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Trento
16 ottobre | 16:30

''Ascoltare la sordità'', un progetto di Ens per superare le barriere comunicative e rilanciare la lingua dei segni

E' stato lanciato un bellissimo progetto (dall’efficace titolo “Guardami, voglio raccontarti una cosa”) che coinvolgerà tutti gli istituti d’arte del mondo scolastico trentino, chiamati a un concorso per realizzare un banner 2 metri x 80 centimetri, per una campagna di sensibilizzazione murale, in cui sintetizzare gli 8 consigli per migliorare la comunicazione con i sordi. Una borsa di studio di 2mila euro andrà ai vincitori dell’iniziativa che si concluderà nel maggio 2026

di Redazione

TRENTO. Cento bambini su centomila nascono sordi. Sono pochi, statisticamente? Sono cento vite intaccate in un senso cruciale, in un diritto fondamentale. Un bambino sordo vede i colori del mondo ma non sente i suoni, e dunque i colori, della vita. Oggi però, tra protesi acustiche e impianti cocleari, ma soprattutto grazie alla diagnosi precoce dei disturbi dell’udito, è possibile migliorare la condizione delle persone sorde, la loro piena cittadinanza sociale, al di là dei pregiudizi che ancora provoca il loro modo di parlare, con la voce o con la lingua dei segni. Quella Lis, lingua dei segni italiana, che dopo un lungo iter ha avuto un riconoscimento ufficiale nel nostro Paese.

 

Su questi e altri temi la sezione provinciale di Ens, Ente nazionale sordi ha promosso di recente – con il supporto dell’avvocata Valeria Grasso, consulente giuridica dell’associazione – un confronto molto interessante, affollato da iscritti all’associazione, familiari, operatori sociali, tecnici e insegnanti, nell’aula magna dell’Istituto Beato de Tschiderer, in via Piave. Davanti al sindaco di Trento, la presidente provinciale di Ens, Brunella Grigolli, ha rimarcato come “ogni sordo è diverso dall’altro”, perché diversi sono i gradi e i tipi di sordità e i contesti familiari e sociali. “L’obiettivo comune però è l’autonomia, che si realizza abbattendo le barriere comunicative e sviluppando il bilinguismo italiano-lingua dei segni. Lo dico per esperienza personale: invecchiando, mi stanco a leggere le labbra di chi parla e dunque ho più bisogno della Lis, anche per non regredire culturalmente”.

 

Il giornalista Paolo Ghezzi ha introdotto il confronto partendo da lontano. Da uno dei più antichi libri sacri, in cui il primo verbo pronunciato da Dio nei confronti del suo popolo è proprio “ascolta, Israele”. “Ascoltaci, Signore” si prega ancora oggi. Come se l’ascolto precedesse, da sempre, in ogni relazione, umana e soprannaturale, lo stesso atto del vedere con gli occhi. Prestare ascolto, attenzione, come misura dell’empatia umana. Alex Tondin, imprenditore cembrano (un artista della decorazione floreale) e papà di Anika, a cui a quattro anni e mezzo è stata diagnosticata la sordità, ha lanciato un bellissimo progetto (dall’efficace titolo “Guardami, voglio raccontarti una cosa”, tradotto anche nelle lingue delle tre minoranze trentine, ladini, mocheni e cimbri) che coinvolgerà tutti gli istituti d’arte del mondo scolastico trentino, chiamati a un concorso per realizzare un banner 2 metri x 80 centimetri, per una campagna di sensibilizzazione murale, in cui sintetizzare gli 8 consigli per migliorare la comunicazione con i sordi. Una borsa di studio di 2mila euro andrà ai vincitori dell’iniziativa che si concluderà nel maggio 2026 e su cui sarà chiesto anche il sostegno alle Apt.

 

Nessuno di noi ha imparato a parlare al telefono. L’ascolto è sempre anche una situazione visiva, situata nello spazio. Il cervello non si è evoluto per ascoltare suoni e basta, ma per vedere e ascoltare insieme. Vale anche per i pulcini. E non vi ricordate come ci sentivamo tutti sordi, durante il Covid, per colpa delle mascherine che ci coprivano le labbra?”. Parole incisive del professor Francesco Pavani, bolognese, professore di psicologia al Cimec (Centro mente cervello) nonché autore di un eccellente manuale, pubblicato da Erickson, dal titolo “Ascoltare la sordità”, nella collana “Giocati il cervello!”.

 

Pavani ha fatto riflettere sul fatto che tutti noi esseri umani usiamo le mani per parlare, non solo tra i popoli latini, e che la gestualità, fin da bambini, accompagna la parola consentendoci anche di avere la capacità predittiva sulla conclusione delle frasi. “Il bilinguismo parola-lingua dei segni è una ricchezza cognitiva. Fa bene anche ai non sordi. E per fortuna la Lis è una lingua in ottima salute e in espansione. Dobbiamo sempre ricordare che nel mondo c’è un miliardo e mezzo di persone che non ci sentono o sentono poco. E, aumentando la speranza di vita e l’età media, il problema non è se diventeremo sordi, ma quando lo diventeremo”.

 

Ciascuno di noi è sordo in certe situazioni, come a uno sportello in una stazione ferroviaria rumorosa (e qui l’intelligenza artificiale potrà aiutarci ad avere, su uno schermo, la sottotitolazione automatica di ciò che ci sta dicendo il bigliettaio). E la sordità, permanente o temporanea, piena o parziale, aumenta la confusione comunicativa del mondo. È dunque una buona notizia quella annunciata da Pavani, che all’Università di Trento si farà un primo corso di 30/40 ore di lingua dei segni. Anche perché, ha evidenziato Valeria Grasso, è più facile comunicare con i ciechi che con i sordi, e questo crea problemi relazionali a tutte le età. Eppure c’è ancora chi, sui social italiani e da posizioni scientificamente superatissime, si scaglia contro l’utilizzo sempre maggiore della Lis.

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