Viaggio nell'abisso di Kočevski, la peggiore delle foibe riempita con una montagna di oltre 3.200 cadaveri. ''Ma in 6 sopravvissero. Uno era il padre del futuro presidente''
Ieri è stata la Giornata del Ricordo e oggi il Dolomiti ha parlato con Fausto Biloslavo che ha ricostruito una vicenda terribile e poco conosciuta: i massacri della furia titoista verso altre genti di etnia slava, sloveni, croati e non solo. ''Basti pensare agli undicimila domobranci sloveni cioè i combattenti sloveni che fiancheggiarono i tedeschi o gli ustascia croati e i partigiani cetnici, cioè i monarchici serbi, tutta gente che sicuramente aveva le mani sporche di sangue ma assieme a loro c'erano anche familiari, civili, insegnanti, preti. Una dinamica che noi italiani conosciamo bene''

TRIESTE. “E' una storia a lungo nascosta, ma che riguarda un numero enorme di vittime, davvero enorme. Basti pensare agli undicimila domobranci sloveni, cioè i combattenti sloveni che fiancheggiavano i tedeschi, che sono scappati in Austria e si sono arresi agli inglesi che però li hanno riconsegnati al regime di Tito, sono finiti tutti infoibati. Si calcola che quindicimila sloveni siano morti in quel periodo, buona parte dei quali a guerra finita e duemila erano vittime civili. La stima proviene dai rapporti di Joseph Dezmann, che era il presidente del comitato governativo che ha individuato oltre 700 tra foibe, fosse comuni e cavità minori, spesso coi morti ancora là sotto, che rendono la Slovenia un grande cimitero a cielo aperto”. E' il giornalista e inviato di guerra Fausto Biloslavo a parlare e a raccontare a il Dolomiti una realtà a molti ancora sconosciuta e che giace dimenticata nei meandri del sottosuolo del Carso.
In seguito alle celebrazioni del Giorno del Ricordo del 10 febbraio avvenute nella giornata di ieri, il Dolomiti propone un approfondimento su quelle foibe ancora più recondite e ignorate dal dibattito italiano e occidentale, relativamente ai massacri della furia titoista verso altre genti di etnia slava, sloveni, croati e non solo, che testimoniano come la natura della violenza della milizia di Tito non fosse di origine esclusivamente etnica, ma anche ideologica e politica, rivolta verso qualunque elemento in grado di trasformarsi in un problema o che non era allineato.
Biloslavo, autore del libro ''Verità infoibate. Le vittime, i carnefici, i silenzi della politica'' si è recato nei luoghi di queste tragedie, e la sua attività di divulgazione passa anche attraverso foto e filmati postati in rete che evidenziano anche quanto siano cambiati questi paesaggi, per mano dell'uomo, dopo tanti anni. “Noi siamo stati in due foibe nella foresta di Kočevje, in Slovenia, oggi il paesaggio è molto diverso. Si pensi che il terreno era stato portato a livello e queste forre erano a quel punto molto difficili da individuare. Lì dentro c'era di tutto, non solo i domobranci sloveni, ma anche ustascia croati, anch'essi combattenti a fianco dei nazisti, e i partigiani cetnici, cioè i monarchici serbi, tutta gente che sicuramente aveva le mani sporche di sangue ma assieme a loro c'erano anche i familiari e soprattutto tanti presi dai rastrellamenti che non avevano fatto del male neanche a una mosca, insegnanti, preti eccetera, una dinamica che anche noi italiani conosciamo bene. Nel complesso nella sola Slovenia – conclude il giornalista – si stima approssimativamente che tra sloveni, croati e partigiani serbi ci siano stati centomila morti, a guerra finita, e per tutta la Jugoslavia, si ipotizza un numero attorno ai duecentocinquantamila morti, a causa della pulizia etnico-ideologica perpetuata da Tito”.
La storia di questo numero di vittime sconcertante ci restituisce ancora più chiaramente quanto fosse tumultuoso e imprevedibile il clima in quel particolare contesto. Da una foiba della foresta di Kočevje sono stati riesumati oltre 3.200 corpi. Dall'abisso di Macesnova Gorica (Kočevski rog) sei persone riuscirono incredibilmente a salvarsi, e a uscirne vive. Un grosso tronco d'albero è fortunosamente franato all'interno della forra dopo che i titini hanno fatto saltare la roccia, e così sono riusciti ad arrampicarsi e a uscire nottetempo.
Com'era prassi, infatti, i soldati di Tito, dopo aver gettato le persone all'interno delle grotte o delle voragini (in questo caso le vittime sono state portate sull'orlo e fatte precipitare a 16 metri di profondità, mentre venivano falciate dai proiettili), facevano esplodere la grotta per farla crollare. In questo modo davano il colpo di grazia ai malcapitati che potevano essere sopravvissuti e parallelamente riuscivano a nascondere la grotta stessa e le vittime finivano tumulate. D'altronde quella delle foibe è una storia che nasce dalla volontà, non solo di uccidere, ma di far letteralmente sparite le persone.
Uno dei sei che riuscirono a scappare era il padre di Janez Janša, che in futuro diventerà più volte primo ministro della Slovenia indipendente, come ricordato da Fausto Biloslavo: “Uno era il padre di Janša, che fino al '91 e alla disgregazione della Jugoslavia non raccontò mai nulla al figlio, mentre un altro ragazzo miracolosamente uscito dalla foiba tornò subito dalle autorità, cercando di spiegare le ragioni della sua innocenza, ma di fatto riconsegnandosi ai suoi aguzzini. Venne ucciso, in qualche modo è stato ucciso due volte. Il padre del futuro ministro Janša è stato inoltre colui che in seguito, assieme ad altri testimoni, ha portato alla scoperta della foiba la commissione governativa nata con l'indipendenza slovena che si propone l'obbiettivo di mappare questo grande cimitero nascosto, volutamente celato fino al '91”.
Come ha rimarcato anche il giornalista, molti corpi ancora senza un nome si trovano tutt'oggi sul fondo delle foibe, testimoni di una storia drammatica che non ha riguardato solo le vittime italiane. L'auspicio, in prospettiva futura, è quello che anche in Italia si riesca sempre di più a riflettere sulle vittime che il regime jugoslavo ha fatto anche tra i propri connazionali, rendendo la tragedia delle foibe in generale un crimine impunito, ma che ha riguardato in modo trasversale tutte le popolazioni che vivevano e vivono questo confine.












