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Vallotomo, Rosanna ha piantato la sua piccola tenda per fermare la costruzione del muro sulle fratte

Ha allestito un presidio sui terrazzamenti di Mori dove sorgerà il vallotomo. "C'erano le alternative, ora sono qui per difendere la nostra terra e lo faccio nel rispetto di chi negli anni l'ha calpestata, l'ha lavorata"

Di Donatello Baldo - 29 novembre 2016 - 18:05

MORI. Rosanna Bazzanella è china su quel che resta del fuoco della sera prima e su un tizzone cerca di posizionare qualche grano di incenso. Non che ci sia da profumare l'aria, che di mattina sulle fratte che circondano Montalbano è frizzante e sa di fresco.

 

Ma un po' di atmosfera non guasta, e un rivolo di fumo che sale tra le ceneri ci sta, è di compagnia. “Ieri ci siamo messi attorno al fuoco – racconta – eravamo tanti e abbiamo stretto le panche a formare un cerchio. Abbiamo mangiato assieme, scherzato, chiacchierato: abbiamo condiviso”. Si ferma un attimo e dice: “Ecco, questa è la parola giusta, abbiamo condiviso un po' di tempo, un pezzo di terra, un momento tutti assieme. E in quel momento – osserva Rosanna – eravamo una comunità”.

 

Una comunità di persone che da molto tempo lotta contro la costruzione del vallotomo, il muro che andrà a dividere l'abitato di Mori dalle pendici di Montalbano, che proteggerà però le case sottostanti dalla minaccia di crollo di un diedro di notevoli dimensioni. “Ma la soluzione del vallotomo non è l'unica possibile, è una delle tante – spiega Rosanna – e si doveva cercare un'alternativa per non offendere e mutilare un paesaggio unico, quella delle fratte”.

Rosanna ha deciso di testimoniare la sua contrarietà alla scelta di Comune e Provincia montando una piccola tenda su una delle terrazze delle fratte, su quegli appezzamenti strappati al bosco che masso dopo masso sono stati conquistati da generazioni di contadini che hanno coltivato quelle terre difficili. I muri a secco sono la cornice di questa sua impresa, di questa azione nonviolenta che si frappone tra la bellezza del paesaggio e l'inesorabile avanzata di una ruspa che spiana sotto i cingolati le fatiche e le memorie del passato”.

 

Se i me bate zo el me remenat i copo”, dice Elio Bertolini che a 82 anni ancora riesce ad arrampicarsi sull'acciottolato delle stradine che salgono la fratta. Il remenat è un piccolo arco che chissà chi l'ha costruito, un manufatto realizzato da piccoli mattoni messi uno sull'altro da mani esperte più di cent'anni fa. “Da tutta la vita apro la finestra e guardo verso Montalbano. E così fanno tutti gli abitanti di Mori – assicura Elio – se mi costruiscono una muraglia davanti agli occhi è finita, per me è finita”.

 

Poi se ne va, dopo avermi fatto strada verso l'accampamento di Rosanna se ne va. “Questa valle è stata offesa molte volte – raccontano al piccolo presidio – il lago di Loppio asciugato a causa della costruzione della galleria Adige-Garda, la piazza di Mori e tutti i suoi alberi abbattuti, il centro storico senza più nemmeno un negozio. Un paese che ha subito ma che non si è mai ribellato”.

Ma quella di Rosanna non è una vera e propria ribellione, a lei le parole guerresche non piacciono. Scontro, lotta, contrapposizione. “Io non mi scontro – precisa – io semmai incontro, cerco il dialogo, e questa tenda non è una protesta”. Quella di Rosanna è una testimonianza, quasi un tributo alla terra che ama. “In una vita precedente – dice sorridendo – qualche freccia l'avrò di sicuro scoccata. Ma sono una mamma, una donna, e preferisco parlare e spiegare, non scontrarmi”

 

La battaglia sui dati tecnici, quelli che dimostrano che una soluzione alternativa c'è e si potrebbe percorrere – sostiene Rosanna – è stata portata avanti dal Comitato daVicoloaVicolo, da persone meravigliose che ora mi sono vicine”. E sono le stesse persone che salgono la stradina di salesai e che portano a Rosanna il caffè, la vellutata di zucca che lei la sera si mangia davanti al fuoco.

 

“Io sono qui per difendere nostra terra e lo faccio nel rispetto di chi negli anni l'ha calpestata, l'ha lavorata”. Ma sulla parola “nostra” ci ritorna: “Non perché ci appartiene, la bellezza è di tutti”, sostiene. “Questi terrazzamenti sono di tutti, sono una proprietà collettiva, un bene comune realizzato da tutti e per tutti”.

 

Mi dispiace che non si sia tenuto conto di questa meraviglia, che di fronte ad un problema che tutti noi riconosciamo non ci sia stata la volontà di promuovere un intervento che potesse salvaguardare tutto questo”, e Rosanna apre le braccia come per abbracciare tutte le terrazze che discendono da Montalbano. “Avrebbero potuto, avrebbero dovuto considerare le alternative”.

Anche la sicurezza è un bene collettivo, Rosanna lo sa. “E non è giusto che la bellezza e la sicurezza siano messe in contraddizione. Dobbiamo preservarle tutte e due. Sicurezza e bellezza”. Lei ci spera ancora: “Vorrei che ci si accorgesse che oltre non si può andare, che ormai alla Terra abbiamo fatto fin troppo male, danni irreversibili purtroppo”.

Il sole ora scalda il muretto di sassi che con la luce diretta diventano bianchissimi. La tenda “suda” goccioline sulla superficie del telo, arrivano amici, vicini. Guardiamo in alto la protuberanza di roccia che minaccia l'abitato di via Teatro, più a destra si intravede il santuario di Montalbano. Nel cielo sopra la parte di roccia vola una poiana.

 

Non è un'aquila, ma Rosanna racconta che per gli indiani d'America l'aquila simboleggiava il messaggero, colei che porta da una parte all'altra del mondo la luce. “E' l'unico animale che guarda il sole diritto negli occhi – racconta – e gli indiani cedevano che fosse lei a raccogliere la luce dell'Est per portarla ad Ovest”.

Guardiamo “l'aquila”, le fratte ancora verdi. Poco più in là le ruspe in azione che avanzano metro dopo metro, le reti di colore arancio messe attorno ad un cantiere che si allarga sempre più, sempre più prossimo alla piccola tenda di Rosanna che fino all'ultimo resisterà all'avanzata della scavatrice.

 

“Io rimarrò qui – dice alla fine – e come una piccola goccia d'acqua che assieme a tante altre forma un oceano vorrei che tutti, partendo da se stessi, si mettessero in gioco. Il pensiero senza azione – afferma Rosanna – non serve a niente”.  

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