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Ha un nome la donna morta sotto il treno: "Si chiamava Rawda, ha una figlia e la famiglia la sta aspettando". La generosità di Avio per il rimpatrio della salma

Venerdì l'ultimo saluto al cimitero, un gruppo di abitanti ha voluto ricostruire la sua storia partendo da un foglietto trovato nel suo piccolo bagaglio. "Speriamo di essere in tanti a dirle addio"

Di Donatello Baldo - 19 gennaio 2017 - 08:09

AVIO. A quel corpo straziato riposto nel freddo della camera mortuaria è stato dato un nome. Ma soprattutto è stata data dignità ad una donna di 30 anni che è madre, che è figlia, che scappava dall'Etipia per salvare se stessa e la sua famiglia.

 

Si chiamava Rawda ed è morta schiacciata da un treno il 16 novembre scorso nei pressi di Avio. Forse il controllore l'aveva fatta scendere perché senza biglietto. Forse avrà camminato nel freddo lungo la massicciata della ferrovia, spaventata, affamata, stanca. L'hanno trovata morta, senza documenti: impossibile identificarla. Dentro una cella frigorifera, senza un fiore, senza una preghiera.

 

La polizia si è arresa subito, la burocrazia l'aveva già aggiunta al triste elenco dei morti senza-nome. Ma non si è arresa Valentina Sega e con lei altri abitanti di Avio che hanno voluto ricostruire la storia di questa donna, darle nome e dignità.

 

“Nella Giornata contro la violenza sulle donne – spiega Valentina – ho partecipato con un trentina di persone a una piccola commemorazione presso il cimitero di Avio, davanti cella frigorifera che conteneva il corpo di questa donna. Ci sembrava giusto ricordarla, legare la sua tragica fine al tema della violenza che in mille modi ferisce le donne, a volte uccidendole. Abbiamo portato un fiore, qualcuno ha recitato una preghiera”.

 

Nella camera mortuaria, quando tutti se n'erano andati, sono rimasti in pochi. “Per terra, vicino alla cella-frigo – racconta Valentina – c'era una piccola borsa. Pensavamo che qualcuno dei presenti l'avesse dimenticata: l'abbiamo aperta con discrezione per cercare un documento, per capire di chi fosse e avvisare la proprietaria”. Ma la borsa era della donna racchiusa nella bara, il suo piccolo bagaglio ritrovato nei pressi dell'incidente.

 

C'erano dentro un paio di calzini, un paio di mutandine, uno spazzolino da denti, un foulard, una coperta termica. E alcuni fogli scritti a mano. “E' stato un momento molto toccante, umanamente molto forte”, afferma Valentina. Ma quel momento ha cambiato tutto, “a quella piccolo bagaglio non abbiamo mai smesso di pensarci”. 

 

“Abbiamo sentito i Carabinieri che ci hanno detto che il caso era di competenza della Polizia ferroviaria. Abbiamo fatto un po' di pressione per avere informazioni, sollecitandole”. Si è così arrivati, attraverso le impronte digitali, al nome, all'età, alla foto segnaletica. Rawda, nata in Etiopia nel 1987.

 

Si sono ricostruiti i suoi spostamenti. “Era stata identificata e foto-segnalata a Reggio Calabria, poi passata per una casa di accoglienza a Milano. Poi sul treno verso Nord e la morte ad Avio il 16 novembre. Allora abbiamo chiesto di poter diffondere la foto – spiega Valentina – volevamo capire chi fosse, capire se avesse una famiglia che la stava aspettando”.

 

Ma la ricerca, così, non produceva effetti, nessuno sembrava conoscerla. “Allora abbiamo ripensato a quei fogli scritti da Rawda. Abbiamo chiesto l'autorizzazione per farne copia e chiesto ad un ragazzo di origini etiopi, Zabenay, l'aiuto per la traduzione”.

 

E su quei fogli il racconto di Rawda, la sua vita sintetizzata in poche parole: “Era sposata con un uomo che faceva parte del gruppo politico-etnico denominato Oromo - racconta Valentina – una minoranza che da quello che abbiamo capito è perseguitata dal Governo etiope. Il marito era finito in prigione ma poi era evaso. La polizia, non riuscendo a trovare il marito, se la prendeva con la stessa Rawda, cercava lei. Per questo è scappata”.

 

Prima in Sudan, in un campo profughi, poi in Libia e infine la traversata del Mediterraneo, l'identificazione a Reggio Calabria e il percorso verso Nord interrotto ad Avio.

 

Ma leggendo gli appunti si scopre anche altro: “Aveva una figlia che ora si trova con i nonni in Etiopia. Tredici anni”. Tra questi fogli anche dei numeri telefonici: “Zabeney ci spiega che sono numeri etiopi. Proviamo a comporre il primo che troviamo e ci risponde suo padre”.

 

Non ce la fanno a dare la notizia, a dire al genitore che la figlia è morta. “Abbiamo spiegato che volevamo solo dei documenti, solo informazioni per questioni burocratiche. Ci siamo fatti spiegare dove abitassero”. Poi grazie all'intervento del ragazzo di Trento che appartiene alla comunità etiope trentina sono state avvisate alcune suore della capitale del Paese africano: saranno le suore ad avvisare la famiglia, "era più giusto farlo di persona senza dare la notizia per telefono".

 

“Poi abbiamo richiamato – torna a raccontare Valentina – e il padre voleva soltanto una cosa, volevano il corpo della loro figlia. Per questo – continua – ci siamo informati su come fare per rimpatriare una salma, e abbiamo scoperto che la cosa è costosa e complicata”.

 

Ma ce l'hanno fatta: “Sì – dive Valentina – venerdì tornerà a casa. Abbaiamo raccolto tanti soldi grazie alla generosità e alla pietà delle persone di Avio”. Hanno contribuito in tanti, anche il parroco ha voluto destinato le offerte del periodo natalizio per il rimpatrio della salma di Rawda”.

 

La cifra raccolta supera di molto la spesa per il trasporto della salma. “Abbiamo raccolto 11 mila euro, e vorremmo che i soldi in più andassero alla famiglia, alla figlia di Rawda che vorremmo potesse studiare”.

Venerdì alle 10.30 presso il cimitero di Avio la cerimonia dell'ultimo saluto. “Speriamo di essere in tanti – dice Valentina – per Rawda, per dimostrare che non l'abbiamo lasciata sola”. Ci sarà la presenza della comunità islamica che reciterà le preghiere funebri, ma ci sarà anche il parroco. “Siamo stati capaci di annullare tutte le differenze – spiega con soddisfazione Velantina. Sia quelle politiche che quelle religiose, perché in tanti si sono dati da fare per permettere al corpo di Rawda di tornare in Etipia”.

 

La salma partirà venerdì e sarà accompagnata da Zebenay, “così potrà conoscere la famiglia di Rawda, potrà parlare direttamente con il padre, rispondere alle sue domande”. E perché è giusto che quella ragazza sia accompagnata, che qualcuno sia con lei nel suo viaggio di ritorno. Era da sola quando ha attraversato il mare, da sola lungo quel tratto di ferrovia dove ha trovato la morte. Da sola nel freddo della cella frigorifera.

 

Rawda ora è meno sola, anche se morta. Oggi è meno sola la sua famiglia. E meno soli sono anche coloro che hanno fatto l'impossibile per darle un nome e per darle dignità, con loro c'è quella parte di mondo di chi è capace ancora di sentire nel profondo un po' di umanità.  

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