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Trento
08 gennaio | 16:18

C'era una volta lo sci di fondo: in tutta Europa piace sempre meno. Bragagna: "I nuovi regolamenti sono assurdi e in Italia adesso siamo ai minimi storici"

"Il voler accorciare ed equiparare le distanze per uomini e donne non ha senso, così come non ha logica far disputare la 50 chilometri alle atlete. L'aver tolto la prova ad inseguimento, la più spettacolare, è stato un "boomerang" incredibile. In Italia la mancanza di campioni di riferimento, che possano fungere da "traino", influisce e non poco, ma credo sia anche un problema generazionale. Anche in montagna e in quei luoghi "sacri" dove sono nati tanti campioni del passato" spiega il giornalista bolzanino, commentatore del fondo a sette Olimpiadi e quindici Mondiali

C'era una volta lo sci di fondo: in tutta Europa piace sempre meno

TRENTO. I tempi dei trionfi Olimpici e Mondiali sono ormai un lontanissimo ricordo. Le immagini della vittoria della staffetta 4 x 10 ai Giochi Olimpici di Lillehammer del 1994, con Silvio Fauner che supera allo sprint Bjorn Daehlie, il più forte fondista della storia di questo sport, sulla pista che è considerata "l'università dello sci nordico", davanti a 120mila tifosi norvegesi che passano dall'esaltazione al mutismo totale  e il "zitti tutti, parla Zorzi" a Torino 2006, sempre nella prova in staffetta (con l'Italia che trionfa da "underdog"), in un tripudio di tricolori che sventolavano altissimi nel cielo piemontese, sono sì a colori, ma ormai sbiaditi.

 

Così come i trionfi di Stefania Belmondo e Manuela Di Centa in campo femminile, con le fuoriclasse di Pietraporzio e Paluzza che mettevano in fila tutte le avversarie (e che avversaria) e trascinavano altri sublimi atlete, come Paruzzi, Vanzetta, Valbusa, Confortola e Follis sui podi di Mondiali e Olimpiadi: ricordi di uno sci che faceva saltare sul divano anche chi non lo aveva mai praticato, non ne conosceva le dinamiche e diventava "tifoso" solamente in occasione di altri appuntamenti.

 

I trionfi, gli esempi, i cavalli di razza portavano però praticanti, sponsor e interesse generale, anche da parte dei mass media. Adesso il "mondo" si è ribaltato e non solamente in Italia, dove probabilmente si stanno toccando i minimi storici, ma in tutta Europa. A seguire "live" le gare ci sono molti meno spettatori rispetto a solamente una decina di anni fa e anche i dati relativi agli ascolti televisivi parlano chiaro a riguardo.

 

Ecco, appunto, chi meglio di Franco Bragagna, la "voce" del fondo azzurro sui canali Rai, un giornalista che ha al proprio attivo da inviato sette edizioni delle Olimpiadi invernali (a cui bisogna aggiungerne anche otto estive) e quindici campionati del mondo di sci nordico, può inquadrare il momento che sta vivendo questa disciplina, sia dal punto di vista del richiamo mediatico che sotto l'aspetto tecnico. Con una certezza: il fondo, come è chiamato in gergo da tutti, interessa meno e sta vivendo una pericolosa fase d'involuzione.

 

"I problemi ci sono, è inutile negarlo - esordisce Bragagna - e, dopo l'addio di Kasper, colui il quale è stato presidente della Fis per 23 anni, dimostrando di essere un uomo preparato e con gli "attributi" anche per quanto concerne la scelta dei collaboratori più importanti, la situazione non è certamente rosea, perché chi ha preso il suo posto non è riuscito a dare continuità al gran lavoro fatto. Le modifiche al regolamento sono state quanto di più deleterio si potesse fare per rilanciare lo sci nordico e i risultati sono visibili. Sono state prese tante, troppe decisioni che tutti, in primis gli atleti, definiscono assurde, con diretta conseguenza che lo sci di fondo, uno sport meraviglioso, piace sempre meno".

Entriamo nel dettaglio: quali sono queste novità regolamentari che non piacciono.

"Il voler accorciare ed equiparare le distanze per uomini e donne non ha senso, così come non ha logica far disputare la 50 chilometri alle atlete. L'aver tolto la prova ad inseguimento, la più spettacolare del circuito, è stato un "boomerang" incredibile. Ma come? Stiamo parlando della prova maggiormente apprezzata dal pubblico, perché prima di ogni tattica e tu me la levi? Gli atleti non potevano fare conti: bisognava andare forti per non farsi prendere da chi inseguiva e, allo stesso tempo, bisognava spingere per prendere chi stava davanti. Il biathlon, che di fatto si gestisce in "autonomia", infatti l'ha mantenuta, riscuotendo grandissimo successo. E il sistema di attribuzione dei punteggi? Adesso vanno a punti i primi 50 classificati, con scarti minimi. Se prima delle modifiche chi vinceva prendeva 100 punti e il secondo 80, adesso siamo ad un rapporto 100 - 95. E, pensate, che in tantissime femminili le iscritte non raggiungono nemmeno quota 50".

 

Del Tour de Ski cosa ne pensa? Qualche giorno fa Cristian Zorzi ha detto che, secondo lui, è una manifestazione che non ha più senso d'esistere.

"Andrebbe certamente rinnovato, perché il format è ormai stantio. Basti pensare che quest'anno tra, Covid, influenze varie e anche per scelta degli atleti, i primi tre classificati della scorsa edizione, i norvegesi Klaebo, Krüger e Holund, non sono al via. Quest'ultimo ad aprile si è ritirato, un po' per l'età, visto che ha 34 anni, un po' per stare con la famiglia, ma anche perché le distanze sempre più ridotte non favorivano certamente un fondista "puro" quale è sempre stato. La struttura andrebbe rivista per renderlo molto più appetibile agli atleti e, conseguentemente, al pubblico".

 

Facciamo lo screening allo stato di salute del fondo azzurro. Partiamo dall'ambito maschile. Ok, c'è Federico Pellegrino, che ha comunque 33 anni, e poi?

"E poi c'è poco, obiettivamente. Il miglior prospetto è senza dubbio il trentino (di Tezze di Grigno) Simone Mocellini, che però quest'anno è stato fermato da un serio infortunio. Ha dovuto sottoporsi ad un intervento chirurgico, seguito da una lunga riabilitazione e, dunque, c'è da augurarsi che possa tornare sui suoi livelli già nel giro di un paio di mesi. Poi facciamo fatica: scordiamoci i tempi dei De Zolt, Vanzetta, Albarello e Fauner e anche quelli di Piller Cottrer, Di Centa, Valbusa e Zorzi".

 

In campo femminile, invece, quanto sono lontani di tempi di Manuela Di Centa, Stefania Belmondo, senza dimenticare Gabriella Paruzzi, Sabina Valbusa e Bice Vanzetta?

"Anni luce, direi. In ambito femminile, se possibile, le cose vanno ancora peggio. L'unico nome che mi sento di fare è quello di Francesca Franchi, trentina di Molveno, che nella scorsa stagione aveva ottenuto un sesto e un nono posto ai Mondiali, reduce purtroppo da un autunno sfortunato perché a, causa di una brutta influenza, ha dovuto fermarsi. Ha 26 anni, è una sportiva - nel vero senso della parola - di alto livello, visto che in passato ha fatto parte anche della nazionale di corsa in montagna e, quindi, ci affidiamo a lei per risollevare le sorti di un comparto che, dopo i fasti delle fuoriclasse di fine anni 90' e inizio anni 2000, sta vivendo una profonda fase di crisi a livello di nomi e, soprattutto, risultati".

 

Ad oggi la Nazionale Italia di sci nordico non ha un commissario tecnico: c'è un capo allenatore come Markus Kramer (ex tecnico personale di Pellegrino e De Fabiani) e poi la struttura si regge su di una commissione di "saggi". Una selezione come quella azzurra non avrebbe bisogno di un ct vero e proprio? E poi: ma come mai nessuno dei "campionissimi" che lei ha citato prima ha un ruolo che conta all'interno dei quadri tecnici della Fisi?

"Su quest'ultimo punto bisognerebbe aprire un capitolo a parte. Albarello fa parte della commissione, Piller Cottrer era responsabile delle nazionali giovanili e poi è stato accantonato. Gli altri, sinceramente, non sono stati mai presi in considerazione: il perché se lo sono chiesti un po' tutti. Per quanto riguarda il ruolo di Ct dico solo che un Marco Selle oggi servirebbe come in pane al movimento azzurro. E, da parte della Fisi, ci vorrebbe maggior attenzione allo sci nordico, mentre tutte le attenzioni sono concentrate altrove".

 

Lei si è dato una spiegazione in generale? E' indubbio che il fondo abbia meno appeal rispetto al passato, ma c'è anche un crisi di "vocazione"?

"Senza ombra di dubbio. Sarebbe forse semplicistico dire che c'è meno di voglia di fare fatica, perché lo sci nordico è uno sport di grandissima fatica e dedizione. Certamente la mancanza di campioni di riferimento, che possano da fungere da "traino" al movimento, influisce e non poco, ma credo sia anche un problema generazionale. Anche in montagna e in quei luoghi "sacri" dove sono nati tanti campioni del passato".

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