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La violenza "invisibile" sui bambini. L'esperta: "Assistere a episodi di aggressività è maltrattamento. Comportamenti che poi vengono assimilati come normali"

La violenza assistita è un fenomeno ancora poco conosciuto. Solo nell’agosto 2019 con il Codice Rosso il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti si considera persona offesa dal reato. Su oltre 77mila vittime di maltrattamento, il 32,4% ha subito violenza assistita

 

Di Francesca Cristoforetti - 24 gennaio 2022 - 11:29

TRENTO. “La violenza assistita è una vera e propria forma di maltrattamento psicologico, che spesso resta sommerso, perché tendono a perdersi i nessi causali tra il clima di violenza circolante in famiglia e le conseguenze sullo sviluppo dei bambini e delle bambine dal punto di vista psicologico, fisico, comportamentale e della socializzazione”. Così spiega la psicopedagogista antropologa trentina Isabella Chirico il fenomeno di minori che assistono a episodi di violenza nel proprio contesto familiare e che a causa della pandemia si sono purtroppo accentuati. Solo nell’agosto 2019 – prosegue – con la legge conosciuta come Codice Rosso il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti si considera persona offesa dal reato”.

 

In Italia, secondo una ricerca di Terre des Hommes e Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) pubblicata ad aprile su dati del 2018 e su un campione di 196 comuni, sono oltre 400mila i bambini e ragazzi presi in carico dai servizi sociali in Italia. Oltre 77mila sono vittime di maltrattamento: il 32,4% è vittima di violenza assistita, mentre la forma di maltrattamento principale è rappresentata dalla patologia delle cure (40,7%). Sui 117 comuni per i quali è stata possibile una comparazione emerge un aumento del 14,8% dei casi. Situazioni amplificate in tempi di pandemia e lockdown, con l’impennata delle chiamate al numero antiviolenza 1522 (+79% nel 2020 secondo l’Istat) e al Telefono Azzurro (+30/40%). “I danni della violenza assistita – riporta la psicopedagogista – sui ragazzi sono incalcolabili: insicurezza, sensi di colpa, mancanza di fiducia anche nei confronti del genitore vittima, fino ad arrivare ad atteggiamenti aggressivi e disturbi psicologici”.

 

La violenza assistita “è ancora oggi un fenomeno per certi aspetti ancora poco conosciuto – dichiara Chirico – e pertanto sottovalutato riguardo alle sue conseguenze sulla salute del bambino e del futuro adulto e questo contribuisce a far sì che la violenza contro i bambini continui a rimanere spesso invisibile e che ci siano ancora bambini e adolescenti che, sperimentando un abuso, non abbiano accesso ai programmi e ai servizi a essi necessari”.

 

Che cos’è esattamente questo fenomeno?  Il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia definisce la violenza assistita come l’esposizione del bambino alla violenza, di tipo fisico e/o psicologico, compiuta da un membro della famiglia su una o più figure di riferimento per lui significative (generalmente la madre o fratelli/sorelle). “I minori possono essere esposti alla violenza assistita in modo diretto – conferma Chirico – quando avviene nel loro campo percettivo (visivo o uditivo) oppure in modo indiretto, osservandone gli effetti provocati su corpo e psiche della vittima o attraverso l’alterazione dell’ambiente casalingo e della routine familiare”.

 

La cura, il dialogo, l’affettività sono tratti caratterizzanti un buon ambiente familiare: “Nelle situazioni di violenza domestica – spiega la psicopedagogista – questo ambiente viene a mancare e la casa si trasforma in un luogo insicuro dove i comportamenti violenti agiti dai e tra i genitori o persone di riferimento, compromettono la salute fisica e mentale dei figli”. Vedere determinati agiti in famiglia “porterà ad assimilarli come comportamenti normali – prosegue – e non disfunzionali e a ripeterli a sua volta. Riconosciuta dalla Corte di Cassazione già nel 2010 come violenza diretta, con la Convenzione di Istanbul la violenza assistita rientra tra le circostanze aggravanti del reato di maltrattamenti in famiglia, ma il minore non è riconosciuto come vittima. Solo nell’agosto 2019 con la legge 69/19 conosciuta come Codice Rosso il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti si considera persona offesa dal reato”.

 

I figli che assistono alla violenza del padre nei confronti della madre o che l’hanno subita “hanno una probabilità maggiore di essere autori di violenza nei confronti delle proprie compagne e le figlie di esserne vittime”, conferma l’Istat, che nella sua ultima ricerca di fine novembre scorso (Qui) ha registrato un aumento delle chiamate e chat al numero “1522”. Nei primi nove mesi del 2021 le richieste di aiuto delle vittime sono state 12.305, a fronte delle totali 15.708 nel 2020 e 8.647 nel 2019. 

 

Secondo una ricerca D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, nell’88,9% dei casi presso il Tribunale ordinario e nel 51,9% dei casi presso il Tribunale per i minorenni è stato disposto l’affidamento condiviso tra i genitori anche in presenza di denunce, referti, misure cautelari emesse in sede penale, decreti di rinvio a giudizio, sentenze di condanna e relazioni del centri antiviolenza: “Se, per esempio, –  spiega Chirico – il problema è che quando un bambino rifiuta il padre, ciò non viene letto come comprensibile reazione del bambino ma come patologia, il risultato di un comportamento manipolatorio materno. Così facendo i bambini diventano invisibili, così come la violenza assistita che hanno subito”.

 

I bambini che assistono a relazioni interpersonali violente tra figure adulte di riferimento, in primis i genitori, “hanno un elevato rischio di diventare in futuro adolescenti o adulti con gravi problemi relazionali, partner violenti o genitori a loro volta abusanti”. Non solo assistere alla violenza interpersonale tra adulti, “ma anche subire qualsiasi tipo di maltrattamento da parte di un adulto in posizione di fiducia o di autorità nei confronti di un bambino, comporta per quest’ultimo un maggiore rischio di sperimentare successivamente ancora violenza o di perpetrare a sua volta violenza tra partner e violenza sessuale contro le donne”.

 

Infatti, l’esposizione alla violenza nella famiglia di origine durante l’infanzia “è stata correlata sia alla vittimizzazione secondaria – così Chirico – che alla dating violence, vale a dire alla perpetrazione di comportamenti aggressivi di natura fisica, verbale, sessuale, psicologica, da parte sia di adolescenti maschi che femmine, all’interno di relazioni sentimentali adolescenziali non ancora caratterizzate da quella maturità, stabilità e serietà proprie delle relazioni sentimentali di coppie adulte sposate o conviventi”. L’esposizione a un ambiente familiare violento è di per sé quindi “considerata un forma di maltrattamento infantile, i bambini hanno un maggiore rischio di essere essi stessi abusati fisicamente o trascurati, in particolare il disturbo da stress post traumatico materno e gli stili parentali conseguentemente inefficaci da parte di una donna vittima di violenza domestica mediano outcome negativi sullo sviluppo del bambino, tra i quali anche comportamenti aggressivi o internalizzanti e disturbi mentali”.

 

Anche la stessa trasmissione intergenerazionale delle punizioni corporali può essere a sua volta responsabile di effetti negativi sulla salute, sullo sviluppo e sui modelli di comportamento del bambino perché passa il messaggio che “che l’aggressività e la violenza sono comportamenti giusti per relazionarsi in un conflitto”.

 

La psicopedagogista conclude quindi che “occorrono interventi di prevenzione basati sul genere, mirati per esempio ad aumentare l’autostima delle ragazze per limitarne la vittimizzazione, o a ridurre l’aggressività dei ragazzi per limitare la perpetrazione della violenza nelle relazioni adolescenziali e adulte”. Alla scuola viene riconosciuto un compito fondamentale “di promozione di un reale cambiamento culturale e sociale per la prevenzione della violenza di genere, attraverso programmi di educazione al rispetto delle differenze, al superamento degli stereotipi nei confronti della figura femminile e all’affettività nelle relazioni tra pari o di coppia, proprio perché i bambini lo interiorizzano nell’età scolare”.  

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