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Violenza di genere, "Nel 2023, 1624 donne si sono rivolte al nostro Centro", l'associazione: "C'è maggior consapevolezza ma ancora molti stereotipi da abbattere"

Le donne, generalmente sposate e con figli, tra i 30 e i 59 anni, sono la categoria più a rischio. "Oggi, rispetto a vent'anni fa, c'è una maggior consapevolezza del problema e si riconoscono i diversi tipi di violenza: da quella psicologica e fisica a quella economica"

Di Alissa Claire Collavo - 26 maggio 2024 - 23:18

BELLUNO. "Una provincia notoriamente tranquilla senza, se così possiamo dire, casi di cronaca eclatanti che, nonostante questo, segue il trend nazionale". Queste le parole di Anna Cubattoli, presidente di Belluno-Donna, associazione nata nel 2003 per prestare aiuto e sostegno alle donne del territorio bellunese che subiscono violenza. 

 

Nel 2023, "sono state 1624 quelle che si sono rivolte al nostro Centro", afferma. "Di queste, in gran parte sposate (o comunque con un compagno) e con figli, più della metà ha tra i 30 e i 59 anni".

 

Tra tutte, "734 (il 62%) hanno un lavoro mentre 253 (il 21%) sono disoccupate; 82 (il 7%) sono invece pensionate e 96 hanno dichiarato di cercare lavoro a causa della violenza subita".

 

Un luogo di ascolto e protezione, il Centro antiviolenza, che ha avuto origine da una riflessione della dottoressa Margherita De Marchi, medico di base di Ponte nelle Alpi, "che a fine anni Novanta – spiega Cubattoli – aveva letto un articolo su una rivista scientifica in cui si parlava dell'entità della violenza delle donne in Italia".

 

"Come mai lei che conosceva le famiglie e le loro problematiche non si era mai accorta di nulla se non delle situazioni di disagio sociale come, ad esempio, l'alcolismo?"

 

Da questo interrogativo, la richiesta (autorizzata successivamente dall'Ulss) di sottoporre un questionario anonimo, elaborato dall'Università di Trieste, "che ha messo in evidenza come i risultati relativi al fenomeno della violenza di genere nella provincia di Belluno non si discostassero di molto da quelli riscontrati nell'articolo scientifico".

 

"Una violenza strutturale, talmente impastata con la tradizione culturale e i valori dominanti – spiega ancora – che non ce ne si accorge, diventa quasi normale, passa inosservata".

 

Quattro le sedi distribuite sul territorio: oltre a quella principale di Ponte nelle Alpi, sono presenti degli sportelli anche a Belluno, Sedico e Feltre.

 

Data la conformazione della provincia, "gli spostamenti sono complessi e, a maggior ragione, lo sono per le donne vittime di violenza che sono controllate sia nei movimenti che nelle spese".

 

A differenza di vent'anni fa però sono cambiate molte cose: "Oggi c'è una maggiore consapevolezza del problema, soprattutto dei diversi tipi di violenza, da quella psicologica e sessuale a quella economica e allo stalking". 

 

Oggi, continua Cubattoli, "le violenze sono agite prevalentemente dal partner (930 casi pari al 59%) o ex partner (267 casi pari al 17%) ai quali seguono conoscenti o persone appartenenti alla sfera familiare (327 casi pari al 21%) e sconosciuti (23 casi pari al 1%)".

 

Quanto alla nazionalità, "in 912 casi (pari all'80%) l'autore della violenza è italiano e nel restante 20% è straniero (Maghreb, America Latina, Africa, Est Europa)".

 

Questo, "tenendo conto del fatto che la somma degli autori della violenza può essere superiore alle donne vittime di violenza in quanto la donna può aver subìto violenza da più autori e in diversi momenti della vita".

 

Lo stesso, per le tipologie di violenza: "Una donna può infatti aver subìto o subire più tipi di violenza dallo stesso autore o da autori diversi".

 

Secondo i dati rilevati, nella provincia di Belluno sono 1.152 le donne vittime di violenza psicologica, 936 di violenza fisica, 362 di violenza economica, 220 di violenza sessuale e 211 di stalking"; una serie di violenze spesso intrecciate tra loro.

 

Prima di entrare in contatto con il Centro antiviolenza, il 64% delle donne seguite aveva chiesto aiuto ad altri soggetti. 

 

Molte di loro "sono ospitate nelle Case rifugio dell'associazione – aggiunge Cubattoli – due strutture abitative autonome dove poter vivere al riparo dalla violenza per un periodo medio-lungo" e cercare, attraverso un percorso di assistenza, di recuperare gli strumenti utili all'emancipazione.

 

Il progressivo recupero di autonomia da parte della donna vittima di violenza è infatti fondamentale: sia per quanto riguarda l'aspetto economico (è presente un servizio di orientamento all'inserimento o reinserimento nel mercato del lavoro che ha dato un aiuto a 55 donne) sia per la ricostruzione di un clima sereno ed equilibrato a beneficio dei figli, soprattutto minori.

 

Qual è dunque l'idea che questi ragazzi (ma non solo i figli delle donne vittime di violenza) hanno riguardo al tema della violenza? "Abbiamo distribuito un questionario a circa 3000 studenti delle scuole medie e superiori – conclude – ed è emerso che i ragazzi la conoscono, la praticano, la tollerano e la giustificano".

 

Bisogna cominciare presto, "a cercare di abbattere gli stereotipi – ricorda infine Cubattoli – facendo formazione nelle scuole mediante dei corsi di educazione al rispetto e all'affettività ma non solo: bisogna cercare di cambiare nella quotidianità questa mentalità ristretta, culturale ancora radicata".

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