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| 05 ago 2023 | 18:58

Giovani e lavoro: mancanza di voglia o paura di fallire? Lo spiega la dottoressa Bommassar

La dottoressa Bommassar parla di giovani e lavoro: "Tra le generazioni c'è tanta incomprensione. La responsabilità? Di nessuno, ma entrambe le parti devono essere disposte a fare un passo in avanti e venirsi incontro"

Giovani e lavoro: mancanza di voglia o paura di fallire?
di Martina Grandis

TRENTO. Il mondo del lavoro spaventa i giovani, perché? A spiegarcelo è stata la presidente dell’Ordine degli Psicologi, Roberta Bommassar: “Tra le generazioni c’è tanta incomprensione per via di alcune realtà, come i social e la formazione scolastica, che in pochi riescono a comprendere. La responsabilità? Di nessuno, bisogna che entrambe le parti facciano un passo in avanti per venirsi incontro”.  

 

Ciò che accomuna gran parte degli studenti che si stanno interfacciando per la prima volta al mondo del lavoro è la paura di non raggiungere le aspettative richieste e, di conseguenza, deludere sé stessi e gli altri. Questo timore è dovuto a molteplici fattori, ma in particolare al fatto che la generazione “z” è completamente diversa da quelle precedenti: se prima ci si interfacciava con due realtà, la famiglia e la scuola (o il lavoro), adesso si è inserito il mondo dei social e tutto ciò che ne deriva.  

 

“Questa nuova dimensione mette i giovani davanti a modelli esteticamente troppo alti da raggiungere. Lavorativamente parlando invece, si rivelano frivoli. Se prima i punti di riferimento e le figure che si seguivano erano persone vere e di successo, adesso gli influencer di tiktok, che si nascondono dietro a filtri e personaggi molto spesso costruiti o inventati, rappresentano ciò a cui i giovani ambiscono” fa notare la dottoressa Bommassar. Questa è una differenza molto importante che va a rimarcare che ci sono delle incomprensioni generazionali e, oltretutto, sottolinea la questione di avere modelli di riferimento così alti stile “barbie e ken” rende i giovani una generazione insicura, con mancanza di autostima e senza il coraggio di buttarsi.

 

Avere la possibilità di essere in continuo confronto con gli altri è un’arma a doppio taglio. Da una parte comodo perché è possibile comunicare con tutti anche a distanza e, come si è potuto notare anche durante la pandemia, può essere una risorsa e un mezzo di comunicazione utile ed efficiente. D’altro canto però, spesso può portare a un senso di insicurezza che crea disagio e senso di inferiorità, specialmente per i giovani che cercano di sentirsi accettati dalla società d’oggi che mette in continua competizione i ragazzi gli uni con gli altri.

 

Il famosissimo stereotipo dei “giovani che non hanno voglia di lavorare” è sempre esistito fin dall’antichità, e al contrario di come si potrebbe pensare, non è una novità della nuova generazione “z”. La differenza? “Che prima queste critiche rimanevano “chiacchere al bar”, ora le piattaforme online sono un mezzo di comunicazione che permette di dare ampio spazio per parlarne e per far sentire la propria voce e questo lo possiamo considerare sia un bene o un male - commenta la dottoressa Bommassar -. Allo stesso tempo, come in pochi potrebbero pensare, in questi ultimi anni si sta facendo un passo in avanti: se prima gli adulti guardavano i giovani con occhio critico e per certi versi anche con disprezzo, adesso si sente che sta emergendo anche della sana preoccupazione. Gli adulti e la psicologia si stanno rendendo conto che questo cambio generazionale sta avvenendo con dei cambiamenti repentini e si sta mobilitando per informarsi e capire la prospettiva dei più piccoli”.

 

Importante è anche ricordare che non tutti sono uguali e ogni caso è a parte. Ci sono diversi tipi di giovani, c’è chi si mette in gioco, si butta e fa successo, c’è chi ci prova e pur di guadagnarsi qualcosa e fare le proprie esperienze è disposto a lavorare in condizioni non idonee e poco tutelate, come i rider. C’è chi invece, per paura, non si riesce a buttare e chi ha alle spalle una famiglia unita e benestante che esaudisce tutti i desideri del figlio, e di conseguenza, non riesce a trovare un incentivo per “uscire dal nido di mamma e papà”.

 

Anche la famiglia gioca un ruolo fondamentale in questo discorso. La dottoressa Bommassar fa notare “In parte perché, al contrario di una volta, è difficile che il lavoro di famiglia venga tramandato di generazione in generazione e questo crea maggiori difficoltà perché significa entrare in un mondo dove non si hanno dei punti di riferimento. Inoltre, perché i tempi sono cambiati e per certi versi la vita di prima la si può considerare più dura. Adesso, i genitori cercano di fare l’impossibile per accontentare le richieste dei figli, indipendentemente che siano bisogni o desideri. Questo impedisce loro di raggiungere gli obiettivi senza dare per scontato che i risultati debbano arrivare subito senza perseveranza, sforzi e alcuni fallimenti”.

 

Un altro importantissimo fattore che bisogna prendere in considerazione oltre ai social e alla famiglia, è la diversità che vi è nella formazione scolastica tra “prima” e “ora”. Se in passato si studiava per intraprendere una professione specifica, e spesso ci si riusciva, adesso la scuola prepara i ragazzi e le ragazze in più ambiti, senza riuscire ad acquisire sicurezza e dimestichezza in un settore specifico.

 

“La responsabilità di questa problematica è di tutti e di nessuno – conclude la dottoressa Bommassar -. L’unico modo per superare questa situazione per il futuro è fare un “patto generazionale”: se da una parte ci sono gli adulti che devono essere più fiduciosi, curiosi di scoprire queste generazioni e il potenziale che hanno, dall’altra ci sono i giovani che devono mettersi in gioco, uscire dal nido e far vedere al mondo le proprie capacità”.

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