"Poteva andare molto peggio. Ho agito d'istinto quando ho visto il guardrail davanti a me. Non vedo l'ora di tornare in bici". L'intervista ad Alessio Martinelli
"La curva l'ho affrontata nel modo giusto, poi non so se andavo troppo veloce oppure ho toccato la la linea bianca, che è sempre più scivolosa. Non mi sono deconcentrato. Per fortuna sono scivolato "bene" e ho avuto la possibilità di vedere cosa c'era davanti a me, cioè il guardrail: ho abbassato la testa e mi sono "appiattito" sull'asfalto. Il salto nel vuoto è stato di almeno una decina di metri. Ho perso conoscenza e mi sono risvegliato in ambulanza"

VALDIDENTRO (Sondrio). Dalla sua casa di Valdidentro, in Valtellina, tra Bormio e la Svizzera, in quello che è un vero e proprio angolo di Paradiso, Alessio Martinelli non si perde ovviamente un metro del Giro d'Italia.
Dal divano e in tv, purtroppo per lui che, sino a martedì, era tra i protagonisti della Corsa Rosa con la maglia della Vf Group - Bardiani Csf Faizanè. La terribile caduta in discesa, in località Valsorda, alle porte di Trento, durante la tappa che portava gli atleti da Piazzola sul Brenta a San Valentino, mentre guidava il gruppo dei fuggitivi, lo ha costretto a chiudere anzitempo la sua "prima volta" al Giro.
Un volo pazzesco, di quelli che fanno venire la pelle d'oca, non "oltre" ma "sotto" il guardrail, per poi precipitare nel vuoto. Per fortuna "tutto è bene quel che finisce bene" e, allora, Martinelli se l'è cavata con tante botte, escoriazioni, una gran paura (soprattutto per chi ha assistito alla caduta) ma, alla fine, nessun trauma di quelli che, nella migliore delle ipotesi, ti costringono a chiudere anzitempo la stagione. Se non la carriera.
E' stato fortunato, certamente, ma anche bravo. E' giovane, perché di anni ne ha appena 24, ma Alessio ha agito d'istinto e con "l'esperienza" di chi percorre migliaia e migliaia di chilometri in bici tutto l'anno.
Intanto Alessio partiamo dalla domanda più importante: come sta?
"Sono dolorante. Ho tanti lividi sparsi ovunque sul corpo e un dolore piuttosto forte alla colonna vertebrale. Riesco a camminare, e questo è già estremamente positivo ma, dopo un po' che sono in piedi, sento male. Sul mento ho qualche punto, come avrete visto dalla foto. Insomma, non sono certamente in perfetta forma, ma va bene così: sono consapevole che sarebbe potuta andare molto peggio. Adesso mi aspettano due settimane di completo riposo e poi vedremo a che punto sono. Dalle cadute precedenti ho imparato che è meglio aspettare e recuperare completamente piuttosto che rientrare affrettando i tempi. Questo senza dubbio".
Glielo possiamo dire tranquillamente: le immagini televisive sono state da "pelle d'oca". Ha rischiato di morire.
"Sì, le conseguenze avrebbero potuto essere decisamente più gravi. Ho rivisto le immagini per cercare di "leggere" la caduta e capire dove avessi sbagliato: la curva l'ho affrontata nel modo giusto, perché l'ho guardata sul "computerino" di bordo della bici, poi non so se andavo troppo veloce oppure ho toccato la la linea bianca, che è sempre più scivolosa. Non mi sono deconcentrato, era un momento tranquillo della corsa e, dunque, non vi erano altre "distrazioni". Fatto sta che ho perso l'anteriore e sono caduto, andando "giù" subito, senza possibilità di restare in piedi. Per fortuna sono scivolato "bene" e ho avuto la possibilità di vedere cosa c'era davanti a me, cioè il guardrail: ho abbassato la testa e mi sono "appiattito" sull'asfalto per passarci sotto. E' stato puro istinto. Poi non è vero che ho fatto un "volo" di 5 metri: il salto è stato, nel vuoto, di almeno una decina di metri e sono atterrato sugli arbusti che, per fortuna, hanno arrestato la caduta. Io, comunque, ho un "buco" nella memoria: lì ho perso conoscenza e mi sono risvegliato quando ero già in ambulanza, in direzione dell'ospedale di Trento dove, permettetemi di dirlo, sono stati eccezionali".
Immaginiamo la paura che hanno provato i suoi familiari.
"Eh infatti, se mi metto nei loro panni mi viene la pelle d'oca. Tutti erano super preoccupati, perché era chiaro che mi fossi fatto male. I miei genitori e la mia ragazza hanno visto la caduta in diretta e poi, per circa un'ora e mezza, non hanno avuto notizie. Li ho chiamati con il telefono dell'ospedale, che i sanitari mi hanno prestato, una volta che ero lì, dopo essere stato sottoposto ai primi esami. Li ho tranquillizzati, ma immagino la paura dei primi momenti, dopo aver assistito alla scivolata e senza notizie per un lasso di tempo così lungo".
I soccorsi sono stati immediati.
"I primi a prodigarsi sono stati gli spettatori che hanno assistito alla caduta. Poi i tecnici del Soccorso Alpino sono intervenuti subito e mi hanno riportato "in superficie", affidandomi alle cure dei sanitari. Alcune di queste cose me le hanno raccontate perché io ero incosciente. Per fortuna che qualcuno si è subito adoperato per aiutarmi. Non posso che essere grato a queste persone".
C'è un problema di sicurezza? Si parla di dotare le biciclette dei chip localizzatori, come avviene ad esempio nella MotoGp per avere immediatamente contezza della posizione di tutti i ciclisti ed evitare che si ripeta quanto accaduto al Mondiale di Zurigo con la giovane Muriel Furrer.
"Se ne parla, sarebbe certamente una cosa utile ma tecnicamente è fattibile per tutte le biciclette e per tutte le gare? In questo caso stiamo parlando del Giro d'Italia, il top del top, ma per le corse minori come fare? E poi, consideriamo il numero di biciclette di ogni squadra: tutti i team sono in grado di dotare ogni mezzo di chip? Con la sicurezza non si scherza, ma bisogna riflettere se è possibile, effettivamente, realizzare questo progetto. E poi credo non ci "stia" il paragone con il MotoGp. In quel caso parliamo di un circuito chiuso, il ciclismo, invece, si sviluppa lungo strade e su percorsi lineari. A proposito di sicurezza vorrei aggiungere anche un'altra cosa."
Prego, dica.
"Mentre ero in ospedale, sui social ho letto che in tanti hanno criticato le condizioni di sicurezza di quella curva. Non mi sento di criticare nessuno e so perfettamente quanto, per gli organizzatori, sia difficile, quasi impensabile mettere in sicurezza un percorso che si sviluppa lungo, magari, 200 chilometri. E' chiaro, con la sicurezza non si scherza e, tra l'altro, si va sempre più veloci, nelle tappe di montagna ci sono salite e poi discese che "picchiano" verso la valle e non sempre chi corre conosce tutte le strade che percorre".
E' stata la caduta peggiore della sua carriera?
"No, perché nel 2020 sono caduto e le conseguenze sono stati decisamente più "pesanti". Mi stavo allenando sulle strade vicino a casa e sono caduto mentre affrontavo una discesa a Cancano. Mi hanno portato con l'elicottero a Brescia e in quell'occasione mi sono "distrutto" mezza faccia, tanto che hanno dovuto mettermi placche e viti".
Questo era il suo primo Giro d'Italia. E stava andando forte. Un gran peccato.
"Infatti, il rammarico è grande, perché mi sentivo benissimo e tra l'altro, il giorno successivo, la corsa sarebbe arrivata a Bormio, a due passi da casa mia. Vabbè, adesso non è il caso di pensarci: mi voglio concentrare prima sul riposo e poi sul recupero. La condizione era ottima e conto di tornare a stare così bene a metà luglio. Nel mio programma c'erano ancora la Route d'Occitanie, a metà giugno, poi il Giro d'Andorra, il Giro dell'Appennino e il Campionato Italiano. L'obiettivo primario, adesso, è quello di tornare al cento per cento e disputare un gran bel finale".
Lei è già risalito sulla bici dopo un grave incidente. Non c'è paura al momento di rimettersi in sella?
"La bici è una passione, la mia più grande passione e mi fa stare bene. Ecco perché avrei già voglia di ripartire. E' chiaro, potrebbero esserci dei "blocchi". Non so come reagirò la prossima volta che mi troverò ad affrontare una discesa con la strada bagnata. I modi per superare le difficoltà ci sono, magari avvalendosi dell'aiuto di esperti e mental coach. Se mi chiedete se, in questo momento, ho voglia di tornare a pedalare la risposta è assolutamente sì".












