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Belluno
06 giugno | 21:54

A Sport Business Forum Ilaria D’Amico: "I giovani guardano una finale di Champions, ma trovano noioso concentrarsi su una cosa soltanto: bisogna essere attrattivi”

Ospite a Belluno per lo Sport Business Forum, Ilaria D’Amico, conduttrice e giornalista, ripercorre alcuni momenti della sua carriera e spiega come raccontare, oggi, lo sport ai giovani senza annoiarli

BELLUNO. Ha ripercorso la sua carriera nel giornalismo, sportivo ma non solo, e ha affrontato uno dei grandi temi della società di oggi: il rapporto dei giovani con i media. Ilaria D’Amico, conduttrice e giornalista, era ospite alla seconda giornata dello Sport Business Forum, dove ha esordito così: “Il racconto sportivo ha dominato la mia carriera per 20 anni, quindi nell’immaginario collettivo prima di tutto si pensa a me come conduttrice di programmi sportivi. Ho però avuto sempre un interesse anche per il racconto sociale e politico, con programmi a volte pionieri di alcune sperimentazioni nella comunicazione. Quando parlo di sport, però, per me è ritrovare casa”.

 

Una carriera partita quasi per caso, visto che voleva fare l’avvocata di diritto internazionale. “La prima volta - afferma - è stata in Rai International a La giostra del gol, che raccontava il calcio agli italiani nel mondo. Ho sempre avuto una grande timidezza verso le riprese, ma ero molto espansiva e l’idea del giornalismo mi piaceva moltissimo. Quando studiavo legge, un amico di famiglia, che si chiamava Renzo Arbore, era direttore artistico di Rai International e cercava volti giovani per lanciarli su una piccola piattaforma sconosciuta al pubblico italiano, che doveva diventare una palestra per la televisione nazionale. Feci un provino con il direttore di allora e fui scelta per La giostra del gol: mi piaceva il calcio ma non lo conoscevo a fondo, perciò mi misi a studiare e iniziò una carriera che mai avrei immaginato”. Nel calcio, con Sky, è infatti rimasta 19 anni. “Sono volati - ricorda - non mi sono mai annoiata e ho sempre trovato grande professionalità. Era un privilegio essere lì, ma negli ultimi anni sentivo che avevo raccontato lo sport in tutti i modi possibili, e avevo bisogno di occuparmi della mia famiglia”.

 

Da allora, il racconto sportivo è cambiato molto: si dice che ormai i giovani non guardano più nemmeno le partite, ma solo gli highlights perché hanno sempre più fretta. “Guardano ancora i grandi eventi - commenta - come una finale di Champions, ma non sono comunque mai concentrati solo su quello. Le poche volte che guardano la partita, guardano anche il telefono, l’iPad, o giocano con la Switch. Sentono come noioso concentrarsi su una cosa soltanto e succede perché, mentre scrollano i social, vedono centinaia di cose e cambiano centinaia di volte input in pochi minuti. Penso che siamo nel pieno di una rivoluzione molto più grande di quella industriale, perché sta totalmente cambiando la vita, e avere una finestra su così tanti mondi, incontrollabili, molti dei quali irreali, è un problema. In questo la pratica sportiva fatta con costanza è indispensabile per tenerli lontani dall'assuefazione alla tecnologia: lasciarli in mezzo al mondo, ai coetanei, a sporcarsi le ginocchia e dialogare realmente anziché virtualmente è salvifico. In più praticarlo in maniera agonistica salva dalla pigrizia e dalla noia, per cui è la finestra sulla quale, da genitori, puntare sempre a tutti i costi.

 

Per quanto riguarda invece il racconto sportivo - aggiunge - dobbiamo anzitutto pensare che “tutto è shorts” solo per un certo tipo di pubblico: non vuol dire rinunciarvi, ma considerare che, crescendo, i giovani avranno modo di far decantare pensieri e abitudini e da adulti non saranno ugualmente bisognosi di volare sopra le cose. Nel frattempo, l’unico modo per avere appeal è essere originali e interessanti. Pensiamo a Federico Buffa, che non è veloce, non rimane in superficie, non rinuncia al dettaglio, ma ha un modo di comunicare così originale e curioso che riesce a veicolare storie lontanissime dalla vita dei nostri figli. O Alessandro Barbero: chi avrebbe mai pensato a un tale successo anche tra i giovanissimi? Bisogna quindi essere capaci di attrattività. Oppure fare i pagliacci: nella comunicazione televisiva va bene di tutto. C’è bisogno di chi penetra nelle cose, ma anche di leggerezza: l’importante è combattere l’idea che il 90% di programmi sia fatto solo di leggerezza e scemenza. Occorre avere un po’ di tutto e non rinunciare a informare, ma senza annoiare”.

 

Per il futuro? “È stato bellissimo esserci in Sky, ma è stato bellissimo anche non esserci in questi ultimi anni. In questo periodo lontano dalla televisione non mi sono annoiata e ora ci sono alcune cose cui sto pensando, vediamo se vanno in porto, ma le vivo con una serenità diversa. Sto anche analizzando una proposta che ha a che fare con un mezzo non televisivo, per cui si vedrà” conclude D'Amico.

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