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Lo chef va a teatro per educare i palati al gusto comprensibile, nulla a che vedere con la pornografia alimentare televisiva

Al teatro di Vezzano si è "esibito"  Stefano Bertoni, ‘patron’ del blasonato ristorante Castel Toblino, proponendo ai consum-attori piatti a base di pesce dolomitico, il tutto a scopo benefico. Si proseguirà il 16 febbraio con Federico Parolari (Due Spade di Trento) e con Alessandro Gilmozzi (‘Molin’ di Cavalese) in scena il 16 marzo

Lo chef Stefano Bertoni
Di Nereo Pederzolli - 21 gennaio 2017 - 16:29

TRENTO. In scena, ma non come star. Piuttosto: cuochi al servizio dei commensali, in uno scambio diretto. I consumatori che per una sera, sui tavoli che lambiscono la platea del teatro di Vezzano, in Valle dei Laghi, diventano dei veri e propri ‘consum-attori’, coinvolgendo pure una brigata di cucina composta da giovani decisi a superare qualche loro disabilità psicosomatica. Come dire, la cucina che apre il confronto, educa al gusto ne rispetta le differenze. Tutte, non solo quelle gustative.

Iniziativa decisamente coinvolgente. Al punto che già la prima serata in scena Stefano Bertoni ‘patron’ del blasonato ristorante Castel Toblino – ha registrato un pienone delle grandi occasioni, prenotazioni quasi il doppio rispetto al centinaio di ospiti comodamente serviti ai tavoli del ‘foyer’.

 

Nessuna spettacolarizzazione, anzi. Cucina identitaria, due piatti a base di pesce dolomitico, giusta composizione del menù, massima attenzione alla semplicità. Buona, assolutamente giusta. E tutto a scopo benefico. Tramezzino di persico, cartoccio di trota, un semifreddo al torrone con cioccolato caldo, una consecutio di pietanze elaborate con l’aiuto dei ragazzi che caparbiamente superano problemi cimentandosi ai fornelli, alla cura della sala, pure alla gestione (lo fanno stabilmente, come associazione The Staff) del bar del Teatro.

 

Ancora due gli appuntamenti in calendario: il 16 febbraio con Federico Parolari – Due Spade di Trento – e con Alessandro Gilmozzi, cuoco di fama oramai europea, con il suo ‘Molin’ di Cavalese, in scena il 16 marzo.

 

Cuochi che s’impegnano a promuovere un concetto di sostenibilità gastronomica abbinata a stimoli di solidarietà. Proprio così. Stimolare argomenti di operatività culinaria con concrete attività. Un modo per educare a giuste forme di consumo alimentare. Per tornare a mangiare meglio i prodotti della quotidianità. Non mangiare bene solo in certe occasioni o le volte che si ha la possibilità di gustare menù sopraffini ai tavoli di ristoranti stellati. I cuochi – almeno quelli più attenti – dovrebbero farsi carico di certe forme di ‘educazione al gusto’. Anche con iniziative come quelle al Teatro di Vezzano.

 

Trasferire forme semplici di cultura materiale, con un ruolo preciso nella divulgazione al consumo alimentare. Proponendo non manicaretti basati sull’effimero, sulla spettacolarizzazione (in TV spesso ci propinano vere e proprie ‘pornografie enogastronomiche’ ) bensì formule nuove, somministrate tenendo conto del contesto socio economico del cibo. In questo modo si lancia un nuovo modo di ‘pensare’ il cibo. Per far coincidere l’alto valore della cucina con abitudini alimentari di tutti i giorni. E per tutte le tasche. Impostando percorsi sensoriali di conoscenza, per cambiare errori o abitudini alimentari. Educare ad un gusto comprensibile, sano, non artefatto. Proprio perché coinvolgente.

 

Chef a teatro, quindi, che aiutano certi ragazzi coinvolgendoli – ospiti compresi – in una sorta di azione ludica, per un percorso che rende tutti più consapevoli. Perché mangiare è un piacere e pure un prezzo della qualità della vita. Di tutti.

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