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29 agosto | 19:28

Risolto uno dei più grandi misteri della paleontologia mondiale: "Alieni? No, questi esagoni perfetti sono stati realizzati da chi è sopravvissuto a 5 grandi estinzioni di massa"

Una ricerca internazionale guidata dal paleontologo Andrea Baucon individua il produttore dei misteriosi “nidi d'ape” sotterranei come opera di un artropode, probabilmente un piccolo crostaceo, attivo sui fondali marini del pianeta già oltre 500 milioni di anni fa

Risolto uno dei più grandi misteri della paleontologia mondiale: Alieni?

GORIZIA. Ai più il nome “Paleodictyon” non dirà granché, eppure si tratta di uno dei maggiori crucci per la paleontologia di tutto il mondo.

 

Un mistero che è stato "svelato" per la prima volta nei giorni scorsi, attraverso una scoperta sensazionale compiuta da un ricercatore originario di Gorizia e pubblicata sulla prestigiosa rivista internazionale “Earth-Science Reviews”, dedicata alle scienze della Terra.

 

Non si esagera se si afferma che i Paleodictyon hanno rappresentato un vero e proprio mistero, ma che cosa sono?

 

Sono delle tracce presenti sugli antichi fondali marini un po' di tutto il pianeta, dal motivo regolare, sorprendentemente regolare, che vanno a comporre motivo a esagoni quasi perfetti, a “nido d'ape”, talmente minuziosi da sembrare opera dell'uomo, ma con un problema di base. Sono stati datati fino a centinaia di milioni di anni fa.

 

Nella storia della paleontologia si sono susseguite le teorie più varie e talvolta bizzarre volte a identificare l'ignoto “autore” di queste trame sbalorditive, fino a travalicare i confini della scienza tirando in ballo perfino gli alieni.

 

Ma Andrea Baucon, ricercatore goriziano attualmente in forze al dipartimento di Scienze chimiche e geologiche dell’Università di Cagliari, ha recentemente scoperto una realtà ben diversa. Il Dolomiti ha raggiunto il paleontologo, che per risolvere il mistero ha avviato una campagna scientifica internazionale, partita all'incirca un anno e mezzo fa.

 

“Le ipotesi sul 'produttore' (questo il termine scientifico) includevano vermi e amebe giganti – ha spiegato Andrea Baucon -, ma sono state smentite dal fatto che entrambe le specie non sono in grado di effettuare delle curvature così nette e geometriche. Certamente ciò che colpisce è la regolarità di queste forme, una regolarità che abbiamo voluto quantificare, misurando dei campioni che ci sono pervenuti dall'appennino vicentino: misurando 1.314 punti su questi fossili abbiamo riscontrato che l'animale che realizzava, e realizza tutt'ora, questi esagoni sul fondale aveva un margine d'errore di appena mezzo millimetro per ogni cella, mantenendo quindi una precisione sbalorditiva. Un aspetto ulteriormente incredibile se si considera che queste trame sono state ricavate in un fondale marino che in origine si trovava a migliaia di metri sott'acqua, in un substrato sabbioso, a 2 gradi di temperatura e in condizioni di buio assoluto. La risposta che abbiamo ottenuto sulla base del nostro studio è che il produttore di queste strutture sia un animale appartenente al gruppo degli artropodi, che comprende tra gli altri insetti, crostacei e ragni. L'ipotesi che abbiamo avanzato invece sullo scopo di queste strutture, fino a qui un altro mistero nel mistero, è che fungessero da 'allevamenti di batteri' di cui successivamente si nutriva, ma che possano anche giocare un ruolo nell'orientamento o nella comunicazione tra i vari individui”.

 

Un insieme di animali, gli artropodi, la cui individuazione, pur non andando a restringere il campo su un'unica specie, si focalizza su un probabile crostaceo di modeste dimensioni, e rappresenta una svolta importantissima per questo genere di ricerche, che sono state compiute negli scorsi mesi da un team internazionale guidato da Baucon e composta tra gli altri da Afred Hockman, dell'Università Jagiellonica di Cracovia ed esperto di fossili di caratura mondiale, Michele Piazza, geologo dell'Università di Genova e da Girolamo Lo Russo e Filippo Guerrini del Museo di storia naturale di Piacenza, essendo che gli affioramenti appenninici del piacentino sono “paleo-fondali” particolarmente ricchi di Paleodictyon.

 

La spedizione scientifica si è avvalsa inoltre di due esperti del Portogallo, perché proprio nel nord del paese lusitano il gruppo di scienziati ha potuto studiare il giacimento fossilifero di Paleodictyon più antico del mondo, riuscendo a datare a ritroso la presenza di queste tracce fino a non meno di 530 milioni di anni fa. Abbiamo tuttavia già accennato a come queste strutture siano esistite ma continuino ad esistere e a venire realizzate anche ai giorni nostri, e ciò ha ricondotto gli esperti alla difficoltà di identificare con precisione la specie che le costruisce.

 

“La storia del Paleodictyon attraversa gli ultimi 530 milioni di anni della storia della vita sulla Terra – aggiunge il ricercatore -, e lo fa in maniera piuttosto continua e soprattutto indisturbata. Questo artropode ha superato indenne le cinque grandi estinzioni di massa che sono avvenute in quel lasso di tempo, compresa quella dei dinosauri. Queste strutture esistono ancora oggi, ma sono esistite già 450 milioni di anni prima del T-Rex, e bisogna considerare che dal Cambriano a oggi sono scomparse circa il 99 per cento delle specie vissute, mentre queste tracce esagonali continuano inesorabili. Continueremo a lavorare per dare a questo artropode un'identificazione precisa, la difficoltà in tal senso risiede nel fatto che in tutto questo tempo le sue abitudini non sembrano granché cambiate, e continua a lavorare dentro il fondale a migliaia di metri nelle profondità marine, dove realizzare dei carotaggi non è molto semplice, oltre al fatto che anche trovando le tane o le strutture, l'abitatore potrebbe essere morto da centinaia di anni”.

 

Qualunque sia dunque la specie responsabile di questi misteriosi “alveari” sottomarini appartiene verosimilmente alla categoria che gli scienziati chiamano “fossili viventi”, animali tutt'ora esistenti la cui comparsa risale a svariati milioni di anni fa. Le ricerche in tal senso proseguono, concentrandosi soprattutto nei siti presenti nell'Appennino e sulle Dolomiti, dal centro Italia al Trentino, al Veneto e il Friuli Venezia Giulia dove i ritrovamenti di queste strutture abbondano e possono essere studiate anche nei luoghi più impensabili. “Nella mia Gorizia, per esempio – conclude sorridendo Baucon -, nella corte centrale del castello di Gorizia, su una pietra che compone uno degli archi è presente un Paleodictyon fossile in bella vista”.

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