Additato come terrorista, convocato in questura, espulso e torturato in Pakistan. La lezione (inquietante) del bolzanino che in 72 ore ha visto stravolta la sua vita
L'avvocato roveretano Nicola Canestrini racconta il caso del 2015 che vide espulso, nel giro di 72 ore, un giovane di origine pakistana cresciuto in Alto Adige e che lavorava in una società in-house della Provincia: "Con lui, e in chissà quanti altri casi, il governo italiano ha utilizzato uno strumento previsto dalla legge ma che di fatto aggira i diritti umani, anche quelli più basilari come il fatto di non essere consegnato a chi ti tortura, senza possibilità di potersi difendere”

BOLZANO. “Questa storia è avvenuta 11 anni fa ma è ancora di attualità e penso fornisca spunti di grande impatto, non solo per specialisti: porta in luce un aspetto inquietante del nostro quadro legislativo. E cioè che in alcune situazioni l’autorità politica può operare ‘sostituendosi’ all’autorità giudiziaria e annullando completamente le garanzie di diritti fondamentali della persona”.
Non usa mezze misure Nicola Canestrini, avvocato penalista e specialista di diritto penale sovranazionale, nel raccontare uno dei casi che nella sua importante carriera professionale lo ha colpito di più: un episodio raccontato dallo stesso Canestrini sulla sua newsletter online “The Italian Desk”, disponibile su LinkedIn (qui il link al testo completo).
Il protagonista, o la vittima, della vicenda è un giovane pakistano cresciuto in Alto Adige, con permesso di soggiorno permanente, un lavoro stabile in un’azienda in-house della Provincia di Bolzano e con domanda di cittadinanza italiana in corso.
Contro di lui non c’è nessuna accusa penale, nessun processo: solo un profilo Facebook, un clima internazionale teso, un decreto ministeriale e un aereo diretto ad Islamabad che lo ha portato, nel giro di 72 ore, dalla sua casa in Alto Adige ad essere nelle mani delle autorità pakistane.
DUEMILAQUINDICI.
Non è facile mettere ordine alla storia del ragazzo, classe 1991, espulso da Bolzano nel gennaio 2015, a nemmeno 24 anni di età. Il momento storico gioca un ruolo non secondario, visto che tutto avviene pochi giorni dopo l’attentato a Charlie Hebdo che tanto scosse la Francia ma anche il resto d’Europa.
“Un giovane – spiega Canestrini a il Dolomiti - che era arrivato in Italia a sette anni, aveva studiato in Südtirol, parlava italiano, tedesco e perfino il dialetto locale. Un gran lavoratore, un bravo ragazzo come testimoniato anche dal suo dirigente di riferimento.
Viene fuori però che su Facebook nelle settimane precedenti aveva messo alcuni ‘mi piace’ su foto e video di ispirazione jihadista, condividendo alcune immagini e una bandiera dell’Isis utilizzata per qualche giorno come foto profilo. A quel punto viene considerato un vero e proprio ‘terrorista’: non al termine di un regolare processo, ma per decreto ministeriale”.
A quel punto si innesca un pericoloso vortice che in poche ore arriva a conclusione. “È stato invitato in questura per parlare della sua richiesta di cittadinanza, e invece si è ritrovato consegnato ad autorità straniere e in poche ore ‘spedito’ in Pakistan”.
Lì, racconta il giovane, subisce torture e violenze. Come è stato possibile arrivare a quell’esito? “Il decreto ministeriale ha allontanato un ragazzo che nessun giudice aveva chiesto, e ha raggiunto una conclusione che nessun giudice aveva formulato. La cosa che inquieta in questo caso è che di fatto, tutto ha funzionato”, riprende Canestrini. “Ogni ‘pezzo’ chiamato in causa ha applicato correttamente le proprie regole. Il risultato non è un malfunzionamento: è il disegno”.
GIUSTIZIA (NON) È FATTA.
Questo caso peraltro, secondo Canestrini, dimostra anche che “vincere in tribunale” non significa “avere giustizia”.
Sì, perché in effetti il Tar annullò il decreto di espulsione e diede ragione alla difesa: “Peccato che non lo fece nei giorni o nelle settimane successive, ma solo nel 2022 – spiega l’avvocato –, e cioè dopo 7 anni di silenzio. Dissero che l’amministrazione non aveva valutato il rischio di tortura e trattamenti inumani in Pakistan, ma come detto vincere in tribunale non corrisponde ad avere giustizia. A quel punto infatti, dopo 7 anni, il mio assistito aveva la vita rovinata e indietro non si può tornare. Ci devono essere misure più rapide. Con lui, e in chissà quanti altri casi, il governo italiano ha utilizzato uno strumento previsto dalla legge ma che di fatto aggira i diritti umani, anche quelli più basilari come il fatto di non essere consegnato a chi ti tortura, senza possibilità di potersi difendere”.
In effetti il precedente del giovane pakistano bolzanino è molto simile, nella dinamica, a quanto accaduto nei rimpatri forzati mediaticamente più noti come il caso Shalabayeva o quello più recente di Almasri.
Quando Canestrini impugnò il decreto, Matteo Salvini (europarlamentare e leader di quella che si chiamava ancora Lega Nord) pubblicò un post su Facebook informando che era un “avvocato italiano” a ricorrere contro l’espulsione di “un pakistano che inneggiava pubblicamente al terrorismo e all’Isis” .
Seguirono, manco a dirlo, migliaia di commenti e insulti che si trasformarono presto in pesanti minacce (anche di morte) a Canestrini. Dopo qualche giorno il post fu cancellato, ma la vicenda giunse al Consiglio degli Ordini Forensi Europei e all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dove il caso dell’avvocato roveretano venne espressamente citato. Il 13 maggio 2025 è stata aperta alla firma, a Lussemburgo, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione della professione di avvocato.
Cosa resta oggi di tutta questa storia? L'articolo 13 del Testo Unico sull'Immigrazione che prevede l'espulsione amministrativa del cittadino straniero dal territorio dello Stato italiano. Oggi è lo stesso di 11 anni fa. E quando la politica ha il potere di scavalcare la giustizia e dimenticarsi dei diritti fondamentali delle persone, un po’ di inquietudine tutto sommato è inevitabile avvertirla.


















