.

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