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Il retroterra del fascismo di confine: la “Domenica di sangue” e i difficili esordi del fascismo trentino

Il 24 aprile 1921, nel corso di una grande manifestazione folcloristica a Bolzano, decine di squadristi provenienti dal Nord Italia dispersero un corteo a revolverate. Nel caos generato fra la folla, il maestro Franz Innerhofer venne raggiunto da un colpo alla schiena, provocando grande scalpore fra la popolazione locale. Ma da dove provenivano quei fascisti? In questa nuova puntata di “Cos’era il fascismo” faremo un viaggio nei difficili esordi del movimento in Venezia Tridentina

Foto tratta da wikipedia
Di Davide Leveghi - 24 aprile 2022 - 11:03

Ciò che era tipico nel Trentino, ciò che distingueva nettamente il nostro movimento dal Fascismo delle altre regioni d’Italia e fu il seme che maturò le giornate di Bolzano e di Trento, era la lotta dichiarata contro le autorità, fra Fascismo e Governatorato (civile)” (dichiarazioni di Giuseppe Passerini, segretario del Fascio di Trento, in G.A.Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, 1929)

 

TRENTO. Periferico e in parte estraneo alle condizioni socio-economiche che favorirono la proliferazione della violenza politica, in Venezia Tridentina il fascismo prese forma lentamente e in senso fortemente nazionale. Nella regione, divisa nel ’27 fra le due province di Trento e Bolzano, gli esordi del movimento si svolsero sotto il segno di un nazionalismo sciovinista, dell’anticlericalismo e dell’antibolscevismo, incarnati dalla figura dell’intellettuale piccolo borghese Alfredo Degasperi, promotore del primo Fascio cittadino.

 

Era il 29 luglio del ’19, diversi mesi dopo la nascita a Piazza San Sepolcro, a Milano, del movimento dei Fasci italiani di combattimento (QUI l’articolo): a Trento, nella sede della Legione Trentina (l’associazione dei volontari trentini che combatterono la Grande Guerra in divisa italiana, circa 700 contro i 60mila soldati di leva arruolati nell’Imperial regio esercito austro-ungarico), 57 persone si riunirono per dar vita al Fascio locale.

 

Ma chi c’era fra quella sessantina scarsa di persone? Quali erano le anime di un movimento che a livello nazionale raggruppava attorno al carisma di Benito Mussolini ex reduci scontenti degli esiti del conflitto, Arditi, futuristi e interventisti d’ogni tipo (QUI un approfondimento)? Uno sguardo alla composizione di quel manipolo permette di comprendere la varietà presente nel primo fascismo. Oltre ai convinti fascisti, infatti, erano presenti liberali, socialisti riformisti, vecchi irredentisti. Fra questi il figlio di Cesare Battisti, Gigino, divenuto nel secondo dopoguerra primo sindaco di Trento (nominato dal Cln) e padre costituente.

 

Gli esordi del Fascio trentino, immediatamente seguito da quello roveretano, non furono però dei migliori. Incardinato sulla relazione “fascismo-interventismo-italianità” (G. Faustini, Il fascismo nel Trentino), perse gradualmente slancio in una realtà poco adusa al conflitto e decisamente molto meno permeabile – rispetto alle aspettative e alle altisonanti dichiarazioni – all’opera di restituzione spirituale alla patria.

 

Unici ad essere attratti dal richiamo della nazione furono invece i legionari. Nonostante la Legione non avesse aderito al Fascio, contraria ad ogni affiliazione partitica, molti furono coloro che dal mondo irredentista passarono al fascismo, affascinati da un “coacervo di ideali e miti” sorti dalla delusione e dalla frustrazione verso la politica moderata e rinunciataria dei liberali, dal montare del revanscismo tirolese e dall’educazione bellica “all’etica del coraggio fisico e allo sprezzo della tranquilla e laboriosa vita borghese” (Faustini).

 

Espulso il riottoso Degasperi dal partito, il fascismo trentino cominciò seriamente a formarsi solo nel 1921. L’11 gennaio, su invito di Mussolini, il pugliese Achille Starace, ex ufficiale dei bersaglieri posto in congedo proprio a Trento, rifondava il Fascio locale. Da quel momento in poi, le sorti del movimento in Venezia Tridentina subirono non poche trasformazioni: gli iscritti crebbero di mese in mese, al pari dell’attivismo.

 

Se nei primi due anni del dopoguerra, il Trentino rappresentò per il fascismo di confine una “camera di decompressione” (la definizione è dello storico pusterese Claus Gatterer), ben diversa fu la questione a partire dal 1921. La persistenza di una tenace opposizione al nuovo assetto territoriale fra la popolazione sudtirolese – anche se mai degenerata in reazione violenta – convertì il vicino Trentino nel retroterra di un’azione nazionale tesa a italianizzare il Sudtirolo, senza se e senza ma.

 

Fu nella primavera del 1921 che si gettarono così le basi per le future politiche fasciste nei confronti della minoranza tedescofona: nel marzo, le deboli componenti altoatesine del fascismo dovettero rivolgersi a Trento affinché affluissero delle squadre d’azione a Egna, dove si doveva tenere una manifestazione di sudtirolesi contro la paventata annessione della Bassa Atesina al distretto di Trento. Una cinquantina di squadristi raggiunse così il paese atesino, affrontando i manifestanti, accuratamente separati da un cordone di polizia.

 

Ciò che avvenne il 24 aprile, però, avrebbe avuto esiti ben diversi, destinati a rimanere scolpiti nella memoria collettiva del posto. Alla guida di Starace, infatti, circa 300 camicie nere affluivano a Bolzano armate fino ai denti. Il loro scopo? Assalire il corteo folcloristico organizzato per l’inaugurazione della Fiera, sfruttando la coincidenza di un referendum informale tenuto oltre Brennero, a Innsbruck, per l’annessione dell’Austria alla Germania. Con bombe a mano, manganelli e pistole, la manifestazione venne interrotta e dispersa, dando avvio a vere e proprie cacce all’uomo concluse con diversi feriti e un morto.

 

Il maestro di Marlengo Franz Innerhofer, infatti, veniva raggiunto da un colpo alla schiena mentre cercava di mettere al riparo due alunni in un portone del centro. Il grande scalpore prodotto dall’omicidio spinse l’intera cittadinanza, a prescindere dalla lingua, a riunirsi e protestare contro la violenza fascista (QUI l’articolo). Intimoriti da possibili reazioni, gli stessi fascisti locali decisero di prendere il largo. Nondimeno, la loro azione venne rivendicata con orgoglio da Mussolini nel primo discorso al Parlamento, il 21 giugno.

 

“Vengo ai fatti del 24 aprile quando una bomba fascista giustamente collocata a scopo di rappresaglia e per la quale rivendico la mia parte di responsabilità morale – dichiarava – segnò il limite al di là del quale il fascismo non intende che vada l’elemento tedesco”. Nessuno spazio, dunque, poteva e doveva essere lasciato alle rivendicazioni irredentistiche tedesche. “La brutalità dell’aggressione e la passività delle forze dell’ordine – scrive lo storico Fabrizio Rasera in Storia del Trentino, vol. VI - confermarono in modo tragico ai sudtirolesi che i tempi erano cambiati e che avevano ogni ragione di aspettarsi il peggio, cioè la negazione del diritto stesso di esistere come popolo”.

 

Rimasto impunito, l’assalto al corteo del 24 aprile ’21 a Bolzano – passato alla storia nel mondo tedesco come la “Domenica di sangue” – inaugurava una stagione in cui anche la Venezia Tridentina compariva sulle mappe nazionali della violenza squadrista. Rimpinguato da forze provenienti da fuori, il fascismo locale preparava il terreno all’avvento del regime, rovesciando, a inizio ottobre ’22, il commissario civile Luigi Credaro, colpevole agli occhi dei fascisti di una politica troppo rispettosa dei diritti linguistici e culturali dei sudtirolesi (QUI l'articolo).

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