Alex Schwazer e il tristissimo addio alle gare. Un campione del suo calibro, considerato tutto ciò che ha passato, meritava una last dance ben diversa
Era pensabile che un atleta prossimo ai 40 anni, che non corre da 8 anni e con la sciatalgia, potesse marciare per 20 chilometri consecutivamente? No, impossibile, anche se gli stimoli erano massimali ma, obiettivamente, era impensabile potesse disputare la gara come "ai bei tempi"

TRENTO. Intendiamoci, il tempo era l'ultima cosa che contava. E nessuno avrebbe fatto caso o detto alcunché se Alex Schwazer avesse impiegato anche tre ore a percorrere i 20 chilometri della gara.
Il valore della "QAlex20k", organizzata dal media Queenatletica con la collaborazione dell'Atletica Alto Garda e Ledro e di Mancini Group, l'agenzia che cura l'immagine dell'atleta, era infatti puramente simbolico: l'atleta altoatesino aveva scelto di salutare il mondo dell'atletica e i tifosi nel modo a lui più congeniale, ovvero marciando.
Insomma, una vera e propria "last dance", ad oltre 8 anni di distanza dall'ultima volta e dodici giorni dopo la fine della lunghissima squalifica (di 8 anni, per l'appunto) che gli era stata comminata per la positività riscontrata dopo un controllo a sorpresa effettuato il primo gennaio 2016.
Ecco, proprio per l'atleta che è stato, Schwazer avrebbe meritato "un'ultima volta" ben diversa e molto più dignitosa. Dopo 13,600 chilometri Alex ha infatti dovuto alzare bandiera bianca a causa di una sciatalgia, che non gli ha dato tregua sin dai primi metri di gara. Anzi, ad essere precisi, sin dal riscaldamento.
Lui stesso, dopo il ritiro, ha confessato di non essersi potuto allenare nelle ultime tre settimane a causa del problema fisico alla schiena, ma ha evitato di rendere pubblica la cosa, altrimenti non gli avrebbero permesso di gareggiare.
L'altoatesino, che aveva cercato anche a novembre 2023 di ottenere una riduzione della squalifica per poter cercare la qualificazione alle Olimpiadi di Parigi, il 26 dicembre compirà 40 anni. Ebbene, era pensabile che un atleta prossimo ai 40, che non corre da 8 anni e con la sciatalgia, potesse marciare per 20 chilometri consecutivamente? No, impossibile, anche se gli stimoli erano massimali ma, obiettivamente, era impensabile potesse disputare la gara come "ai bei tempi".
Sì, perché quando si parla di 20 km di marcia non bastano le motivazioni. Certo, marciare per la prima (e ultima) volta davanti ai figli Ida e Noah, che mai avevano visto il papà gareggiare e, in secondo luogo, la voglia di respirare nuovamente l'aria della competizione erano elementi di grande spinta. Ma non sufficienti.
E, allora, la domanda sorge spontanea: perché sottoporre Alex ad una gara molto impegnativa che non era obiettivamente in grado di affrontare? Non sarebbe stata meglio un'esibizione (sui 5 o 10 chilometri), in un altro momento dell'anno (a settembre?) e con il coinvolgimento, magari, di altri marciatori (anche i giovani) che, in questo momento, non erano disponibili a partecipare?
E poi, perché il tesseramento in fretta e furia con una società trevigiana, i 6 giudici, altri 2 marciatori (un "novizio" e un "amatore), le magliette celebrative e la presenza, a bordo pista, di Sandro Donati, paladino dell'antidoping e suo ex allenatore, che gli dava i tempi come si trattasse di una cosa "seria"? Perché voler creare un "evento" senza la certezza che lo fosse veramente?
L'intento sarà stato anche ottimo, ma il risultato è stato, purtroppo desolante. E' bene precisarlo, a scanso di equivoci: nulla toglie a quello che è stato Alex, ai tantissimi dubbi legati alla seconda squalifica, sulla quale esistono più luci che ombre ricordando che, per la giustizia ordinaria, Schwazer è stato assolto "per non aver commesso il fatto".
Le due cose non c'entrano minimamente. Ma, per quello che è stato e quello che ha passato Schwazer in questi anni, la "last dance" avrebbe dovuto essere solamente una festa. Un momento gioioso e chi ha organizzato la cosa avrebbe dovuto pensarci.
E, invece, l'ultima marcia ufficiale dell'ex atleta di Racines è stata una triste passerella. No, avrebbe meritato altro. Gli applausi restano ma, come ha detto lui, si è atleti per sempre. Ecco, un atleta non doveva finire così la propria carriera.












