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No alla violenza sulle donne, tante persone al presidio della Cgil. Barbara Poggio: "Il problema è culturale, necessario lavorare su educazione"

Si è svolta ieri, 30 settembre, la manifestazione davanti al Commissariato del Governo. Dopo questa estate caratterizzata dai fatti di cronaca legati al tema della violenza sessuale si è come tornati indietro di decine di anni: ancora una volta la vittima rischia di passare per colpevole

Di Luca Andreazza e Donatello Baldo - 01 ottobre 2017 - 07:35

TRENTO. 'Riprendiamoci la libertà!', circa un centinaio di persone si sono riunite fuori dal Commissariato del governo per manifestare contro la violenza sulle donne nel presidio organizzato per sabato 30 settembre dalla Cgil.

 

"La partecipazione a queste manifestazioni è sempre importante - spiega Barbara Poggio, docente di Sociologia e pro-rettrice dell'Università di Trento - l'obiettivo è incoraggiare e coinvolgere le persone. Le donne oggetto di violenza hanno difficoltà a parlare per un retaggio culturale ancora forte e per questo sono fondamentali le persone che ci circondano, che sono a conoscenza di determinati eventi e che rivestono un ruolo decisivo".

 

Ma non basta. La violenza di genere è una questione culturale: "E bisogna iniziare col dire che il problema non sono le donne". Perché dopo questa estate caratterizzata dai fatti di cronaca legati al tema della violenza sessuale, dopo Rimini e Firenze, si è come tornati indietro di decine di anni: ancora una volta la vittima diventa colpevole.

 

Colpevole di aver 'sedotto' con comportamenti sbagliati, con vestiti sbagliati, frequentando luoghi che non avrebbe dovuto frequentare. "Come se l'uomo fosse giustificato nel momento in cui, in preda a un naturale impazzimento ormonale, mette in atto determinati comportamenti", osserva Barbara Poggio. 

 

Gli episodi di violenza di quest'estate, purtroppo, si sono prestati anche alla strumentalizzazione. Quello perpetrato da stranieri è stato 'utilizzato' per sostenere politiche xenofobe, quello compiuto da due uomini in divisa ha portato molti a solidarizzare con questi ultimi. 

 

"E' chiaro - evidenzia la docente - che in questi eventi incorrono nel rischio di essere strumentalizzati, soprattutto quando sono coinvolte persone straniere. Questa non è una novità - aggiunge - si sono addirittura vinte competizioni elettorali cavalcando questi temi".

 

Ma la docente di mestiere fa la sociologa, è abituata a leggere dati e statistiche. "I numeri dicono che in Italia la percentuale di violenza perpetrata dagli stranieri è più bassa rispetto a quella perpetrata da mariti, ex mariti, fidanzati, conoscenti. I dati sono circoscritti anche in situazioni di emergenza e di aumento degli stranieri".

 

In Italia si stima che una donna su tre sia stata vittima di violenze piccole o grandi, di vessazioni, ma anche di stalking. "Il problema - torna a dire la docente - è culturale. Questo tema è legato a doppio filo alla visione dei rapporti di genere che risulta ancora molto asimmetrica".

 

"Una visione spesso consolidata dai media e dal modo in cui vengono presentati gli eventi. Un esempio: le donne vittima di violenza vengono rappresentate sui giornali e nella tv in posizioni di fragilità, di sottomissione, come se fosse nella loro natura dover fare i conti con la violenza di genere".

 

Il femminicidio, lo stupro, sono l'apice estremo della violenza, ma la violenza si compone anche di piccoli episodi che spesso vengono minimizzati: "Si sottovaluta la questione - spiega la pro-rettrice dell'Ateneo - si perdona e giustifica senza attribuire l'adeguata gravità ai comportamenti che possono sfociare nell'evento drammatico".

 

E in Trentino com'è la situazione? "In Provincia - dice la sociologa - si è lavorato bene dal punto di vista istituzionale e da quello della sensibilizzazione: questo porta le persone a rivolgersi maggiormente alle autorità competenti, ma è sempre solo una punta dell'iceberg quella delle donne che hanno la forza di denunciare. Il contesto, gli amici e i famigliari sono importanti proprio per dare quel giusto supporto nell'affrontare questo genere di situazioni".

 

Diventa importante lavorare sull'educazione. "L'educazione - evidenzia - è un discorso prioritario, una chiave di lettura fondamentale. Nelle scuole, anche in Trentino, i progetti di educazione ai rapporti di genere trattano di rispetto e del riconoscimento delle differenze, di equità tra persone e cittadini".

 

"In Trentino - prosegue - abbiamo lavorato su tre livelli: ragazzi, insegnanti e famiglie per corsi sulla cultura di genere. Abbiamo incontrato resistenze e strumentalizzazioni, ma alla fine sono stati incontri partecipati e stimolanti". 

 

In Trentino negli ultimi anni le denunce per violenza sulle donne sono in aumento. Questo non significa per forza che il fenomeno sia in crescita, ma significa sicuramente che ci sono molte più donne (anche se la percentuale è ancora troppo bassa) che hanno il coraggio di denunciare le violenze.

 

"Questo - conclude Poggio - anche grazie a manifestazioni come questa ma anche alla capacità di rete che le istituzioni sono in grado di garantire".

 

 

 

 

 

 

 

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