"In terza media nostra figlia ha iniziato a non voler più andare a scuola. Non dormiva più di notte, ma di giorno. L’unico amico ammesso nel suo mondo, il suo computer"
La lettera è stata scritta da due genitori che hanno dovuto affrontare un fenomeno sociale complesso, quello di una figlia "hikikomori", incapace di uscire di casa, confinata, senza avere più relazioni sociali. La testimonianza riportata da A.m.a: "Lei era più a casa che a scuola, che cosa fare? Cercammo di forzarla, lei si irrigidì sempre di più, smise di parlare con noi e si rinchiuse in camera"

TRENTO. "Nostra figlia è sempre stata una bambina e una ragazza serena. Aveva limiti e risorse come tutti e aveva il nostro amore incondizionato come i suoi fratelli. In seconda media ha cominciato ad andare maluccio a scuola, siamo stati accoglienti e comprensivi, attenti a non trascurarla ma anche spronarla". Inizia così la lettera di due genitori che che si sono trovati di fronte a un problema sociale serio e spesso sottovalutato, quello di una figlia incapace di uscire di casa e di affrontare il mondo esterno, una "hikikomori", riporta in forma anonima dall'associazione A.m.a.
"Sicuramente abbiamo fatto degli errori, ma abbiamo cercato di fare del nostro meglio con le risorse che avevamo - prosegue la testimonianza-. All’inizio della terza media ha iniziato a non voler più andare a scuola, un giorno, poi due, poi i giorni a casa aumentavano e noi eravamo disarmati".
Dalla scuola alle relazioni sociali tutto per questi giovani viene messo in stand-by e così come lei tantissimi altri. "Settembre, ottobre, novembre, lei era più a casa che a scuola, che cosa fare? Cercammo di forzarla, lei si irrigidì sempre di più, smise di parlare con noi e si rinchiuse in camera. Iniziò a non dormire di notte e a dormire di giorno. L’unico amico ammesso nel suo mondo, il suo computer".
I numeri sono più elevati di quanti si pensi e con l'arrivo della pandemia sono andati in crescendo. A.m.a, che tra le tante attività sul territorio si occupa anche di questo fenomeno, riporta che in Italia "oltre 120.000 giovani scelgono di chiudersi in casa o nella propria stanza, un target di giovani tra i 15 e i 30 anni, ma la media si sta abbassando moltissimo, anche ai bambini di quarta e quinta elementare". In Trentino "abbiamo una richiesta di circa 20 genitori in più all'anno che si rivolgono ai nostri gruppi".
Per questo motivo è stata lanciata una campagna di crowdfunding per il progetto "Hikikomori - la vita oltre la stanza" per ottenere fondi per sostenere i genitori, o altri adulti di riferimento, perché possano affrontare la quotidianità con maggiori strumenti (Qui il link). Con la donazione si permette infatti alle famiglie di ricevere colloqui di ascolto partecipare a gruppi ama (dove i genitori possono incontrare altri genitori con esperienze simili per confrontarsi e ricevere sostegno), di essere seguite lungo percorsi di sostegno con un'operatrice specializzata.
Di seguito riportiamo il testo integrale della lettera fornita da A.m.a. a Il Dolomiti.
QUANDO TUTTO È INIZIATO
Nostra figlia è sempre stata una bambina e una ragazza serena. Aveva limiti e risorse come tutti e aveva il nostro amore incondizionato come i suoi fratelli. Noi siamo una famiglia normale che ha vissuto momenti felici e momenti tristi, normale appunto. In seconda media ha cominciato ad andare maluccio a scuola, siamo stati accoglienti e comprensivi, attenti a non trascurarla ma anche spronarla. Lei è la nostra terza figlia, eravamo passati attraverso due adolescenze, e ci sembrava di sapere come gestire una dodicenne. Sicuramente abbiamo fatto degli errori, ma abbiamo cercato di fare del nostro meglio con le risorse che avevamo. All’inizio della terza media ha iniziato a non voler più andare a scuola, un giorno, poi due, poi i giorni a casa aumentavano e noi eravamo disarmati.
QUANDO CI SIAMO RESI CONTO CHE LA SITUAZIONE ERA GRAVE.
Settembre, ottobre, novembre, lei era più a casa che a scuola, che cosa fare? Cercammo di forzarla, lei si irrigidì sempre di più, smise di parlare con noi e si rinchiuse in camera. Iniziò a non dormire di notte e a dormire di giorno. L’unico amico ammesso nel suo mondo, il suo computer.
QUANDO ABBIAMO CHIESTO AIUTO
Su consiglio di una persona di fiducia ci rivolgemmo a una psicologa. Lei professionista competente, si mise in gioco. Parlò con noi e con lei. Poi le affiancammo un’altra terapeuta. Una lavorava per potenziare le sue capacità comunicative ed espressive, l’altra faceva sedute di Emdr. Su suggerimento loro le trovammo anche un’educatrice. Inoltre eravamo seguiti da una neuropsichiatra infantile sulla segnalazione della pediatra. In quel periodo spendevamo mille euro al mese per curarla. Dopo circa un anno, dopo che l’educatrice ci aveva abbandonati perché non sapeva più che fare, dopo che le terapeute ci avevano confessato di non sapere più che pesci pigliare, la nostra ragazza viveva di notte quando noi dormivamo, non usciva mai dal suo letto e non parlava più con noi. Le avevamo appiccicato un’infinità di etichette. Le erano state diagnosticate fobie scolari, sociali, depressione, psicosi, autismo.
Quando abbiamo capito che avremmo dovuto imparare. Se i terapeuti potevano rinunciare, noi no. Decidemmo allora che avremmo aiutato nostra figlia. Abbiamo capito che dovevamo rimboccarci le maniche. Ci siamo messi a cercare, a studiare. Abbiamo trovato un sito in cui si parlava di hikikomori. Sembrava che i comportamenti della nostra ragazza potessero essere assimilati a quelli descritti. Avevamo puntato la nostra attenzione sulle vie d’uscita. Quello che ci diede fiducia fu il pensiero che lei sarebbe uscita dal tunnel buio in cui era caduta.
QUANDO ABBIAMO CAPITO LA STRADA DA INTRAPRENDERE.
Abbiamo cambiato la nostra vita, ci siamo messi in gioco. Io ho potuto cambiare il mio orario di lavoro. Ero a casa di giorno e lavoravo la sera. Mio marito viceversa. Lei non era mai a casa da sola, anche se lei non stava con noi, noi c’eravamo sempre per lei. Poi abbiamo trovato una scuola che ci ha proposto di aiutarci. Insieme a questo direttore illuminato abbiamo cercato la strada. Abbiamo patito tanto la solitudine. Sembrava che questo problema fosse solo nostro. Nessuno ci capiva. La gente diceva “tirala fuori di casa”, “obbligala”.
QUANDO CI SIAMO RESI CONTO CHE I NOSTRI FIGLI SOFFRIVANO.
Il dolore di un membro della famiglia incide anche sugli altri. I fratelli soffrivano e anche loro andavano aiutati. Loro avevano la sensazione che la loro sorellina non ci fosse più. Erano addolorati, in lutto, non era facile sostenere loro, quando nessuno sosteneva noi.
QUANDO ABBIAMO PROPOSTO ALL’ASSOCIAZIONE A.M.A. DI APRIRE UN GRUPPO DI GENITORI DI RAGAZZI IN RITIRO SOCIALE.
Per fortuna noi eravamo saldi come coppia. Conoscevamo l’Associazione e a mio marito venne l’idea di proporre un gruppo di genitori che viveva simili situazioni. Noi sapevamo che, anche nella nostra realtà, il ritiro sociale era un fenomeno in crescita. A.m.a. ha organizzato prima un percorso formativo su queste tematiche e da questo percorso ha preso l’avvio il gruppo. Adesso sappiamo che altri ci capiscono, che altri ci comprendono. Il gruppo ha il merito di non farci sentire soli. Inoltre è diventato un luogo di scambio. La scuola dove abbiamo iscritto la nostra ragazza poi ha accolto anche altri ragazzi i cui genitori hanno conosciuto la nostra esperienza, proprio nel gruppo. Se inizialmente ci incontravamo per parlare dei nostri figli e dei nostri problemi, pian piano siamo diventati amici e dobbiamo ringraziare i nostri figli che ci hanno dato l’occasione di crescere come persone e genitori.













