Nicolò Guarrera da 5 anni gira il mondo a piedi, partito in pieno Covid sta tornando a casa: "Mi hanno ospitato più di 170 persone in 4 continenti. Così ho coltivato la lentezza"
Partito nel 2020, il 31enne Nicolò Guarrera ha attraversato quattro continenti a piedi e, mentre sta per rientrare in Italia, si racconta a il Dolomiti: "Tante persone mi hanno scritto che, guardando il mio percorso, sono stati spinti ad agire anche nella loro vita. Il messaggio che lascia il mio percorso? Quello di provare sempre a fare le cose che si vogliono fare: sicuramente con delle difficoltà che però si possono superare, capendo allo stesso tempo i propri limiti"

TRENTO. “Immaginare di girare il mondo è naturale, chi non l'ha mai sognato, almeno una volta?”, lo si legge sul blog di Nicolò Guarrera, conosciuto da molti come “Pieroad”. Parliamo di un ragazzo di 31 anni di Malo, in provincia di Vicenza, che coltivava un sogno, a tutti gli effetti un'impresa: girare il mondo, però a piedi.
E così, dopo mesi e mesi di preparazione, il 9 agosto 2020 è partita la sua avventura in compagnia di Ezio. Un compagno? No, il suo inseparabile passeggino con il quale Nicolà "Pieroad" ha attraversato quattro continenti e percorso decine di migliaia di chilometri, dall'Europa al Sudamerica, dall'Asia all'Oceania.
Nel corso degli anni ha dormito quasi sempre in tenda, ma anche in rifugi di fortuna, aiutato da tante persone che ha incontrato sul suo cammino e, grazie alla generosità di sponsor e supporter che hanno finanziato il suo tour, dopo 5 anni il traguardo è vicino, e manca pochissimo al suo rientro in Italia, a Trieste, previsto per domenica 31 agosto.

Guarrera, il suo cammino è una vera e propria impresa. Perché ha deciso di fare il giro del mondo proprio a piedi?
Mi è sempre piaciuto spostarmi a piedi, come “mezzo” l’ho sempre preferito anche alla bicicletta. Mi sono detto che, se avessi dovuto fare un viaggio lungo, sarei voluto dipendere solamente dalle mie forze e dal mio corpo, e utilizzare la biciletta mi avrebbe “diviso” dalla terra, mentre così avrei sentito la fatica di tutti i chilometri. E poi perché camminare è l’unico modo veramente umano per potersi spostare, ed è anche il più lento. Il mio obiettivo era di partire coltivando la lentezza, per questo mi sembrava giusto farlo nella maniera più coerente possibile. I miei amici e la mia famiglia sono sempre stati molto comprensivi e, dopo aver negoziato alcuni sistemi di sicurezza tra gps e assicurazione medica con i miei genitori, ho avuto la "benedizione" di tutti e il 9 agosto 2020 sono ufficialmente partito.
Parliamo del suo insolito compagno di viaggio: un passeggino per l'appunto. Cosa c'è dentro?
L'essenziale. Una "mini-cucina" a gas con una bombola e un pentolino, dove ci stanno al massimo due porzioni di lenticchie. Poi del riso, le lenticchie secche, un cucchiaio per mangiare e le cose fondamentali per dormire: quindi tenda, materassino, sacco a pelo, vestiti antipioggia e una scorta notevole di calzini, dato ne ho consumati più di 30 paia, e sono al 24esimo paio di scarpe.
Ha dovuto affrontare tante sfide, una tra queste è proprio legata all’alimentazione. Come ha organizzato i pasti durante il suo viaggio?
In questo momento sto mangiando la mia 904esima porzione di lenticchie (ride, ndr). Ormai il concetto di gusto è passato in secondo, se non terzo, piano: al primo c’è sempre la praticità, anche se ho davvero mangiato quintali di lenticchie, non è facile rendere l'idea. Ho però sempre cercato di tenere un alimentazione equilibrata tra grassi, proteine, e carboidrati, preparando tutto nel fornelletto a gas che mi porto dietro. Nelle mie soste ho avuto modo di provare molti piatti tipici locali. Quello che mi è piaciuto di più? Probabilmente è il tigrillo, in Ecuador: una specie di banana verde bollita e schiacciata come se fosse un purè, con sopra le uova con del pepe e del formaggio. In Arabia invece ho provato l’ayran, una specie di yogurt da bere, ma con un sapore molto forte e veramente salato, infatti ho faticato molto nel berlo.
C'è poi il tema della solitudine. Come la affronta? Ha trovato lungo il cammino persone che l’hanno accolta e aiutata?
Ho avuto tantissimi incontri piacevoli, in cinque anni di cammino sono stato ospitato da più di 170 persone in 4 continenti. Principalmente le conoscenze le ho fatte nei momenti di sosta, perché ho sempre preferito muovermi da solo. La verità è che non si incontrano tante persone che camminano: il primo l’ho avuto solo un mese fa con un ragazzo italiano, Nazario Nesta, che è partito come me a piedi per fare il giro d’Europa. Mio padre poi mi ha raggiunto per fare alcuni pezzi insieme in Argentina e in Grecia, dove mi hanno raggiunto anche alcuni amici. E adesso, appena raggiungerò l’Italia, ho aperto il cammino a chiunque voglia unirsi.
Ha mai avuto problemi alle frontiere?
Si certo, i problemi li ho avuti soprattutto per Ezio, il passeggino: questo perché è sempre strano dover spiegare che stai facendo il giro del mondo a piedi. In Europa mi è sempre andata bene, ma ad esempio il confine armeno, venendo dall’Iran, è stato uno dei più tosti: l’ufficiale di frontiera era abbastanza indisponente, mi ha fatto smontare tutto ciò che avevo e con un taglierino voleva addirittura tagliare il fondo di Ezio per vedere se stavo trasportando droga. Alla fine ha compreso le mie ragioni e sono riuscito a passare il confine con Ezio tutto intero.
C’è un posto che le è rimasto più di altri nel cuore?
Ho amato tantissimo i deserti, quello di Atacama in Cile e il grande Outback nell'entroterra lungo le coste remote del Paese: mi hanno affascinato e lasciato qualcosa di davvero profondo. In questi luoghi non ho avuto paura, perché sapevo cosa stavo facendo ed ero preparato. Ho avuto chiaramente momenti di sconforto, nostalgia molto forte e stanchezza mentale, ma la paura più grande in realtà l’ho provata in mezzo all’Oceano Atlantico, lo stavo attraversando in barca a vela con il capitano e altre due persone, un australiano e un polacco, e non arrivava vento da giorni: siamo rimasti fermi e in balia degli elementi, nella speranza che tornasse il vento.
Guardando indietro a tutti i chilometri percorsi, cambierebbe qualcosa del suo viaggio?
Forse cambierei l’approccio: avrei preferito godermi di più la singola giornata, cosa che ho imparato soprattutto nel deserto australiano quando ho avuto dei momenti di cedimento, però credo sia "giusto" che io ci abbia messo del tempo ad impararlo, perché non è semplice e non è qualcosa che si può insegnare. Ora che l’ho compreso, con tanta fatica e sforzo cerco di ricordamelo più spesso.
Manca sempre meno al suo rientro in Italia. Quali sono le prime cose che farà una volta arrivato a casa?
Comincerò sicuramente a scrivere un libro su questa avventura, alcune aziende e festival mi hanno già contattato per raccontare la mia storia e sarà l'occasione per conoscere chi mi ha seguito per tutto questo tempo sui social: riuscirò così a dare dei volti ai loro nomi, continuando a raccontare in modo diverso questa grande avventura.
Una narrazione seguita da più di 400 mila follower appunto: si sarebbe aspettato un successo simile sui social?
No assolutamente, c'era un obiettivo: quando sono partito mi sono detto che avrei dovuto percorre 30-35mila chilometri, arrivando allo stesso numero di followers, ella fine sono stati 10 volte superiori all’aspettativa.
Un ultima battura, c’è un messaggio che vuole trasmettere con questa impresa?
Una cosa sulla quale non avevo mai riflettuto è che le persone che mi seguono possono trovare ispirazione in quello che faccio, semplicemente guardandomi fare una fatica grandissima, guardando sempre avanti tra caldo e freddo, dolori fisici, nostalgia di casa e le difficoltà. Tante persone, nel tempo, mi hanno scritto che sono stati ispirati guardando il mio percorso e sono stati spinti ad "agire" anche nella loro vita. Quindi, se c’è un messaggio da dare, direi che è quello di provare sempre a fare le cose che si vogliono fare: sicuramente con delle difficoltà che si possono superare, capendo allo stesso tempo i propri limiti.











