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Bolzano
23 settembre | 17:31

A Bolzano il lavoro come approdo, non come traguardo: le storie di "Arcipelago Inclusione"

Al Centro Trevi il bilancio finale di "Arcipelago Inclusione", il progetto per l'inserimento lavorativo dei giovani con disabilità

A Bolzano il lavoro come approdo, non come traguardo: le storie di "Arcipelago Inclusione"

BOLZANO. Sala piena, oltre cento iscritti e ventidue tra relatori e ospiti sul palco: venerdì 18 settembre il Centro Trevi di Bolzano ha ospitato "Approdi: percorsi verso il lavoro, l'autonomia e la qualità di vita", il convegno che ha chiuso il percorso del progetto "Arcipelago Inclusione", dedicato alla transizione dei giovani con disabilità o fragilità dalla scuola al mondo del lavoro e alla vita adulta.

 

Un tema, quello dell'inserimento socio-lavorativo, che gli organizzatori hanno voluto affrontare non come punto d'arrivo isolato ma come esito di un percorso lungo, che parte dal rafforzamento dell'autodeterminazione, passa per la sperimentazione concreta sul campo e si consolida infine nella comunità.

 

"Arcipelago Inclusione" è un progetto sperimentale finanziato dal Fondo Sociale Europeo (FSE+) e promosso dalla Provincia Autonoma di Bolzano, rivolto ai giovani tra i 16 e i 29 anni residenti o domiciliati in Alto Adige, con disabilità certificata o con disturbi dello sviluppo e del comportamento non certificati che ne compromettono l'integrazione socio-lavorativa.

 

L'obiettivo dichiarato è prevenire l'isolamento sociale nella delicata fase di passaggio all'età adulta, attraverso un sistema integrato di consulenza, orientamento e supporto formativo e assistenziale.

 

A guidarlo la cooperativa sociale TimeAut, capofila del progetto e dal 2015 punto di riferimento in Alto Adige per gli interventi psico educativi rivolti a bambini e ragazzi con autismo, insieme a Cieffe S.r.l., responsabile del coordinamento metodologico, Politermica Società Cooperativa Impresa Sociale e UISP Comitato Territoriale Bolzano APS.

 

Ad aprire i lavori sono stati i saluti istituzionali. Alexandra Pöder, dell'Ufficio Fondo Sociale Europeo della Provincia Autonoma di Bolzano, ha espresso apprezzamento per il percorso svolto dal progetto, definendo l'inclusione socio-lavorativa "un tema prioritario e di grande attenzione per l'Amministrazione provinciale", un ambito che richiede continuità, nuove progettazioni e investimenti mirati per rispondere ai bisogni emergenti del territorio.

 

Giorgia Mattiello, in rappresentanza della rete degli enti partner che ha coordinato gli aspetti pratici del progetto e organizzato il convegno finale, ha letto nell'eccezionale risposta di pubblico un indicatore chiaro del bisogno del territorio, sottolineando la volontà collettiva di "costruire e perfezionare strumenti sempre più efficaci ed evoluti" per sostenere l'autonomia e l'occupabilità delle persone con fragilità. Mattiello ha definito il progetto non un punto d'arrivo ma un vero e proprio trampolino di lancio per future sinergie operative.

 

Ad aprire il nucleo scientifico della mattinata, nella plenaria è stato Daniele Rizzi, che ha affrontato il tema della qualità di vita chiarendo come questa non possa ridursi a un desiderata burocratico o a una suggestione teorica, ma debba diventare il cardine attorno a cui strutturare la programmazione abilitativa, ancorandosi a indicatori realistici capaci di rilevare il miglioramento effettivo nella vita quotidiana dei ragazzi, con un accento particolare sulla necessità di autodeterminazione per una vita piena.

 

Sulla stessa linea si è inserito il contributo di Giulia Ferrazzi, incentrato sul cambio di paradigma nella formulazione del Progetto di Vita, che secondo la relatrice deve abbandonare la storica impostazione assistenziale di calare i percorsi dall'alto sulle persone con disabilità, per diventare invece un vero strumento di libertà e scelta personalizzata, capace di accrescere le competenze individuali necessarie ad affrontare in autonomia le sfide dell'età adulta.

 

A tracciare il ponte verso il contesto occupazionale è stato Alessandro Dibari, che si è soffermato sui prerequisiti evidence based necessari all'inserimento lavorativo, sottolineando come l'integrazione professionale non possa essere frutto dell'improvvisazione ma richieda una preparazione strutturata sul piano comportamentale e relazionale, supportata da protocolli validati prima ancora dell'ingresso in azienda.

 

I dati e le metodologie hanno poi trovato una corrispondenza pratica ed emozionante nella presentazione di Sophie Gasparotti, di TimeAut, che ha restituito gli esiti della ricerca condotta nell'ambito di Arcipelago Inclusione traducendo le statistiche in percorsi di vita autentici, ridando nome e volto ai ragazzi coinvolti e raccontando con passione le tappe di una crescita fatta di competenze conquistate e del coraggio di mettersi in gioco per la prima volta in ambienti di lavoro reali.

 

A chiudere la plenaria sono stati i contributi del settore pubblico. Christian Rispoli, ispettore per il Servizio Inclusione della Provincia Autonoma di Bolzano, ha tracciato il quadro normativo del contesto scolastico e il passaggio verso la Formazione al Lavoro, mentre Magdalena Oberrauch, per l'Ufficio Integrazione Lavorativa, ha ripercorso la normativa vigente, dalla legge 68 del 1999 alla delibera provinciale 749 del 2025 sul collocamento mirato delle persone con disabilità.

 

Sandro Fanelli, coordinatore del Servizio di Accompagnamento al Posto di Lavoro, ha invece posto l'accento sul ruolo strategico del job coach e sulle potenzialità dell'accompagnamento della persona con disabilità nell'approccio al mondo del lavoro.

 

Anche il momento della pausa caffè, curato da Giorgia Mattiello, è diventato occasione di inclusione concreta: il servizio è stato affidato alla Cooperativa Sociale Samuele, che ha affiancato nella gestione della sala alcuni dei ragazzi coinvolti nel progetto, trasformando la pausa in un piccolo laboratorio di competenze.

 

Il primo dei tre panel che si sono svolti successivamente, moderato da Alessandro Dibari, si è concentrato sui percorsi di preparazione ai prerequisiti di ingresso nel mondo del lavoro.

 

Dal confronto è emersa un'idea condivisa: la gestione del passaggio dalla scuola al lavoro non può iniziare solo al termine degli studi, ma richiede un processo di orientamento ed empowerment precocissimo, come già sperimentato da Sophie Gasparotti con il progetto Grow in di TimeAut, rivolto a ragazzi più giovani proprio per accompagnarli per tempo verso la vita adulta.

 

A confermare la validità di questo approccio è stata la testimonianza di Matteo Dall'Armi, lavoratore con disabilità da quattro anni inserito nello staff del ristorante Cibus di Bolzano, che ha raccontato la fatica e la determinazione necessarie per apprendere mansioni complesse in un ambiente dinamico come quello della ristorazione, sottolineando come la crescita più significativa abbia riguardato non solo l'esecuzione dei compiti pratici ma soprattutto la sfera relazionale e la sicurezza di sé nell'interazione quotidiana con la clientela.

 

Il secondo panel, moderato da Daniele Rizzi, è entrato nel vivo dell'inserimento lavorativo vero e proprio, tra buone prassi e rischi di abbandono.

 

A dare sostanza al dibattito sono state le testimonianze di tre realtà che hanno fatto dell'inclusione un pilastro della propria attività quotidiana: Gianni Bio, catena di negozi biologici di Bolzano, il Tortellante di Modena, impresa sociale nata con il supporto dello chef stellato Massimo Bottura e specializzata nella pasta fresca artigianale, e la cooperativa sociale che gestisce la Locanda Dal Barba di Villa Lagarina, in provincia di Trento.

 

Pur operando in contesti diversi, le tre realtà hanno condiviso una visione comune: per costruire percorsi lavorativi sostenibili non servono approcci assistenziali ma una precisa capacità organizzativa, capace di mappare con accuratezza le reali competenze delle persone, con o senza disabilità, per affidare a ciascuno le mansioni più coerenti con le proprie attitudini.

 

È emersa anche la necessità di supportare i giovani con competenze acquisite già nei percorsi precedenti, per limitare il timore verso il nuovo ambiente di lavoro, e allo stesso tempo di ridurre le paure delle aziende attraverso la formazione del personale che si interfaccia con i ragazzi e una presenza costante dei servizi di riferimento in caso di necessità.

 

Prima del drop out, è stato sottolineato, ci sono sempre dei segnali che se letti con paura e scarsa conoscenza rischiano di portare al fallimento, mentre se adeguatamente colti e supportati richiederebbero solo piccoli aggiustamenti.

 

Il terzo e ultimo panel, moderato da Giulia Ferrazzi, ha affrontato i modelli virtuosi di inclusione da esportare dai contesti di lavoro protetto al mercato aperto.

 

Il filo conduttore è stato l'invito a pensare fuori dagli schemi, superando l'idea che siano le persone con disabilità a doversi adattare totalmente a contesti organizzativi statici, quando in realtà è la flessibilità nel ripensare ruoli e mansioni a generare i risultati migliori, arricchendo l'intera organizzazione aziendale. Esemplare in questo senso la storia di Lino, presentata da Daniela Bonomini di Cieffe: un percorso costruito con il MUSE, il Museo delle Scienze di Trento, che ha portato alla formazione di guide museali coniugando la passione personale di Lino per la preistoria con l'esigenza del museo di avere figure di accompagnamento qualificate.

 

A chiudere la giornata è stata la sensazione, condivisa da tutti i protagonisti, di una convergenza profonda tra due piani solo apparentemente distanti: da una parte il rigore metodologico e la qualità scientifica dei dati, apprezzati dagli addetti ai lavori e dai rappresentanti dell'ente pubblico, dall'altra la commozione e il valore umano toccati con mano nelle parole delle famiglie e dei giovani coinvolti, che in questo percorso hanno visto trasformarsi semplici speranze in competenze reali, autonomia quotidiana e dignità professionale.

 

"Arcipelago Inclusione" chiude così la propria fase progettuale lasciando in eredità non solo numeri e risultati, ma una mappa tracciata e una rete solida su cui costruire il futuro dei giovani vulnerabili in Alto Adige.

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